mobile class

Un miliardo di utenti iscritti per Facebook; 200 milioni per Linkedin e 30 per Foursquare; 300 milioni per Instagram e anche per Twitter, solo per restare al mondo occidentale. Dal più grande al più piccolo, andata e ritorno, tutte le esigenze e tutti i gusti possono essere accontentati perché là fuori il mondo delle reti sociali è sempre più ampio, ingombrante, avvolgente fino a essere intrusivo.

Più del tifo calcistico, e molto più della passione politica, le vere comunità oggi si modellano e identificano per l’uso di questo o di quel network. Con la differenza che mentre tifo calcistico e passione politica sono (o dovrebbero essere) coerenti e immutabili, l’utilizzo di social differenti è pratica comune, perché il “condividere” è la regola. E di condivisione, relazione e tecnologia sociale si è ampiamente trattato durante la Social Media Week milanese, appena conclusasi. Protagonisti i tanti social network a disposizione di una mobile class sempre più esigente, che utilizza quotidianamente Internet per accorciare le distanze, facilitare nuovi contatti, creare bisogni e soddisfarli. Ma anche per vendere e comprare qualsiasi cosa. Inclusi se stessi, le proprie competenze, professionalità e idee. Come nella vita di tutti i giorni: ciascuno di noi ha famigliari, amici, colleghi e conoscenti. La differenza è che, on line, questa rete di relazioni si allarga a dismisura. E arricchisce il nostro “capitale sociale”, il patrimonio di relazioni su cui contare per far circolare idee, trovare un impiego, risolvere un problema, raccogliere alleanze per un progetto.

Come ogni comunità che si rispetti, ci sono un paio di regole fondamentali da seguire: innanzitutto il presentarsi e spiegare perché stiamo invitando qualcuno ad accettare la nostra amicizia. Secondo essere snob. Ovvero non dare a tutti lo stesso valore, non cedere l’amicizia a chiunque ma stabilire ed impostare un livello di privacy. Evitiamo poi di iscriverci a tutti i network possibili ma individuiamo quello che fa davvero per noi. Io per esempio non sopporto Facebook e adoro Instagram, dove un “Mi piace” non viene segnalato nel flusso di immagini di un altro iscritto (che può mettere becco laddove non è invitato) e si seguono persone per le quali c’è un effettivo interesse per le cose che pubblicano. Chi è avaro di sé e delle sue informazioni e chi tiene la “partita doppia” dei consigli che elargisce, aspettandosi sempre qualcosa in cambio, non è decisamente tagliato per fare rete on line. Nel network le energie e i contatti devono circolare senza un tornaconto.

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