Signora Punteggiatura

punti2L’ impressione è quella dei coriandoli. Lanciati in aria, cadono un po’ qua, un po’ là. A caso.

O delle cacche di mosca. Stessa casualità.

Così si presentano i segni di punteggiatura nella maggior parte degli scritti che leggo.

Senza punteggiatura la scrittura non ha voce. E’ come un tratto d’asfalto che non porta da nessuna parte, che non ha soste. Un incubo senza respiro. Senza senso.

Quando Federica decise di essere una voce con la scrittura, conosceva il rischio. E la contraddizione, perché la voce rivela, ma nella scrittura muore.

Emozioni, intenzioni. Carattere, affetti. Sdegni, stupori, scoperte. Ironia, profondità. Gioia, malumore. Voce è tutto questo. E’ la voce che parla, con le parole, più delle parole. Questione di tono, timbro, calore. Di sguardi e di gesti che si accompagnano a lei, in uno spazio ed in un tempo condivisi.

Sulla carta o sullo schermo, invece, le parole sono sole e nude. Come si fa a far parlare le parole, a conferirle significati e rimandi di significato? Chi presta la voce alle parole nella scrittura? Il tono giusto?Semplici, piccoli segni, tratti impercettibili, inafferrabili quasi; a volte il niente di uno spazio bianco, che è segno di voce anche quello. Voce che tace.

Sono loro, soprattutto, a fare lo stile, il gusto, ossia quell’esiguo, ma prezioso margine di libertà individuale e di personalità, di voce nostra, di tempi e ritmi nostri, che ci è concesso nell’universo codificato del lessico e della sintassi in cui ci muoviamo.

Puoi infrangere la punteggiatura solo se la conosci. Puoi permetterti di non usarla solo se sai usarla, senza bisogno di essere Ungaretti o Saramago.

I punti. E’quello fermo che amo. Che uso di più. Solo e netto, separa, scandisce, definisce. Una frase, anche una sola parola, messa tra due punti, acquista spessore, incisività. Si fa assaporare. Mettere punto è guardare negli occhi chi legge. E’ parlare con chiarezza e profondità insieme. Spesso è andare a capo, che fa pausa e respiro. Per ripartire. Un’altra strada, un’altra vita. E’ il punto che dà lentezza, che ferma il nostro tempo veloce e superficiale.

Se vuoi andar di fretta, usa la virgola, snella e leggera, poco impegnativa, tanto per non attaccar le parole. A volte, in fondo, nemmeno necessaria. Se ne abusi, però, dà pesantezza. E più ne metti, più ti perdi. Periodi come labirinti. Metti punto per ritrovare il filo ed il pensiero. E te stesso.

Ma: o punto o virgola; non punto e virgola. Strano segno, questo, dalla regola incerta, dall’uso raro. Al più ci puoi separare gruppi dentro una serie. Segno di mente, non di voce (come le parentesi). Se pausa dev’essere, meglio il punto, da solo.

Non amo il punto (e la voce) che grida. L’esclamativo che fa la voce grossa. Ripetuto è un urlo addirittura. O una luce violenta, un segnale intermittente. Che disturba. Come usare tutte le maiuscole, il suo equivalente grafico. Tutti segni oggi molto usati. Perché raro è parlare piano, difficile convincere con la forza delle parole, faticoso attirare l’attenzione con l’interesse di ciò che si scrive.

C’è segno più sostitutivo della voce nella struttura come il punto di domanda? No, solo lui dà l’intonazione inequivocabile, cambiando il senso di una frase: solo lui può trasformare un’affermazione in una richiesta, una certezza in un dubbio; una speranza in un invito. Con lui si può sedurre, ammaliare, ma abusarne è affogare: nel mare della retorica, nel carico dell’enfasi; peggio, nella degenerazione della propaganda e della demagogia. Stucchevole o pericoloso, il punto di domanda. Fare attenzione…

Meravigliosi i due punti: promettono, creano un’attesa, annunciano una spiegazione, preparano una rivelazione. Introducono novità o discorsi. Sono voce vivace, aperta, disponibile. Che discute e si confronta. Da usare tanto, se si può.

punti

A volte, i punti, sono più di due. Come quelli di sospensione. Sono belli anche loro, perché dicono senza dire, sono uno sguardo pieno di significato, quando la voce viene meno, quando le parole sarebbero di troppo. Sono un appello all’intuizione, alla sensibilità, alla fantasia. A volte un’introduzione al mistero. Se tanto vogliono dire, bisogna pensarci bene prima di usarli ed abusarne…

P.S.: ma a scuola si insegna ancora a scrivere?

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