“L’infinito viaggiare”

Io in queste vacanze di Pasqua ho viaggiato. Ho visto e imparato tante cose. Gli occhi e la mente, ancora pieni del viaggio appena concluso. Ma non sazi, non appagati. Pronti a ripartire ancora.

All’inizio la Spagna, nell’indefinito luogo della Mancia (“piatta, quasi sempre uguale sotto il cielo, solo vero confine l’orizzonte“), sulle orme di don Chisciotte. Da Argamasilla de Alba, da dove è partito, passando per El Toboso (che “è anzitutto una gamma di colori assoluti: il bianco abbagliante delle case, il blu indaco intenso del cielo e dei bordi dipinti sui muri; anche il vento sembra avere la chiarità di un colore luminoso“) sono arrivata a Campo de Criptana, dove ho visto veramente i “giganti”, quattro grandi mulini a vento, stagliati in lontananza sulla collina, ed ho capito: “La follia di don Chisciotte è sempre, in qualche modo, realista e veggente; certo molto più della miopia di chi vede solo la facciata delle cose e la scambia per l’unica e immutabile realtà. Sono i don Chisciotte ad accorgersi che la realtà si sgretola e può cambiare; i pretesi uomini pratici, orgogliosamente immuni da sogni, credono sempre, sino al giorno prima della sua caduta, che il Muro di Berlino sia destinato a durareDon Chisciotte non ha paura; si offre all’incertezza del vivere, che gli porta disastri, legnate, porcherie, umiliazioni. Ma egli non ha fede nella vita, che non sa quel che fa, bensì nei libri, che dicono non la vita ma ciò che le dà senso, le sue insegne. Per queste insegne egli si batte e viene quasi sempre ridicolmente battuto, perché quasi sempre il bene perde e il male vince. Ma nemmeno disarcionato egli dubita di quelle insegne“.

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Vagabondando, errando, mi sono spinta fino in Cantabria e da lì il richiamo irresistibile del mare mi ha portato su, fino alle Scilly, le mitiche Isole Fortunate, le Esperidi degli antichi. Aspre e brulle sul versante esposto all’oceano, miti e rigogliose sul lato interno, svelano il doppio volto del mare: “Sulla spiaggia affacciata all’aperto, ma anche fra gli scogli e gli isolotti, è il mare di tempeste e uragani, dei trecento e più naufragi avvenuti dal XVII secolo ad oggi sulle Scilly con perdita di tante vite umane: è il luogo dell’avventura e della sfida, della prova, della lotta. Dall’altra parte è il luogo della felicità, della grande persuasione e del grande abbandono, del sì incondizionato che si dice alla vita, lasciandosi andare alle onde o restando distesi sulla spiaggia, in quell’armonia col puro e assoluto esistere privo di ogni attività e di ogni determinazione, col lento e vuoto ruotare delle ore che è forse la percezione più libera, più intensa e più beata del mondo… Il mare è assoluto, intenso fino al punto di diventare talora doloroso. Tra questi colori dell’acqua e della sabbia di granito che la fa splendere d’una candida fosforescenza ci si spoglia di tutto ciò che è banale, accidentale, relativo: si vorrebbe afferrare l’essenza della vita, liberarsi di tutti gli ingranaggi dell’esistenza che ci impediscono di vivere, togliersi di dosso i meccanismi della retorica come ci si toglie i vestiti. Si leva una buccia dopo l’altra alla vita falsa per afferrare quella vera, la felicità, e si ha la sensazione di avvicinarsi a un nucleo così essenziale, così puro da assomigliare al nulla“.
Ma poi, di nuovo sulla terraferma, fino a San Pietroburgo, in quel Nord che “è essenzialmente la sua luce e in particolare quella del pomeriggio avanzato, quando il giorno trapassa in una sera annunciata già da qualche ora ma che sembra non calare mai, indefinitamente rinviata da una chiarità tenace. Una luce tersa, che rende l’aria trasparente e avvolge le cose nel bagliore di una struggente lontananza, nella nostalgia di tutto ciò che manca“. Al Nord, per smascherare il mondo guardandolo dai margini di un fiordo.

Sono rientrata a casa oggi, appena voltata l’ultima pagina de “L’infinito viaggiare” di Claudio Magris, uno dei libri più belli che abbia mai letto.

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