Singletasking

Singletasking è una nuova parola per dire una cosa vecchissima: facciamo una cosa alla volta. È il nuovo mantra slow, dopo anni di orgoglioso credo multitasking. Anni in cui, per fare tutto, ci siamo giocate amicizie, matrimoni, tempo libero, svago e leggerezza. Ma soprattutto neuroni. E collagene. A vagonate. Perché lo stress brucia entrambi a velocità fotonica. E non è un modo di dire. Ci siamo sentite molto “in gamba” nei panni delle equilibriste, ma l’abbiamo pagata. E adesso?

Adesso si cambia. Perché dall’America ci informano che il multitasking fa malissimo. E ce lo dicono dopo averlo inventato ed esportato a livello planetario, sfoderando nuove prove scientifiche: secondo una ricerca condotta dal Center for brain health dell’università di Dallas, fare più cose alla volta fa impennare il livello di cortisolo – l’ormone dello stress, appunto – con ricadute sulla salute di tutto l’organismo. Ma la scoperta peggiore non è questa (non occorre essere scienziati per sapere che ritmi forsennati non sono salutari). La scoperta peggiore è che il cervello, impegnato in contemporanea su più fronti, non diventa più performante, cosa di cui tutti noi nevrotici multitasking in cuor nostro eravamo certi, bensì perde capacità, perché è programmato per fare una sola cosa alla volta. Ogni attività che svolgiamo mette in funzione una specifica area cerebrale. Se ne compiamo diverse insieme, i neuroni deputati a svolgerle si riducono (muoiono? Si ammutinano? Scappano? Non l’ho capito). Ecco spiegato perché “facendone troppe” perdiamo colpi. Sembriamo smart, ma non è vero.

multitasking

Il problema ora è riprogrammarsi. Dopo esserci abituate a stra-fare, fare e basta ci sembrerà un’enorme perdita di tempo. Si può cominciare dalle piccole cose, per esempio parlare con chi ci sta di fronte evitando nel frattempo di: chattare con l’amica, ordinare la spesa online, postare su Fb la foto del gatto con la testa nel water, dare istruzioni alla tata, “maillare” direttive in ufficio e controllare il meteo. Oppure guidare e basta, senza tutte le attività collaterali di cui sopra. Il cervello si distrae, e se si distrae sbaglia: bastano 4 secondi per quadruplicare le probabilità di errore. Il cervello ha bisogno di concentrazione. Soprattutto quando invecchia. Perché i due emisferi, che in giovane età godono ancora di una certa flessibilità, con gli anni fanno più fatica a tenere tutto insieme. Gli adolescenti possono ascoltare musica dall’auricolare, guardare la tv, rispondere al telefono, studiare algebra, dormire, giocare alla Playstation e pomiciare, tutto insieme. Noi no. Non illudiamoci del contrario.

I peggiori effetti collaterali del multitasking però, questo gli scienziati non lo dicono, non sono fisiologici, ma esistenziali. Quanti racconti di nostro figlio ci siamo persi per rispondere a una mail di lavoro? Quante confidenze del compagno o dell’amica abbiamo inibito spezzando il discorso a metà perché pensavamo già ad altro? Il soggetto multitasking è sempre altrove (con la testa). Al colloquio a scuola quando è in ufficio. In ufficio quando è al supermercato. A casa quando è al supermercato. Di nuovo in ufficio quando è a casa. E così via. Sempre un passo avanti rispetto a dove si trova. Del tutto incapace di abitare il presente. Dunque, mai davvero presente a se stesso. Distratto, vacuo, evanescente. Iperproduttivo, ma sfuggente. Vorremmo vivere con uno così?

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