Nostalgia chiama ricordi

Uno strano stato d’animo permea le anime sensibili in autunno più che in altra stagione, difficile da definire tante sono le sue sfumature, alcune quasi indescrivibili.  La chiamano Nostalgia, che come tante altre parole di uso comune, deriva dal greco νόστος = ritorno e αλγος = dolore, quindi dolore del ritorno o, più propriamente, dolore per il mancato ritorno. Una nostalgia delle cose vissute. O una di quelle mai vissute, che forse non potremo mai vivere; una nostalgia che nasce dal ricordo dei nostri sogni del passato, oggi cambiati o solo sbiaditi, che ci provocano tristezza mista a sottile sofferenza. Condizione, stato d’animo, preludio alla pazzia o alla genialità, la nostalgia è una caratteristica comune al genere umano.

Un punto di riferimento sicuro per inoltrarsi nei meandri di questo sentimento senza dubbio è lo scrittore Antonio Tabucchi che, sull’argomento, ha scritto pagine illuminanti. Perché esiste la classica “saudade”, categoria dello spirito attribuita alla cultura portoghese che, da sempre, ha coltivato quest’attitudine di tenero rimpianto, venato di rimembranze malinconiche. Ed è anche riuscita a declinarlo con successo in numerose poesie e canzoni memorabili. Secondo una serissima università britannica, la parola “saudade” è uno dei termini più difficili da tradurre nel mondo. Tabucchi avrebbe consigliato di leggere l’opera omnia di Fernando Pessoa per capire esattamente di che cosa stiamo parlando. Ma anche solo consultando “Viaggi e altri viaggi“, bellissimo libro proprio di Tabucchi, in poche righe, si svela il mistero della nostalgia più canaglia di tutte, quella che prende nel momento stesso in cui si sta vivendo un fatto che ci rende felici e che, anche se non è ancora passato, già ci procura un dolente struggimento. Un vero cortocircuito sentimentale che lo scrittore sintetizza portandoci in cima a Rua da Saudade, a Lisbona: lì, davanti al panorama della città dall’alto, in un momento quasi perfetto della vostra vita, verrete colti alle spalle da una leggera malinconia, dovuta alla consapevolezza di quanto quell’istante vi manchi proprio mentre lo state ancora godendo. Può succedervi durante una serata perfetta con l’amato, o mentre state osservando il vostro bambino che pronuncia per la prima volta la parola mamma. Nostalgia che si trasforma così in ricordi…

Uno si separa insensibilmente dalle piccole cose, come fan le foglie che in tempo d’autunno, lasciano nudo il ramo…” cantava con trasporto Chavela Vargas in “Canciòn de las simples cosas“: chi di noi non si è mai affezionato a qualche frammento del proprio passato? Una scatola di fiammiferi di un ristorante che non c’è più, dove abbiamo vissuto una delle cene più romantiche della nostra vita; o una boccetta di profumo ormai vuota che troneggia ancora sulla nostra scrivania, conservata religiosamente perché regalata da un antico ma tenero amore. Nessun trasloco o smania di riordino ci hanno mai convinto a buttarli e continuano a condividere la nostra esistenza posteggiati in nuove case che li accolgono sempre con affetto: ci scaldano il cuore, ci fanno compagnia, ci definiscono e ci raccontano chi siamo nei momenti di smarrimento e nostalgia appunto.

Cosa lega un bicchiere di latte a un uccello impagliato? E una carpa a un biscotto smangiucchiato? All’apparenza niente, ma se questi oggetti sono stati testimoni di una storia che abbiamo intrecciato con una persona cara, assumono per noi un significato profondo e si candidano a far parte della nostra memoria sentimentale. I ricordi sono affamati di tracce e segni che li facciano rivivere e li riportino a galla dal mare sommerso del nostro passato. Ricordi incessanti perché la vita già passata ha sempre qualcosa di magico, di più magico del presente che spesso ci delude e del futuro che non conosciamo. Sai che indietro non si torna e vorresti tanto poter essere un gambero, senza doverti accollare i dubbi del presente e la paura dell’ignoto che ti aspetta. E’ vero, certi legami sono indelebili, certi rapporti sono sigillati con cera doc. Vero anche che spesso basta un soffio per far crollare il castello, se è di sabbia. E quanta tristezza certe volte dover voltare pagina, rendersi conto che si è alla fine di un capitolo che ci è tanto piaciuto e che vorremmo fosse infinito. Quanta sofferenza dover ammettere che dopotutto si cresce, si diventa grandi, si cambiano abitudini e stili di vita. L’importante, come diceva Calvino, è “cercare e saper riconoscere chi e che cosa in mezzo all’inferno non è inferno e farlo durare e dargli spazio“.

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