Viaggiare in poltrona

La prima volta che ho viaggiato in poltrona avevo dieci anni e mi sono fatta tutto il Mississippi con Huck Finn e il suo amico Jim. Non era proprio una poltrona ma un divano, rosso. E come zattera era perfetto. Sentivo il rumore dell’acqua e vedevo gli alberi enormi allineati lungo gli argini del fiume. Un paio di anni dopo sono andata prima a Parigi e poi a Pamplona, alla Feria di San Firmin, con Jake e Brett e tutti gli altri. Siamo stati al Select a Montparnasse e al Flore a Saint-Germain e quindi alla corrida e loro hanno bevuto tantissimo (io no perché l’astemìa me la porto dietro dalla nascita). Ma comunque quei posti mi sono rimasti impressi e poi, quando un tot di anni dopo ci sono andata per conto mio, ho ritrovato dentro di me le stesse emozioni che avevo provato leggendo Fiesta di Ernest Hemingway, sempre sul divano rosso su cui avevo letto Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain. Quanto al primo viaggio italiano, lontana dai confini lombardi, sono stata in Sicilia, sulla poltrona di un cinema, insieme a Michael Corleone e mio padre. Ah, e poi ci sono stati i miei primi viaggi a Londra e New York: rispettivamente  con Johnny, Paul, Steve e Sid (i Sex Pistols) e con Joey, Johnny, Dee Dee e Tommy (i Ramones). Viaggi alquanto movimentati e rumorosi, devo dire. Ma super divertenti. E davvero fantastici, nel senso che mentre leggevo quelle pagine e vedevo quelle immagini e ascoltavo quelle musiche lavoravo parecchio di fantasia e, anche se non avevo ancora mai sentito il profumo di quelle città o nuotato in quelle acque, era come se quei luoghi fossero già dentro di me, almeno un po’.

Ecco: è a tutto questo e tanto altro ancora che ho pensato quando mi sono imbattuta in Viaggiare in poltrona – 500 film, libri e musiche che fanno venire voglia di partire, della Lonely Planet, pubblicato in Italia da Edt. Naturalmente si parte con un road movie, Easy Rider, il film che Dennis Hopper, Peter Fonda e la troupe girarono sotto costante effetto di stupefacenti, un viaggio nel viaggio, insomma: New Orleans, la California, la Route 66…Ad ispirare Hopper fu quello che per me è il più bel film italiano di sempre, Il sorpasso di Dino Risi, meravigliosa metafora del mutamento irreversibile di un Paese, ma anche primo road movie della storia del cinema. Per fortuna il libro cita anche questa pellicola, che rivedo ogni anno a Ferragosto dovunque mi trovi, così da farmi portare da Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant da Roma a Castiglioncello lungo la via Aurelia. Ma ecco l’India di Wes Anderson a bordo del suo treno per Darjeeling, e poi Hong Kong con In the mood for love, e la Rio di City of god, e l’Andalusia della Carmen di Bizet, il Senegal di Youssou N’Dour, l’Oceano Atlantico di Moby Dick, la Thailandia di The beach, l’Islanda di Bjork, la Polinesia de Gli ammutinati del County…e lo Jutland de Il pranzo di Babette, e Genova per noi con Paolo Conte, e la Singapore di Tom Waits

Insomma, dopo tanti bagagli fatti e disfatti e rifatti, e tanti aerei e treni e navi e auto e metropolitane e biciclette, e tanti ritardi, e voli cancellati, e alberghi di charme ma anche no, e indigeni ora ospitali e amorevoli ora scortesi quando non decisamente ostili, Viaggiare in poltrona è un po’ come fare del couchsurfing in casa propria, e anche tornare bambini o adolescenti, a quell’epoca della nostra vita in cui eravamo davvero capaci di sognare a occhi aperti. Ed è anche un modo per inquinare meno, visto l’impatto ambientale a dir poco devastante dei nostri spostamenti sull’ecosistema del Pianeta che per il momento ancora ci ospita. Poi mettiamoci la crisi, che ci ha costretti a ridurre tra le altre cose anche i viaggi, non solo quelli esotici ma, in molti casi, pure quelli fuori porta. Di modo che stasera…mah, quasi quasi me ne vado a Praga con Kundera, o anche a Manchester con Liam e Noel (Gallagher, ex Oasis), oppure a Zabriskie point

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