Malinconia portami via

È come portarsi dentro un giorno di nebbia che avvolge il cuore e dove l’aria è inumidita da una pioggerella lieve, impercettibile, ma dolcemente calda. Non è l’accecante raggio del sole a trafiggere l’anima, a illuminare i pensieri, ma una bruma impalpabile che si deposita addosso e assopisce…che cos’è quella ruga in fronte, quella nuvola che attraversa gli occhi? La malinconia mi abita da sempre. Sembro assorta nei miei pensieri (e chissà quali…) mentre parlo, scrivo, mi affaccendo come tutti. Anche quando cammino, viaggio in un mondo lontano, leggermente ombreggiato. Non temo che il vuoto mi inghiotta, perché in quel crepuscolo trovo infiniti fiori, nascosti alla vista di tutti, non alla mia. Piccolissimi spilli di luce, preziosi come diamanti, conficcati nella roccia, accessibili solo a me, che ben mi oriento nel crepuscolo. Non temo né ho paura dell’ombra tiepida  della malinconia, una terra dai frutti segreti.

Malinconia deriva dal greco μέλας «nero» e χολή «bile»: bile nera è uno dei quattro umori (insieme a bile gialla, flegma e sangue) dalla cui combinazione dipendono, nella medicina greca e romana, gli stati d’animo delle persone. Da essi derivano anche i cicli del creato, come le stagioni. E, etimologicamente, i vari caratteri: melanconico, flemmatico, sanguigno e collerico. Una convalescenza dell’anima quindi, un percorso di purificazione del cuore. Impossibile da combattere, allora la si assapora, scoprendo che può aiutare ad entrare nel profondo di sé e rivelare parole che non avremmo mai conosciuto. Lo sapeva bene Baudelaire per il quale la malinconia, lo spleen, era il momento creativo per eccellenza, il presupposto della poesia; in una delle sue opere, il poeta vive separato dal mondo ideale e sta sulla terra come l’albatros: quando vola è meraviglioso, ma quando cammina sul ponte della nave è goffo e viene deriso dai marinai. Questo significa che la perdita del mondo reale porta alla sofferenza. E la sofferenza diventa slancio creativo. Ecco che la malinconia diventa uno stato d’animo che arricchisce. Victor Hugo la definiva “la gioia di sentirsi tristi” e Aristotele scriveva che è un sentimento condiviso da tutti gli uomini di genio. Perché essere malinconici è come vivere una tristezza diventata leggera, come intuiva Italo Calvino. Uno stato d’animo nel quale cresce la creatività e l’introspezione.

Sovente il malinconico viente considerato una persona triste dai più, ma a differenza della tristezza che è mancanza di fiducia, incapacità di provare emozioni e prendere iniziative, la malinconia è una camera di decompressione delle delusioni e delle cose spiacevoli accadute. Non è ansia per obiettivi difficili da raggiungere, bensì memoria e rielaborazione di fatti e incontri. Un ripensamento lento e dolce in cui la mente si riarmonizza. Basta abbracciarlo e ascoltarsi. Il malinconico rifugge dal caos e dall’allegria altrui, per entrare in ascolto con il proprio mondo interno, difficile da sentire se non si spegne, almeno per un po’, il rumore di fondo del quotidiano. A me personalmente questo spazio interiore porta benessere e lo avverto come necessità. Quando manco a sperimentarlo, ne provo profonda nostalgia. Come un fiore ho il bisogno di raccogliermi, ripiegarmi per ritrovarmi e aprirmi di nuovo. Malinconia portami via…per poi farmi tornare.

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