cultura

Lisbona e dintorni

Non ci sono per me fiori che siano pari al cromatismo di Lisbona sotto il sole” scriveva Fernando Pessoa della sua città. C’è una luce qui che puoi “sentire” più che vedere, perché sa entrare nella pelle. L’aria che si respira è leggera, misteriosa, magica. Come una bella donna malinconica, dai mille volti, che ti conquista. Oppure no. Lisbona o si ama o non la si capisce. Assomiglia a Napoli per la “chiassosità”: i panni stesi in strada, le facciate di azulejos (le tipiche piastrelle di ceramica decorate e smaltate) dei palazzi, i lustrascarpe agli angoli del quartiere Rossio, il tram 28 che la percorre in lungo e in largo. Ha anche qualcosa della Berlino anni ’90: la nostalgia mista all’entusiasmo, la voglia di rinascere, i mercatini sgangherati (imperdibile la Feira da Ladra il sabato mattina), i locali storici come il Cafè Art Déco A Brasileira, tappa fissa di intellettuali, poeti e scrittori dei primi del ‘900.

Su e giù, su e giù, su e giù per i sette colli (sì, come a Roma) e per chilometri. Niente tacchi, né bambini al seguito. Solo girare a piedi, con la macchina fotografica al collo, lo smartphone e nient’altro. Lo scopo del viaggio? Visitare locali storici, ma anche sconosciuti, stellati, panoramici e rilassanti. La regola numero uno: non cedere alla pigrizia e, soprattutto, alla tentazione di prendere un taxi. Prima tappa in aeroporto, al desk delle informazioni del turismo, dove si acquista la Lisboa Card: quella valida 72 ore costa 39 euro e permette di usufruire di tutti i mezzi pubblici, dei treni, di visitare musei, monumenti e avere sconti fino al 50 per cento in 60 negozi e locali. Il check-in è al The Vintage Lisboa Hotel, dietro l’Avenida de Libertade, dove sfilano le vetrine di Tru Trussardi, Gucci, Armani, Max Mara e tanti altri marchi italiani. È l’unico albergo ecosostenibile e costruito secondo i principi del feng shui della città. Vicino c’è Open, uno dei pochissimi ristoranti certificati senza glutine della città. Per la merenda, invece, si va dritti a Fàbrica da Nata, che sforna paste, torte, dolcetti alle mandorle e le famigerate pastéis de nata proprio sotto gli occhi dei clienti.

Uno dei quartieri più vivi, lussuosi ed esclusivi di Lisbona è senza dubbio il Bairro Alto. Solo passeggiare tra le vie, con il naso all’insù per inseguire con lo sguardo i disegni delle azulejos che salgono fino al cielo, è uno spettacolo (se si volessero portare a casa, Sant’Anna è uno dei laboratori più antichi di piastrelle tipiche). Sulla rua de Garret si comincia con lo shopping locale: se si amano lettura e libri antichi, bisogna fare un giro da Bertrand , la più antica libreria al mondo, aperta nel 1732. Più giù, verso rua do Carmo, c’è invece il negozio più piccolo del mondo: una bottega di guanti di pelle, la Luvaria Ulisses, dove i clienti fanno la fila sul marciapiede, perché ne entra solo uno alla volta. Passando per rua Anchietta, si trova un negozio di vintage home design fantastico dove fare incetta di souvenir, A Vida Portuguesa: stampi di rame per i dolci, quaderni di carta riciclata, bottoni, giocattoli Anni ’40, cornici. Sfido chiunque a uscirne a mani vuote!

Lisbona essendo in piena metamorfosi è la nuova meta cool d’Europa. La capitale lusitana fa infatti battere il cuore dei millennials, sempre alla ricerca di luoghi autentici ma al passo con i tempi. Perché ha saputo reinventarsi senza perdere la sua anima. Anzi, ha valorizzato le influenze africane, nella musica e nel cibo. L’atmosfera in città è vivace, la vita notturna effervescente. Il quartiere d’avanguardia è Belém, affacciato sull’ampio estuario del Tago. Qui è stato inaugurato il Maat, museo di arte, architettura e tecnologia, in un edificio dalle forme sinuose, rivestito di ceramiche che riflettono la luce e le vibrazioni dell’acqua; si passeggia anche sul tetto con una bella vista sulla città. Nel vicino quartiere si trova Time Out Market Lisboa, ex area industriale oggi gigantesco concept gourmand, con laboratori, negozi di design e ottimi ristoranti di pesce e tipicità portoghesi. Lungo il Tago merita una visita il Parque das Naçoes, area riqualificata per l’Expo 1998, con giardini zen, residenze, spazio per eventi ed il bellissimo acquario Oceanario. Si può ammirare il tutto da una funivia lunga circa 1 km che permette di assaporare le trasformazioni d’avanguardia della città.

Prima di cena passare dalla minuscola Gingjinha Espineria ad assaporare l’aperitivo a base di liquore di amarena tipico del luogo è d’obbligo. E da qui in poi Lisbona si farà romantica e farà battere il cuore con un bacio al tramonto sulla Torre di Belém o al vicino Monastero dos Jerònimos. Mentre si gironzola ammaliati dai colori del calar del sole, consiglio una sosta in rua Combro davanti alla Casa Raphael Baldaya, bar culturale ispirato al poeta Fernando Pessoa, dove assistere alla narrazione recitata di Storie di Lisbona, uno spettacolo tradizionale davvero da non perdere. Per la cena non ho dubbi, si va al Gambrinus ad assaporare un fumante risottino al baccalà con germogli colorati.

Nei dintorni a sud di Lisbona si incontrano le spiagge sabbiose ed i paesini di pescatori. Da menzionare e visitare c’è sicuramente Cascais, luogo di villeggiatura che da oltre un secolo possiede una certa signorilità che altre località più giovani non hanno. La sua storia è chiaramente visibile nelle ville lungo la costa, costruite come residenze estive dai Lisboetas benestanti. La baia, sabbiosa e al riparo, ed il porticciolo sono una meta affascinante per una pausa dai ritmi cittadini. Verso nord est invece si trovano la costa atlantica rocciosa e le verdi colline dell’ incantevole città di Sintra, tra boschi, dirupi e sorgenti d’acqua dolce. Gli alti camini conici di Palàcio Nacional de Sintra e lo straordinario Palàcio da Pena con la loro particolare fisionomia, danno al paesaggio un tocco suggestivo tanto che la cittadina è dal 1995 dichiarata dall’UNESCO Paesaggio Culturale, attirando così migliaia di visitatori tutto l’anno.

Leggere è benessere

All’inizio è come entrare in una nebbiolina: si vedono solo i contorni del paesaggio. Bisogna orientarsi, mettere a fuoco. Poi, lentamente, tutto diventa nitido. E man mano che appaiono case, persone, alberi, animali, cose, si sperimenta un benessere che si protrae nel tempo. No, non stiamo sognando. E neanche viaggiando. Stiamo leggendo un romanzo. Sì, perché la lettura non solo è un bel passatempo, ma fa anche bene al cervello. E quello che proviamo mentre leggiamo influisce sul nostro umore, la nostra memoria, le nostre capacità cognitive. Ce lo ripetevano la nonna e la maestra che leggere fa bene? Bè, adesso sempre più studi scientifici lo dimostrano: gli studiosi hanno dimostrato che la lettura della descrizione di paesaggi, suoni, odori e sapori ha il potere di attivare aree cerebrali legate a queste esperienze nella vita reale, creando nuovi percorsi neurali.

La passione per la lettura è dura a morire. E ancora nessuna rete social è arrivata a diventare un elisir di felicità come un buon romanzo. Anzi…i social network abituano a tempi troppo veloci che non rispecchiano quanto avviene nella realtà, facendo credere a un mondo fatto di azioni e reazioni istantanee, di immagini che cambiano immediatamente. Basta un click. Mentre con i libri avviene il contrario. Leggere contribuisce ad ampliare i tempi di attenzione: le storie hanno un inizio, uno svolgimento e una fine: una struttura che incoraggia il nostro cervello a pensare in sequenza, per collegare causa, effetto e significato. Se sui social ci troviamo di fronte a persone sconosciute, nei libri i personaggi hanno un passato, un presente e un futuro. E attraverso le loro storie, le loro scelte, i loro pensieri, siamo in grado di relazionarci con loro, vediamo il mondo attraverso i loro occhi, allargando così anche il nostro orizzonte. La libro-terapia è proprio fondata sul fatto che, riconoscendoci in una certa vicenda, ci sentiamo meno soli, più compresi, ed entrando in contatto con i personaggi di una storia viviamo un’esperienza totalizzante, incredibilmente reale.

Addirittura i libri possono far scattare un sentimento, ma anche essere oggetto e insieme luogo di incontro tra due cuori. L’esempio nella memoria di tutti è il poema cavalleresco che ha unito le anime di Paolo e Francesca, nell ‘Inferno di Dante, ma succede pure nel libro di Carole Lanham, L’ora di lettura che, complice un legame intenso, è più di un romanzo: sullo sfondo del Mississippi degli Anni ’20, la protagonista, Lucinda Browning, viziata rampolla di una ricca famiglia, inizia alla lettura, la sua passione segreta, Hadley Crump, garzone e figlio mezzosangue di una cuoca. E per riuscirci sceglie strategicamente il metodo di far leggere e ricopiare al suo futuro compagno i passaggi più arditi di romanzi allora proibiti, da Anna Karenina a L’amante di Lady Chatterley. Sanno evocare l’amore puro e romantico e in tema di emozioni i libri hanno effetti strabilianti. Lo insegna Qualcosa che somiglia al vero amore, di Cristina Petit: Clementine, il personaggio chiave, legge romanzi ai bambini in difficoltà, aiutandoli a superare le loro paure e mostrando altri mondi. E cosa dire del recentemente pubblicato Le parole degli altri di Michaël Uras, un romanzo che si sviluppa poco alla volta e che ci porta pagina dopo pagina alla scoperta di noi stessi tramite i libri. Come dice Daniel Pennac “Un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa. Persino da te stesso” e questo, Alex, il protagonista, lo sa bene. È un biblioterapeuta e, con il suo lavoro, cerca di aiutare gli altri a superare problemi e stati d’animo negativi tramite la lettura dei più bei romanzi della letteratura di tutti i tempi. Questo romanzo è una vera e propria miniera di consigli: ci sono tantissimi spunti di lettura, tanti consigli, idee e citazioni, da Balzac a Salinger, da Goncarov a Cocteau. Chissà se sentiremo mai dire da un medico. “Le prescrivo una buona dose di lettura”. Tuttavia, curare le ferite dell’anima grazie a narrativa e dintorni non è uno scherzo. Ma pura realtà.

Viaggiare in poltrona

La prima volta che ho viaggiato in poltrona avevo dieci anni e mi sono fatta tutto il Mississippi con Huck Finn e il suo amico Jim. Non era proprio una poltrona ma un divano, rosso. E come zattera era perfetto. Sentivo il rumore dell’acqua e vedevo gli alberi enormi allineati lungo gli argini del fiume. Un paio di anni dopo sono andata prima a Parigi e poi a Pamplona, alla Feria di San Firmin, con Jake e Brett e tutti gli altri. Siamo stati al Select a Montparnasse e al Flore a Saint-Germain e quindi alla corrida e loro hanno bevuto tantissimo (io no perché l’astemìa me la porto dietro dalla nascita). Ma comunque quei posti mi sono rimasti impressi e poi, quando un tot di anni dopo ci sono andata per conto mio, ho ritrovato dentro di me le stesse emozioni che avevo provato leggendo Fiesta di Ernest Hemingway, sempre sul divano rosso su cui avevo letto Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain. Quanto al primo viaggio italiano, lontana dai confini lombardi, sono stata in Sicilia, sulla poltrona di un cinema, insieme a Michael Corleone e mio padre. Ah, e poi ci sono stati i miei primi viaggi a Londra e New York: rispettivamente  con Johnny, Paul, Steve e Sid (i Sex Pistols) e con Joey, Johnny, Dee Dee e Tommy (i Ramones). Viaggi alquanto movimentati e rumorosi, devo dire. Ma super divertenti. E davvero fantastici, nel senso che mentre leggevo quelle pagine e vedevo quelle immagini e ascoltavo quelle musiche lavoravo parecchio di fantasia e, anche se non avevo ancora mai sentito il profumo di quelle città o nuotato in quelle acque, era come se quei luoghi fossero già dentro di me, almeno un po’.

Ecco: è a tutto questo e tanto altro ancora che ho pensato quando mi sono imbattuta in Viaggiare in poltrona – 500 film, libri e musiche che fanno venire voglia di partire, della Lonely Planet, pubblicato in Italia da Edt. Naturalmente si parte con un road movie, Easy Rider, il film che Dennis Hopper, Peter Fonda e la troupe girarono sotto costante effetto di stupefacenti, un viaggio nel viaggio, insomma: New Orleans, la California, la Route 66…Ad ispirare Hopper fu quello che per me è il più bel film italiano di sempre, Il sorpasso di Dino Risi, meravigliosa metafora del mutamento irreversibile di un Paese, ma anche primo road movie della storia del cinema. Per fortuna il libro cita anche questa pellicola, che rivedo ogni anno a Ferragosto dovunque mi trovi, così da farmi portare da Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant da Roma a Castiglioncello lungo la via Aurelia. Ma ecco l’India di Wes Anderson a bordo del suo treno per Darjeeling, e poi Hong Kong con In the mood for love, e la Rio di City of god, e l’Andalusia della Carmen di Bizet, il Senegal di Youssou N’Dour, l’Oceano Atlantico di Moby Dick, la Thailandia di The beach, l’Islanda di Bjork, la Polinesia de Gli ammutinati del County…e lo Jutland de Il pranzo di Babette, e Genova per noi con Paolo Conte, e la Singapore di Tom Waits

Insomma, dopo tanti bagagli fatti e disfatti e rifatti, e tanti aerei e treni e navi e auto e metropolitane e biciclette, e tanti ritardi, e voli cancellati, e alberghi di charme ma anche no, e indigeni ora ospitali e amorevoli ora scortesi quando non decisamente ostili, Viaggiare in poltrona è un po’ come fare del couchsurfing in casa propria, e anche tornare bambini o adolescenti, a quell’epoca della nostra vita in cui eravamo davvero capaci di sognare a occhi aperti. Ed è anche un modo per inquinare meno, visto l’impatto ambientale a dir poco devastante dei nostri spostamenti sull’ecosistema del Pianeta che per il momento ancora ci ospita. Poi mettiamoci la crisi, che ci ha costretti a ridurre tra le altre cose anche i viaggi, non solo quelli esotici ma, in molti casi, pure quelli fuori porta. Di modo che stasera…mah, quasi quasi me ne vado a Praga con Kundera, o anche a Manchester con Liam e Noel (Gallagher, ex Oasis), oppure a Zabriskie point

(Sor)ridere

Momenti di leggerezza, di allegria. Viverli è importante. Per l’umanista francese François Rabelais, sorridere libera la gioiosa verità sul mondo, prigioniero della falsità e della paura, che generano a loro volta la pesantezza del vivere e la violenza, quindi pure la sofferenza. Secondo Sigmund Freud invece, è un atto liberatorio, visto come canale di sfogo delle energie represse nell’inconscio, verso le quali si esercita spesso un controllo molto forte. Questo spiega perché, dopo una bella risata, proviamo una sensazione di piacere e leggerezza. Non dimentichiamo che nasciamo tutti con la capacità di sorridere. È un fenomeno che si manifesta fin da bambini, molto prima dell’acquisizione del linguaggio. Bisogna solo coltivarlo…

Quando sorridiamo, azioniamo inconsapevolmente un meccanismo complesso che coinvolge e mette in comunicazione tra loro la sfera biologica, emotiva e corporea con quella intellettuale, spirituale ed energetica. Al termine delle scoppio delle risa, invece, si ha un rilascio di endorfina, uno “stupefacente” prodotto dal nostro corpo con effetto calmante, antidolorifico, euforizzante e immunostimolante. Il riso unisce tutto e tutti, scioglie ogni dogma, ogni regola, ogni ipocrisia. È contagioso e infonde tranquillità e fiducia, risvegliando il corpo e rischiarando la mente. Sorridere olia gli ingranaggi della vita sociale, rende qualsiasi incontro più gradevole e offri amicizia. L’espressione del sorriso è la più facile e naturale da assumere: si utilizza un solo muscolo importante, mentre per esprimere emozioni negative come ansia, disgusto, tristezza se ne devono usare molte di più.

Le persone sagge ridono e sorridono di più perchè intuiscono meglio di altre quanto il riso sia essenziale per la qualità della vita, per la felicità e quanto aiuti a ridimensionare i problemi. Se si riesce a coltivare giorno dopo giorno la letizia interiore e a proteggerla dall’accanimento delle paure, avremo fatto una piccola rivoluzione perché comincerà a migliorare il mondo intorno a noi. Chi poi riesce a sorridere e/o ridere in situazioni potenzialmente pericolose è geniale e creativo. Dimostra di avere coraggio, fantasia e una prospettiva ottimistica, sconfiggendo la paura. Spesso veniamo educati a soffrire, per conquistarci un posto nella vita. Manca l’educazione alla gioia, la capacità di vedere il lato comico delle cose, la risata, lo humour, l’autoironia. Non per sfuggire ai problemi, ma per non identificarsi solo nelle difficoltà e farsene sopraffare. E soprattutto per ruotare il nostro punto di vita verso altre posizioni e liberarsi da una visione asfittica della realtà. A questo proposito, mi piace ricordare un passo del Nocciolo d’oliva di Erri De Luca: “La fabbrica fondamentale del creato si è accompagnata con una saggezza sorridente. L’intristito, lo scienziato che non sa sorridere, non può scoprire né immaginare il mondo. La relazione diretta tra risata e benessere è conosciuta da sempre: i cinesi, cinquemila anni avanti Cristo, dicevano che la risata è un’esplosione di energia yang dallo shen (l’allegria, espressione della forza umana) che risiede nel cuore. Dante Alighieri era più o meno della stessa opinione: secondo lui il riso è il lampeggiare della gioia dell’anima. San Francesco parlava di perfetta letizia. I grandi uomini sono spesso stati dei grandi cultori del sense of humour, non ci resta che imitarli.

Menù letterari

Indecisi su cosa preparare stasera per cena? E se, invece che dal solito ricettario, ci lasciassimo consigliare da Scott Fitzgerald, Virginia Woolf e Jack Kerouac? Forse non ci abbiamo mai fatto caso, ma anche i personaggi dei nostri romanzi preferiti hanno i loro vizi e stravizi culinari: dalle polpette di Renzo Tramaglino all’iconica madeleine di Marcel Proust. Céline Girard nei suoi Menù letterari ci accompagna in un divertente tour gastronomico alla scoperta delle tavole imbandite fra le pagine di alcuni dei libri più amati di sempre, con tanto di ricette a cui ispirarsi per un pasto da Nobel.

menulet

Si potrebbe cominciare da un bell’antipasto in stile Grande Gatsby. Alle sfavillanti feste organizzate dal protagonista del capolavoro di Fitzgerald di certo non mancava un altrettanto scintillante finger food: per riprodurre un buffet come il suo l’attenzione all’estetica sarà fondamentale. Via libera allora a spiedini di caprese, involtini di zucchine, tacchino e feta, gamberi al cucchiaio, pasticcini salati e chi più ne ha più ne metta. D’altra parte Gatsby non era certo uno che badava a spese…Come primo, direttamente dal banchetto di Donnafugata del Gattopardo, Tomasi di Lampedusa propone il timballo di maccheroni: “l’oro brunito dell’involucro, la fragranza dello zucchero e di cannella che ne emanava non erano che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta“. Non avete anche voi già l’acquolina in bocca?

Se una frittata come secondo vi pare poca cosa, forse non avete mai letto della “celestiale frittata” tanto decantata nel Diario segreto di Gabriele D’Annunzio: in un racconto poetico e allucinato, il Vate racconta di questa mitologica portata realizzata con trentatré uova e tanto di ispirazione divina. Perché l’arte di rivoltare la frittata ha in sé qualcosa di religioso. E come non finire alla grande con quello sregolato di Sal Paradise, protagonista di On the road di Kerouac, che placidamente ammette di non aver mangiato altro durante il suo viaggio da una parte all’altra degli States che torta di mele col gelato? “Sapevo che era nutriente – ammette – ed era anche deliziosa, naturalmente“. Che nessuno si azzardi a contraddirlo! Buona lettura e buon appetito.

I grandi libri

ME-Autunno

Non credete a chi dice che la macchina del tempo sia una fantasia irrealizzabile. Esiste e funziona da un sacco di tempo, è facile da utilizzare e molti l’hanno in casa. È il libro. Come ha detto Umberto Ecochi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito…“. Emozioni, cultura, conflitti, misteri, un’apertura verso mondi sconosciuti che nulla come la lettura ci può donare. E ci sono libri che rappresentano un patrimonio comune ineludibile. Libri importanti, non perché necessariamente ispirati alla realtà, ma perché toccano la vita, hanno sostanza, ci danno il diritto di agire in base a ciò che apprendiamo. I grandi classici che arricchiscono la nostra vita, “…quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato…quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti“, ha definito Italo Calvino.

Guerra e pace“, Lev Tolstoj. Ma potrebbe essere qualsiasi altro titolo (anche più breve), perché Tolstoj scrive come se fosse davvero una donna che ama fino alla morte (“Anna Karenina“) o un oscuro funzionario che banalmente muore (“La morte di Ivan Il’ic“). “Guerra e pace” contiene milioni di romanzi. Se lo si sceglie di rileggere è perché quando compare Natasha, in quella stessa stanza e nella nostra vita, irrompono tutte le ragazzine del mondo. Riappare l’istante in cui l’infanzia finisce.

Delitto e castigo“, Fëdor Dostoevskij. Una droga che prende la testa e sostituisce i pensieri. I processi mentali dello studente Rashkolnikov, imbevuto di Nietszche e tormentato da febbre e da fame, si sostituiscono ai nostri fino a farci sentire che la distanza tra gli esseri umani, per quanto siano diversi e perfino schifosi, non è mai così grande da renderli estranei. È un libro pericoloso, andrebbe venduto con la ricetta…

Orgoglio e pregiudizio“, Jane Austen. Il migliore manuale di seduzione al mondo. Agli uomini svela lo stupefacente miscuglio di sentimentalismo e pragmatismo delle donne. Alle donne insegna che per un uomo non ci si deve truccare perché bisogna avere l’orgoglio di non fingersi diverse. Scivola via come un fiume in cui la ribelle Elizabeth e lo snob Darcy si inseguono fino a fermarsi nell’attimo in cui la cattura è ancora un gesto e non un possesso.

Cent’anni di solitudine“, Gabriel García Márquez. “Nei giorni di luglio in cui il sole sembrava sciogliere il mondo, avrei voluto che mio padre mi portasse a conoscere il ghiaccio”. Dalla prima frase all’ultima, è una cascata, un’invasione di farfalle e personaggi che non si dimenticano: rivoluzionari sconfitti, zingari astronomi e donne che aspettano la morte contando i battiti del proprio cuore. Una favola insieme lontanissima e vicinissima che, descrivendo un mondo distante e sconosciuto, ci parla di noi.

Madame Bovary“, Gustave Flaubert. Emozioni e sensazioni di una desperate housewife dell’Ottocento che ha sposato un farmacista di paese buono e noioso, e non accetta che la vita sia tutta lì tra le mura domestiche, e dunque insegue un amore da romanzo rosa. “Madame Bovary c’est moi”. È tutti noi, eterni insoddisfatti in un mondo che pone troppi vincoli ai desideri e alle aspirazioni. È il desiderio eroico e miserabile di avere di più.

Lo straniero“, Albert Camus. Un libro che buca l’anima. Anche riletto decenni dopo. Il protagonista Mersault non ha ambizioni, non ha affetti né amici, non percepisce le proprie emozioni. Si lascia vivere, non soffre per la perdita della madre, non è in grado di apprezzare l’amore di Maria, la fidanzata, che come molte donne masochiste lo ama nonostante tutto. Chi non prova empatia, non riesce neanche a suscitarne. E lo straniero viene condannato più per come è fatto che per ciò che ha fatto.

Il barone rampante“, Italo Calvino. L’assurdo gesto di ribellione – l’arrampicarsi sul ramo di un albero e decidere di non scendere più per il resto della vita – racconta qualcosa che ancora oggi ci riguarda da vicino: la capacità di ribellarsi dei giovani è il motore che può produrre una visione nuova del mondo. Un libro semplice, da leggere anche ai bambini, che insegna che si può rimanere fedeli a tutto e che tutto può trasformarsi in vita. Basta non aver paura. Una vera lezione.

Bookcity 2014

Si è conclusa ieri sera con grande successo la terza edizione della kermesse milanese di quattro giorni BookCity. Nonostante le manifestazioni e gli scioperi di venerdì e i drammatici allagamenti di sabato si sono registrati grandi numeri: 130 mila presenze, 975 eventi, 250 sedi, 265 case editrici coinvolte e 1900 ospiti tra autori nazionali ed internazionali, attori e musicisti. Romanzi, noir, saggi, letture pubbliche, mostre, discussioni e spettacoli teatrali per soddisfare il desiderio di sapere, d’imparare e capire.

bookcity

Tanto entusiasmo si è tradotto nell’acquisto di libri, i veri protagonisti del festival, libri non solo da ammirare sugli scaffali delle librerie o nelle vetrine, ma da poter sfogliare con entusiasmo e curiosità, apprezzando tutto il piacere che la lettura può soddisfare. BookCity 2014 è stata in grado di tirar fuori la loro più intima essenza ed è riuscita a riaffermare Milano non solo come capitale di moda e finanza ma anche dell’editoria e della cultura. Ha inaugurato David Grossman il 13 novembre al Teatro dal Verme con un discorso sulla “Forza delle parole” e ha concluso ieri sera il Premio Nobel Dario Fo al Piccolo Teatro Melato. In mezzo sono passati i narratori stranieri David Nicholls con la presentazione del nuovo romanzo Noi, Amos Oz, Wilbur SmithJulia Navarro, Sophie Kinsella e Arturo Pérez-Reverte. E una carrellata dei più amati scrittori italiani: Massimo Carlotto, Gianrico Carofiglio, Andrea De Carlo, Valerio Massimo Manfredi, Massimo Gramellini, Claudio Magris, Donato CarrisiDaria Bignardi, Philippe Daverio, Erri De Luca, Alessandro D’Avenia e cantautori del calibro di Francesco Guccini, Roberto Vecchioni, Max Pezzali ed Enrico Ruggeri. 

bcmCuore pulsante dell’evento è rimasto il Castello Sforzesco con presentazioni e performance dal vivo sul tema della lettura, gli “Aperitivi con autore” e le visite alle Merlate; dentro l’Agorà è stata allestita anche una grande libreria dove poter comprare i titoli protagonisti dell’evento e gadget vari. Polo attrattivo anche il Museo della Scienza e della Tecnologia dove si sono svolti laboratori per bambini e appuntamenti con la poesia. Infine tutte le università e le biblioteche rionali hanno organizzato lezioni aperte al pubblico e incontri mirati. Cittadini finalmente consapevoli che la cultura è vita.

Libreriamo

Oggi, 15 ottobre, l’amore per la lettura si festeggia con il Social Book Day: tutta la cultura in digitale, da facebook a twitter, da youtube ai blog, è coinvolta in un “invito alla lettura globale, che parte dalle pagine e le community dedicate ai libri per coinvolgere tutti”. Parola di Libreriamo, piazza digitale per chi ama i libri e la cultura, che ha ideato e promosso l’iniziativa.

Woolf diceva “Un romanzo? E’ come una tela di ragno attaccata, sia pure per un filo, in tutti e quattro gli angoli della vita“. Un romanzo ci aiuta a crescere, riesce a fare emergere parti di noi sconosciute. A volte è persino premonitore, in quanto mette in gioco delle eventualità. Ma soprattutto la letteratura, come ha dimostrato una recente ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista Science, sviluppa l’empatia, la capacità di entrare in profondo contatto con gli altri, quasi fino a leggerne i pensieri e le emozioni. Leggere fa bene a tutti. E’ educativo, formativo, sviluppa emozioni, senso critico e autocritico.

beautiful girl with book in the autumn parkCi aiuta a comprendere noi stessi: siamo noi, con la nostra storia personale, le nostre emozioni, il nostro vissuto, a interagire con quello che viene esposto. In certe figure letterarie, magistralmente costruite e indagate dai loro autori, proiettiamo senza rendercene conto parti di noi stessi, le nostre aspettative. Possiamo riconoscerci per analogia in alcuni tratti, desideri, o anche in esperienze che abbiamo vissuto. Alla fine la riflessione viene spontanea, se ne esce più consapevoli, più arricchiti. Perfino quando il personaggio di cui leggiamo ci sembra negativo…anche lì può esserci una presa di coscienza, una sorta di autocritica, perché magari possediamo alcuni difetti di quel suddetto personaggio. Soprattutto i romanzi “classici”, che si focalizzano sui personaggi, sui loro caratteri. Che possiedono infinite sfaccettature, molteplici qualità o difetti. E’ proprio questo che li rende universali e del tutto simili a persone reali.  Del resto, per conoscere qualcuno ci si sforza a capirlo e questo esercizio mentale ed emotivo – fatto con certi grandi personaggi della letteratura – ci porta a ragionare meglio anche nella relazione con i nostri simili. Un esempio banale? Rileggendo dopo anni un romanzo, la percezione che ne abbiamo è sempre diversa. Si colgono aspetti che prima, anche per una semplice questione anagrafica, non avevamo percepito. Da qui la grandezza della letteratura.

Autunno

Pathway in the autumn forestSi sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie“: eterno verso di Giuseppe Ungaretti, capace di fotografare alla perfezione la nostra situazione esistenziale.
La forza delle poesie è tutta lì. Vedono, prevedono e riescono a restituire in poche parole tutta la complessa condizione umana. E questo frammento è di un’attualità sconcertante…
L’autunno, l’adorata stagione di chi come me è malinconico nell’animo, è il periodo che ha sempre spinto gli scrittori verso toni languidi e pessimistici. “I lunghi singhiozzi/dei violini/d’autunno/feriscono il mio cuore/con monotono languore“, ha sancito Paul Verlaine.
Non è stato da meno Charles Baudelaire, che così sentenzia nel suo Canto d’autunno: “Presto c’immergeremo nelle fredde tenebre/addio, vivida luce di estati troppo corte!/Sento già cadere un battito funebre la legna/che rintrona sul selciato delle corti“.

Difficile riprendersi dopo versi così lapidari vero? Ma se per scrollarci di dosso questo mantello di foglie morte, chiudiamo i libri e accendiamo la radio, potrebbe arrivare la confessione di un non meno poetico Lucio Dalla: “Malinconia d’ottobre per tutto quello che non ho. Un cane passa, piscia e ride e aspetta insieme a me il tram di mezzanotte che han cancellato o non c’è più“. O cadere dalla padella nella brace, grazie a un Francesco Guccini d’annata: “L’autunno ti fa sonnolento, la luce del giorno è un momento che irrompe e veloce è svanita: metafora lucida di quello che è la nostra vita…“. Drammatico, infinito, nostalgico…tutti gli aggettivi negativi che volete ma per me l’autunno è un raro gioiello: tutte quelle sfumature sanguigne degli aceri che arrossiscono come fiamme sono imperdibili. E gli alberi di cachi, carichi di meravigliose palle arancioni, e la vendemmia, e le castagne sul fuoco. L’autunno è coperta, un buon libro, una tazza di tè fumante. E’ camino acceso, calzettoni e giacca pesante. E’ coccola, lana, bagno caldo e tisana.

E’ una scusa per stare più vicini a chi si ama, per abbracciarsi di più e volersi più bene.

Signora Punteggiatura

punti2L’ impressione è quella dei coriandoli. Lanciati in aria, cadono un po’ qua, un po’ là. A caso.

O delle cacche di mosca. Stessa casualità.

Così si presentano i segni di punteggiatura nella maggior parte degli scritti che leggo.

Senza punteggiatura la scrittura non ha voce. E’ come un tratto d’asfalto che non porta da nessuna parte, che non ha soste. Un incubo senza respiro. Senza senso.

Quando Federica decise di essere una voce con la scrittura, conosceva il rischio. E la contraddizione, perché la voce rivela, ma nella scrittura muore.

Emozioni, intenzioni. Carattere, affetti. Sdegni, stupori, scoperte. Ironia, profondità. Gioia, malumore. Voce è tutto questo. E’ la voce che parla, con le parole, più delle parole. Questione di tono, timbro, calore. Di sguardi e di gesti che si accompagnano a lei, in uno spazio ed in un tempo condivisi.

Sulla carta o sullo schermo, invece, le parole sono sole e nude. Come si fa a far parlare le parole, a conferirle significati e rimandi di significato? Chi presta la voce alle parole nella scrittura? Il tono giusto?Semplici, piccoli segni, tratti impercettibili, inafferrabili quasi; a volte il niente di uno spazio bianco, che è segno di voce anche quello. Voce che tace.

Sono loro, soprattutto, a fare lo stile, il gusto, ossia quell’esiguo, ma prezioso margine di libertà individuale e di personalità, di voce nostra, di tempi e ritmi nostri, che ci è concesso nell’universo codificato del lessico e della sintassi in cui ci muoviamo.

Puoi infrangere la punteggiatura solo se la conosci. Puoi permetterti di non usarla solo se sai usarla, senza bisogno di essere Ungaretti o Saramago.

I punti. E’quello fermo che amo. Che uso di più. Solo e netto, separa, scandisce, definisce. Una frase, anche una sola parola, messa tra due punti, acquista spessore, incisività. Si fa assaporare. Mettere punto è guardare negli occhi chi legge. E’ parlare con chiarezza e profondità insieme. Spesso è andare a capo, che fa pausa e respiro. Per ripartire. Un’altra strada, un’altra vita. E’ il punto che dà lentezza, che ferma il nostro tempo veloce e superficiale.

Se vuoi andar di fretta, usa la virgola, snella e leggera, poco impegnativa, tanto per non attaccar le parole. A volte, in fondo, nemmeno necessaria. Se ne abusi, però, dà pesantezza. E più ne metti, più ti perdi. Periodi come labirinti. Metti punto per ritrovare il filo ed il pensiero. E te stesso.

Ma: o punto o virgola; non punto e virgola. Strano segno, questo, dalla regola incerta, dall’uso raro. Al più ci puoi separare gruppi dentro una serie. Segno di mente, non di voce (come le parentesi). Se pausa dev’essere, meglio il punto, da solo.

Non amo il punto (e la voce) che grida. L’esclamativo che fa la voce grossa. Ripetuto è un urlo addirittura. O una luce violenta, un segnale intermittente. Che disturba. Come usare tutte le maiuscole, il suo equivalente grafico. Tutti segni oggi molto usati. Perché raro è parlare piano, difficile convincere con la forza delle parole, faticoso attirare l’attenzione con l’interesse di ciò che si scrive.

C’è segno più sostitutivo della voce nella struttura come il punto di domanda? No, solo lui dà l’intonazione inequivocabile, cambiando il senso di una frase: solo lui può trasformare un’affermazione in una richiesta, una certezza in un dubbio; una speranza in un invito. Con lui si può sedurre, ammaliare, ma abusarne è affogare: nel mare della retorica, nel carico dell’enfasi; peggio, nella degenerazione della propaganda e della demagogia. Stucchevole o pericoloso, il punto di domanda. Fare attenzione…

Meravigliosi i due punti: promettono, creano un’attesa, annunciano una spiegazione, preparano una rivelazione. Introducono novità o discorsi. Sono voce vivace, aperta, disponibile. Che discute e si confronta. Da usare tanto, se si può.

punti

A volte, i punti, sono più di due. Come quelli di sospensione. Sono belli anche loro, perché dicono senza dire, sono uno sguardo pieno di significato, quando la voce viene meno, quando le parole sarebbero di troppo. Sono un appello all’intuizione, alla sensibilità, alla fantasia. A volte un’introduzione al mistero. Se tanto vogliono dire, bisogna pensarci bene prima di usarli ed abusarne…

P.S.: ma a scuola si insegna ancora a scrivere?

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