instagram

Il potere delle fotografie postate

 

Recentemente ha avuto molto successo Five, un’app per capire chi siamo partendo da quello che postiamo. Analizza le parole utilizzate nei post delle fotografie pubblicate e traccia un ritratto psicologico basato sui cinque fattori principali della personalità: estroversione, gradevolezza, coscienziosità, nevrosi e apertura mentale. Così da capire quali “armi” usiamo per apparire e attirare l’attenzione. Siamo nell’epoca dei selfie, della febbre da social network, dell’ossessione visiva di camere digitali e smartphone. Tutti questi scatti avranno pure qualcosa da dirci…Grazie ad un semplice clic imprimiamo per sempre momenti importanti del quotidiano, e le emozioni inconsce associate a questi momenti sono ponti naturali per accedere al nostro vero Io.

Immersi in una iper-produzione fotografica, dobbiamo sempre tenere presente la potente carica significativa di un’immagine. Ad esempio mostrandoci tormentati da un inconveniente o perseguitati da qualcosa catturiamo lo sguardo degli altri: facciamo le vittime per essere ascoltati, per avere un pubblico che ci noti a prescindere dalle nostre qualità o azioni e aspettando un commento di comprensione e condivisione del problema che ci affligge. Viaggiando o semplicemente passeggiando nella nostra città troviamo e postiamo qualcosa che in noi ha suscitato delle emozioni. Nel quotidiano apriamo le porte di casa a sconosciuti e mostriamo l’intimità dei nostri sentimenti. È un modo indiretto per fare vedere a tutti che “anche noi ci siamo”. Come meglio comportarsi allora quando si posta una fotografia? Seguendo l’unica parola d’ordine: l’autenticità. Postare svincolati dal giudizio altrui, dall’ossessione del gradimento degli amici, del numero dei like e liberi di esprimersi in modo immediato, recuperando lo spirito originario dei social: il racconto di quello che si sta facendo e pensando qui e ora. Per questo motivo adoro ed utilizzo quasi esclusivamente Instagram che consente di aderire al presente pur permettendo di essere liberi e di osare. È l’unico social capace di reinventare in meglio la fotografia, che dismette i suoi abiti nobili per indossarne altri più casual. Diviene come un taccuino sulle cui pagine possiamo annotare quello che ci accade quotidianamente: emozioni, esperienze, città visitate, volti sfiorati. Non contano qualità delle riprese, inquadrature, luci. Il trionfo di un’inevitabile imperfezione, un flusso democratico di altri scatti condivisi e commentati.

Ho fatto il mio primo post su Instagram cinque anni fa, nel 2012, e tornare indietro non è stato più possibile. L’immediatezza del mezzo mi ha sconcertata. Scatti e condividi, nessun social consente un dialogo così diretto e divertente tra appassionati di fotografia. Si sono aperti il mondo della creatività e l’interesse per la relazione tra testi e foto, quel loro modo particolare di funzionare insieme: spesso accompagno i miei scatti con spunti narrativi e didascalie filosofiche. Lo faccio con l’attitudine del romanziere o del saggista, come in preda ad un democratico flusso di coscienza…la comunicazione fotocentrica è il modo più semplice e naturale per vivere e raccontare un’esperienza. Lo hanno spiegato e dimostrato più volte in questa lunga settimana di Milano Photo Week con mostre, incontri, visite guidate, laboratori, progetti editoriali e proiezioni urbane dedicati alla fotografia a 360 gradi: dai grandi scatti d’autore ai reportage di guerra, dalle immagini di moda e di architettura che hanno reso celebre Milano nel mondo alla fotografia come linguaggio dell’arte contemporanea, poi le vite dei grandi fotografi da scoprire guardando un film o gli archivi che aiutano a ricostruire la nostra memoria storica. Un’esperienza meravigliosa per chi, come la sottoscritta, esalta quotidianamente l’arte immortale delle fotografie postate.

Mobile Class

mobile class

Un miliardo di utenti iscritti per Facebook; 200 milioni per Linkedin e 30 per Foursquare; 300 milioni per Instagram e anche per Twitter, solo per restare al mondo occidentale. Dal più grande al più piccolo, andata e ritorno, tutte le esigenze e tutti i gusti possono essere accontentati perché là fuori il mondo delle reti sociali è sempre più ampio, ingombrante, avvolgente fino a essere intrusivo.

Più del tifo calcistico, e molto più della passione politica, le vere comunità oggi si modellano e identificano per l’uso di questo o di quel network. Con la differenza che mentre tifo calcistico e passione politica sono (o dovrebbero essere) coerenti e immutabili, l’utilizzo di social differenti è pratica comune, perché il “condividere” è la regola. E di condivisione, relazione e tecnologia sociale si è ampiamente trattato durante la Social Media Week milanese, appena conclusasi. Protagonisti i tanti social network a disposizione di una mobile class sempre più esigente, che utilizza quotidianamente Internet per accorciare le distanze, facilitare nuovi contatti, creare bisogni e soddisfarli. Ma anche per vendere e comprare qualsiasi cosa. Inclusi se stessi, le proprie competenze, professionalità e idee. Come nella vita di tutti i giorni: ciascuno di noi ha famigliari, amici, colleghi e conoscenti. La differenza è che, on line, questa rete di relazioni si allarga a dismisura. E arricchisce il nostro “capitale sociale”, il patrimonio di relazioni su cui contare per far circolare idee, trovare un impiego, risolvere un problema, raccogliere alleanze per un progetto.

Come ogni comunità che si rispetti, ci sono un paio di regole fondamentali da seguire: innanzitutto il presentarsi e spiegare perché stiamo invitando qualcuno ad accettare la nostra amicizia. Secondo essere snob. Ovvero non dare a tutti lo stesso valore, non cedere l’amicizia a chiunque ma stabilire ed impostare un livello di privacy. Evitiamo poi di iscriverci a tutti i network possibili ma individuiamo quello che fa davvero per noi. Io per esempio non sopporto Facebook e adoro Instagram, dove un “Mi piace” non viene segnalato nel flusso di immagini di un altro iscritto (che può mettere becco laddove non è invitato) e si seguono persone per le quali c’è un effettivo interesse per le cose che pubblicano. Chi è avaro di sé e delle sue informazioni e chi tiene la “partita doppia” dei consigli che elargisce, aspettandosi sempre qualcosa in cambio, non è decisamente tagliato per fare rete on line. Nel network le energie e i contatti devono circolare senza un tornaconto.

Mai senza social network

 

 

Non stacchiamo mai la spina. Succede a un numero sempre più nutrito di connazionali. Grazie agli smartphone, da cui non riusciamo a separarci, due italiani su tre, tra 20 e 40 anni, restano connessi ai social network anche sotto l’ombrellone o sui sentieri di montagna, pregiudicando così la possibilità di sfruttare appieno l’efficacia dello stacco estivo.

Basic CMYKA rivelarlo è un’indagine on line dell’Associazione europea sui disturbi da attacchi di panico: “I paesaggi, i ritmi, gli incontri sono tutti ricondotti al mondo abituale. Questo ridurrà fortemente il beneficio della villeggiatura che ha l’intrinseco significato di riposo proprio perché impone il cambiamento dei rituali tipici dell’organizzazione quotidiana. Rimanere in contatto con i cyberamici, far sapere a tutti che cosa stiamo facendo, invece di godere anche in silenzio i momenti e le situazioni che stiamo vivendo, può essere fonte di grande stress”.

Ma non é solo la dipendenza da social network a impedire di interrompere i contatti, gioca la sua parte anche il timore di non fare più parte del gruppo, che ci dà una sensazione d’identità, di appartenenza, di sicurezza. È come se da soli non sapessimo valutare e apprezzare il nostro vissuto: per avere conferme, abbiamo continuamente bisogno di condividerlo su Fb o Twitter.

Comincio a credere che il mondo ogni tanto vada al contrario. Tutti connessi anziché parlarsi, scambiarsi due parole, osservare il mondo che abbiamo attorno, imprimersi nella memoria immagini, suoni, movimenti e storie. Tutti assenti dal mondo quando dovremmo stare nel mondo. E poi tutti presenti quando invece dovremmo isolarci, dovremmo scrivere senza rotture di scatole. Bisognerebbe tornare a guardare la gente negli occhi, e sorridendo. Perché il sorriso è la forma di condivisione più bella che esista.

La lingua di Instagram


Amaro, Rise, Earlybird, Valencia, Sierra, Toaster, 1977.

Li riconoscete?
Sono alcuni dei filtri usati per modificare le immagini su Instagram, la App che ha fatto appassionare blogger e celebrities e dove vengono postate le foto più diverse, di moda o di beauty, di viaggi e di vita vissuta.
Nella realtà ci trucchiamo, ci vestiamo bene, raccontiamo agli altri solo ciò che vogliamo rendere pubblico. Instagram non è altro che un’ appendice tecnologica di quello che la vita è già, ma con una differenza meravigliosa: i filtri, che rendono tutto un po’ più magico, costano meno di un abito d’alta moda e sono super efficaci! Instagram è una specie di democrazia digitale che non omologa nessuno, ma rende tutti unici perchè unica è la realtà di ognuno che tramite le fotografie vuole fermare momenti, creare ricordi e condividerli su Facebook e Twitter.
Il motto della Kodak del 1888 “You Press the Button, We Do the Rest“, reinterpretato in chiave digitale e social network, è piuttosto attuale. Il risultato è uno straordinario fiume in piena di immagini che non fanno altro che generare memoria. Non solo gente comune ma anche molti fotografi professionisti hanno abbracciato l’immediatezza e la potenza degli smartphone per farli diventare le loro principali bocche da (messa a) fuoco. Scopro così cinque blogger di successo che ogni giorno postano immagini della loro quotidianità, da seguire e condividere. Come Valentina Capelvenere (@valentinacapelvenere) , creatrice del blog oilnanoolamoda, che racconta quello che le succede con foto dei suoi look, delle vacanze, dei miniabiti delle sue bambine. Oppure la blogger Lucia Del Pasqua (@fashionpolitan), dove pubblica foto dei suoi look creativi, dei suoi viaggi di lavoro e delle sue “faccine” che realizza con qualunque materiale le capiti sotto mano. Account dedicato a prelibatezze culinarie è invece quello di Riccardo Casiraghi e Stefano Paleari che tramite il profilo Instagram @gnambox postano tante foto di cibo e momenti in cucina con ospiti. Infine su @giuliet di Giulia Angolini, gli scatti riguardano beauty e make-up.

E potevo esimermi da questa mania che impazza? Certo che no, trovate anche me col profilo @chiccadoc con tantissime foto dei miei luoghi preferiti e della mia vita milanese da donna e mamma.

Copyright 2013 - 2014 © Best of Mag