Ognissanti e ricordi

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Dovremmo meditare sulle cose ultime. E invece l’ occasione è mondana. Come sempre quando il rito è comandato. E ci si ritrova a parlare dei vivi. Forse per “sentirsi” vivi e allontanare pensieri sgraditi.

Esorcizziamo ogni giorno vecchiaia e morte, ma oggi, paradossalmente, di più: soffochiamo nel business del commercio floreale e nelle chiacchiere tra parenti (spesso sconosciuti per il resto dell’anno), il disagio del ricordo imposto e la consapevolezza del tempo che passa inesorabile.

Negli aggiornamenti chiesti e dati su noi stessi con profusione d’informazioni attorno ad una tomba, chiediamo di altri vivi e delle loro vicende, cerchiamo di dare consistenza all’effimero e durata al divenire.

Ci sembra di essere eterni e ci scordiamo di essere niente. Vogliamo che si parli della nostra vita, della nostra morte e delle nostre paure. Come quella che ci coglie, ad esempio, di fronte alla possibilità incombente dell’attimo fatale, dell’incidente che interrompe bruscamente la nostra quotidianità. Mentre intorno tutto rimane uguale. Indifferente e insensato.

È in giorni di festa come questi che riemergono i ricordi di ognuno di noi. Ricordi che possono far male, ma sono tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che siamo. Se ci restituiscono episodi dolorosi, la distanza attenua la morsa, i contorni si fanno meno netti, sfuggenti; persone e cose si scolorano e tra la nebbia e le ombre può farsi strada qualcosa che ancora non avevamo notato o pensato. Qualcosa che può darci una ragione, un motivo di consolazione. Siamo esseri molto complicati. Ricordare non è solo passare in rassegna gli oggetti vecchi in soffitta, non è solo sfogliare un catalogo o tirare fuori una cosa dopo l’altra, ritrovata intatta così come l’avevamo riposta. Ricordare è selezionare e ricostruire.

Ricordare è un lavoro, non un lusso.

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