L’anno sabbatico

Fino all’altro ieri era roba da neolaureati in attesa di occupazione. Al massimo, un privilegio per i supermanager della new economy. Per il resto, guai a chiedere un anno sabbatico alla propria azienda. Perché il time out professionale suonava ai capi come la pausa di riflessione nelle coppie: un escamotage per prendere gradualmente le distanze e non tornare più indietro…e poco importava che sulla carta (legge 53/2000) la prassi fosse ammessa e concessa o che all’estero sapesse di consuetudine da una decina d’anni, forse anche di più.

discoveryIl primo boom è esploso negli Usa già agli inizi del 2000. In Gran Bretagna, nel 2008, il 37 per cento delle imprese aveva elaborato politiche di incentivazione del gap year (si chiama così nei Paesi anglosassoni). Contemporaneamente, in Nuova Zelanda, i boss hanno preso a raccomandare ai dipendenti un sano stop a tempo determinato, con l’obiettivo di ritrovarli dopo più motivati e meno stressati. In Italia, niente da fare: fermarsi un giro per imparare una lingua straniera sul posto o seguire progetti di cooperazione internazionale e di volontariato, per frequentare un corso di scrittura creativa o girare il mondo zaino in spalla, non era ancora considerata un’opportunità. Invece scegliere il gap year rivela la capacità di mettersi in gioco, di uscire dalla zona di comfort. Curiosità, dinamicità, doti di organizzazione, coraggio…tutte skills che arricchiscono qualunque curriculum. E adesso, complice la crisi che continua a mordere, la mentalità pare stia cambiando. A mio parere  l’anno sabbatico dovrebbe diventare obbligatorio, come il tagliando all’automobile. Del resto, anche il career break è una specie di check-up: un modo intelligente per fare il punto su se stessi e i propri obiettivi. La maggior parte delle persone che riesce a programmarlo torna rivitalizzata, sollevata dal burnout, persino grata al datore di lavoro.

Per chiedere un break servono stile e un’ottima conoscenza del contesto lavorativo, bisogna saper dimostrare che è un’occasione per investire sulla propria formazione e puntare sulle ragioni profonde che spingono a una scelta del genere – che non sono mai banali visto che si devono mollare abitudini e sicurezze, dare un arrivederci agli affetti e mettere a tacere l’angoscia di passare per poco motivati e di avere il timore che una volta rientrati il ruolo sia stato assegnato a un collega…è facilissimo e comprensibile trovare una scusa. La forza sta nel trasformare quella scusa in ostacolo, e, a quel punto, individuare la soluzione per aggirarlo. Se si guarda a ciò che si lascia, non lo si lascia più. Però, una volta presa la decisione…quante nuove prospettive si apriranno…

 

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