Maternità uguale felicità?

Passati i festeggiamenti per la festa della mamma, incalza oggi una riflessione: ma la felicità e l’affermazione di una donna dipende dall’avere figli? E chi non può farne o decide di non volerne, è tagliato fuori dal progetto “vita felice”?

Background with silhouette of pregnant womanGenerare è desiderare, mettere al mondo, prendersi cura. È dare e ricevere. Pro-creare, lo dice l’etimologia stessa, indica un’azione creativa indirizzata a vantaggio di qualcosa o di qualcuno. C’è quella biologica, finalizzata alla riproduzione della specie e comune a tutti gli animali, ma c’è anche quella culturale, che punta a rendere migliore, più consapevole e umana, l’organizzazione sociale. Quest’ultima non deve essere vista come un ripiego ma come un’altra via, che può scorrere parallela o essere un’alternativa. Se non si possono o vogliono avere figli, si ha comunque la possibilità – o forse il dovere – di mettersi in gioco in altri campi. C’è un mood dell’anima che porta le donne (e non solo loro) verso la soddisfazione per ciò che sono e fanno: è l’abilità di cambiare i propri progetti senza tradire la spinta vitale che li anima, la saggezza di valorizzare ciò che si ha senza affanno né rimpianto. La vita si costruisce a partire da quel che c’è e non da quel che manca.

Di indispensabile, alla felicità e alla realizzazione di una donna, c’è solo la capacità di attivare le proprie risorse personali. Evitiamo di correre il rischio di tornare ad una maternità imposta come suprema ed unica forma di realizzazione personale a tutti i costi, anziché liberamente scelta. E resta il fatto che anche quando si è scelto di diventare madri, esserlo non è affatto facile…scrive Umberto Galimberti: “Il figlio, ogni figlio vive e si nutre del sacrificio della madre: sacrificio del suo tempo, del suo corpo, del suo spazio, del suo sonno, delle sue relazioni, del suo lavoro, della sua carriera, dei suoi affetti e anche amori, altri dall´amore per il figlio”.

Io che ho scelto la maternità vivo con più leggerezza ma non lentezza; ho una riserva di allegria quotidiana ma pochissimo tempo per me; sono diventata abile nel problem solving giornaliero ma più ansiosa per il futuro; ho imparato a cedere il passo al compromesso ma col risultato di sentirmi spesso nervosa e stufa. Pro e contro.
L’importante è non fingere, non recitare la parte della “buona madre ad ogni costo”, modello di dedizione e sacrificio solo perché così vogliono tradizione e legge di natura. Meglio dire basta ogni tanto, riappropriarsi di se stesse e mostrarsi persone, né eroine, né vittime sacrificali. E offrire gratis l’amore.

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