Perdersi a Marrakech

La natura introversa della città islamica nasconde Marrakech dietro un muro, quello lungo 19 km con nove porte e 200 bastioni che protegge la Medina, la città vecchia. Solo in piazza Jemaa el-Fna la città è subito alla vista, soprattutto al tramonto, quando i banchetti di street food si aggiungono ai venditori di succo d’arancia, erboristi, cavadenti, incantatori di serpenti, donne che dipingono con l’henné, portatori d’acqua. Il teatro a cielo aperto che ha fatto entrare “la place” nel Patrimonio immateriale e orale a detta dell’Unesco. E sì che Jemma  el-Fna significa “assemblea di morti”, ma non c’è niente di più vivace di questo spazio che vive fino a notte fonda, oggi come in passato. A sorvegliarla il minareto della moschea Koutubia, l’edificio più alto con i suoi 70 metri, faro esclusivo in una città tutta orizzontale. Ai suoi piedi la fila delle carrozze colorate che aspettano i turisti (un’ora costa 80-100 dirham, 7-9 euro).

A nord della piazza attendono i souq, i mercati coperti dove sembra siano stati convocati tutti gli artigiani del Marocco: i calzolai delle celebri babbucce, i pellettieri, i fabbri, i conciatori, i tessitori di tappeti (da questi ultimi due andateci rispettivamente la mattina e intorno alle 16.30, per il resto evitate il venerdì, giorno in cui le attività si riducono). Nella città che si nega agli sguardi indiscreti la merce è invece ostentata e passa di mano in mano dopo l’inevitabile contrattazione. È gradito che il viavai delle trattative duri una piccola sostanziosa eternità…trattative che hanno un regista occulto, una figura in disparte nel negozio, ma decisiva per la conclusione dell’affare, una specie di capo apparentemente spirituale dei prezzi. Impossibile non cedere alla tentazione di uno shopping in salsa berbera, pronti a mercanteggiare sorseggiando il famigerato tè alla menta inebriati da Garam Masala e incensi. Perdersi sarà una meraviglia, per lasciarsi sorprendere da tutti i volti delle viuzze punteggiate di botteghe. Per avere uno dei patinati caffettani resi popolari da Marta Marzotto, bisogna fare un salto nella Maison du caftan (al 65 di rue Sidi El Yamani Mouassine): un modello in cotone per il mare costa 1300 dirham (17 euro), uno più elaborato con inserti di velluto nero 3200 (288 euro). Sono di produzione locale, in passato sostenuta dalla stessa Marzotto. Altra tappa inevitabile è Topolina (place de la Kasbah), dove una signora francese, Isabelle Marì, vende con successo abiti originali (535-1070 dirham, 50-100 euro), camicie (535 dirhacm, 50 euro) e accessori. Per le babouche, must have di stagione e vera maroquinerie, segnatevi Quabil (59 Dab Cher Ca). Le lampade decorate e le iconiche lanterne, simbolo delle luci e ombre di Marrakech, si trovano alla Milord Art Gallery (suoi Charatine Talàà 48) o da Moustapha Blaoui.

Mangiare a Marrakech non è mai stato tanto gustoso e chic. L’apertura di nuovi ristoranti modaioli nella medina e nella Ville Nouvelle ha decisamente migliorato il panorama gastronomico di Marrakech.  Complesso-boutique aperto di recente è la Terrasse des épices, che culmina con l’omonimo Cafè (rahba Ladina 75), una delle occasioni per contemplare dall’alto il labirinto della città che dà il nome al Paese. Così come la terrazza-tetto del ristorante Le jardin (suoi Sidi Abdelaziz 32) dove assaggiare l’harira, la zuppa tradizionale con pomodoro, carne di manzo, lenticchie, ceci, sedano, servita con i datteri (50 dirham, 4,5 euro). O quella del caffè letterario Dar Cherifa (8 derby Chorfa Lakbir Mouassine) che non ci vi aspettereste mai, nascosto com’è dietro il pesante portone, come spesso succede nella Medina: uno degli esempi più belli di recupero dei riad, i palazzi storici della città vecchia. Prendete qualcosa sul bar terrazza, all’ultimo piano. Magari di sera, quando il cielo di Marrakech si riempie di stelle e, sopra l’orizzonte delle palme e dell’Atlante innevato, sale una mezzaluna.

 

Valgono il viaggio il Palais de la Bahia, un sontuoso palazzo del XIX secolo, cornice in cui una minuscola percentuale di eletti viveva nel lusso. I suoi saloni furono decorati dai migliori artigiani locali con una profusione di zellij (mosaici di piastrelle) e zouak (soffitti in legno dipinto). Nello stesso quartiere della Kasbah c’è un complesso di tombe per cui vale la pena morire: le Tombe dei Saaditi. Il sultano Al-Mansour affidò l’esaltazione della propria gloria terrena a questo gioiello monumentale in marmo, l’ultimo sfarzoso tributo all’epoca più grandiosa della dinastia saadita. In pieno ritmo frenetico della Medina si trova un’oasi verde di pace, Le jardin secret. Una volta entrati non si uscirebbe più: nel silenzio si passeggia nei giardini, uno islamico e uno esotico, e si sale su una torre alta 17 metri. Nel padiglione, un video spiega come arriva l’acqua nelle Medina, mentre all’uscita c’è un’irresistibile boutique. Da qui è facile raggiungere Le musée Mouassine, una dimora del XVIII secolo con porte intarsiate e mosaici, che testimonia l’abilità dell’artigianato locale. Infine non può mancare il Jardin Majorelle, creato dal pittore Jacques Majorelle e in seguito riportato in vita da Yves Saint Laurent. All’interno il museo berbero, uno scrigno delle meraviglie e il museo dedicato allo stilista.

 

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