Purché sia smart

Chiamatelo come volete. Smart o remote working, lavoro agile o flessibile. Da ora fino a data da destinarsi è una realtà obbligatoria causa Coronavirus che ci confina in casa. Chi ne usufruisce raggiunge un accordo con la propria azienda su come e quando lavorare fuori dall’ufficio abituale, senza che nessuno controlli l’orario di uscita ed entrata. In realtà, lo si poteva fare già prima, solo che le norme del vecchio telelavoro erano troppo rigide in termini di sicurezza e deleghe, e spesso avevano come amara conseguenza la penalizzazione della carriera o la perdita del lavoro. Cosa che, assicurano i sostenitori, non succederà con lo smart working. Che, a sentire i racconti di chi lo pratica e dei media, ha il grande vantaggio di conciliare al meglio famiglia e lavoro, assicurando produttività e benessere…sarà proprio così?

Tutti più liberi e con più tempo per sé, nonostante la quarantena. Le testimonianze dei lavoratori sono positive: ci si può nel frattempo dedicare alla famiglia, caricare la lavatrice, riordinare le stanze, rimanere in pigiama. Ma siamo sicuri che seguire un progetto a distanza sia un vantaggio e ci renda comunque felici? Ecco 3 trappole nascoste a cui fare attenzione:

  1. Si perde la forza del team. Chi lavora a obiettivi non ha vincoli di orari ma solo scadenze da rispettare: basta che ciò che venga assegnato sia pronto al momento giusto. Stare fuori dall’impresa evita i tempi morti e le distrazioni dell’ufficio ma ha anche dei contro: può mettere in crisi la capacità di fare squadra, perché le relazioni sociali sono importanti e i risultati migliori si ottengono in team. È una flessibilità adatta a chi ha impieghi creativi o individualisti come il web designer o il traduttore, ma non è indicata per chi ha bisogno di continui feedback e non si accontenta di interagire via mail.
  2. Lo smart working costringe anche partner e figli a essere smart. Non sempre il tempo che si guadagna coincide con quello del resto della famiglia. Scegliere orari atipici è una pratica già diffusa tra freelance come grafici, consulenti o programmatori ed è sempre più frequente tra i millennials, le generazioni nate dagli anni ’80 in poi. Per loro trovarsi al pc alle 3 del mattino è normale, specie se non hanno ancora bambini. Per chi ha figli entrano invece in gioco variabili diverse nella gestione del tempo: la concentrazione viene a mancare perché spesso interrotti dalle richieste di attenzione dei piccoli, e il garantire una reperibilità in determinati orari risulta più difficilmente pianificabile.
  3. Reperibilità 24 ore su 24. Con il lavoro agile il risultato è che non stacchiamo mai e lasciamo che la professione invada il nostro privato. Per questo la parte più difficile è imparare a mettere dei paletti. Anche il disegno di legge in Parlamento prevede che vengano stabiliti i periodi di “riposo” per chi lavora in modo flessibile. Il consiglio è prendere accordi con l’azienda, meglio se scritti, sulle fasce di reperibilità e sulla retribuzione di eventuali extra time. L’altra arma per non trasformarsi in “schiavi” è l’autocontrollo: se non ci sono emergenze, rispondere a una mail alle 10 di sera è inutile e il mondo non crollerà se si aspetta la mattina dopo.

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