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Cosa facevamo prima, durante tutto quel tempo che oggi dedichiamo al nostro smartphone? Pensavamo di più? Sforzavamo la nostra memoria? Ripassavamo i nostri ricordi? Quando si era irreperibili e ci si crogiolava nella noia del “tempo perso”: l’attesa alla fermata dell’autobus, la fila davanti a un museo a guardare le facce e a chiacchierare col vicino. Ormai abbiamo dimenticato come impiegavamo i minuti e forse le ore che adesso immoliamo in compagnia del nostro smartphone. Non parlo solo delle telefonate naturalmente, ma dell’estenuante lettura di messaggi, mail, Instagram, notifiche varie, senza dimenticare le chat di WhatsApp e le ricerche su Google a volontà…nuovi studi scientifici calcolano che gettiamo lo sguardo sul telefono per verificare qualcosa (spesso non sappiamo neanche bene cosa) una media di ogni 15 minuti, compiendo un gesto oramai automatico e compulsivo. Per non parlare del tempo perso per cercare il telefonino stesso che temiamo di aver smarrito: ipotesi che ci getta nel panico più nero.

Tra le varie ossessioni contemporanee di cui siamo facili prede, ora si aggiunge anche l’addiction da telefonino, ed era prevedibile, anche se pensiamo sempre siano gli altri a soffrire di questi sindromi esagerate. Eppure leggendo i sintomi sul nuovo manuale “Pausa” della lifestyle coacher Danielle Marchant, viene il sospetto che riguardi tutti noi: “Il tuo telefonino è la prima cosa che cerchi appena sveglio e l’ultima che guardi prima di andare a dormire?”. Ecco allora devi cominciare a preoccuparti, perché l’autrice spiega che questa attività compulsiva non è solo tempo perso, che potremmo dedicare ad altre attività più interessanti, ma è proprio una piccola droga quotidiana che disabilita il cervello e alla lunga inibisce la capacità di concentrazione, di approfondire i pensieri e creare nuove memorie. Ma non è così facile mettere in pratica la modalità offline perché ormai il telefono è diventato il nostro dj, la nostra macchina fotografica, la sveglia, il meteo, il calendario, il personal trainer, il dottore e la dietista, oltre a essere il filo che ci lega ad amori e persone care. E ammettiamolo, è anche un tonico per la memoria che con un semplice clic ci riporta a galla nomi di film, date storiche ed eventi che altrimenti sarebbero persi nelle sinapsi come lacrime nella pioggia.

Proprio perché non è facile riprendersi la vita divorata da questi nuovi strumenti tecnologici, la Marchant ci consiglia di comportarci come in  una storia d’amore un po’ troppo asfissiante; seguendo la metafora amorosa si può, senza bisogno di lasciarsi per sempre, intraprendere una strategia light di emancipazione che comprende weekend preziosi con la famiglia e un alleggerimento dei controlli reciproci. Pratica spinosa da mettere in pratica con un partner decennale, ma chissà, forse con un telefonino…l’importante non è tanto darsi dei limiti al tempo di connessione, ma ripristinare un contatto con quel “sé” perso tra hashtag ed emoticon.

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