La Donna Giusta

 

Qualcuno ha detto che l’ha scritto per dimostrare che la donna giusta non esiste. Non sono d’accordo: lui ha voluto dirci che la donna (l’uomo) giusta (giusto) esiste. E’ quella che l’amore sceglie per te, quella che si sente prima ancora di vederla (non c’è bisogno degli occhi per vedere quello che è nostro) e poi, semplicemente, la si riconosce. Quella che spesso appartiene ad un ambiente diverso dal tuo, che ti mostra un modo differente, ma complementare, di vedere le cose, svelandoti un altro mondo, più ricco, pieno, che finisce col diventare il tuo (il nostro mondo è la persona che amiamo), strappandoti alle abitudini congelate ed al peso della solitudine. Una donna così non la costruisci, non la modelli a tua immagine e somiglianza. Se sei fortunato, semplicemente, la incontri.
Perché le cose, semplicemente, accadono. ”Può davvero capitare che un giorno qualcuno entri nella stanza e che noi subito diciamo: ecco, è lei!…? La donna giusta, come nei romanzi…Non riesco a rispondere a questa domanda. Posso soltanto chiudere gli occhi e ricordare. Sì, allora accadde qualcosa. Una corrente?…Un’irradiazione?…Un contatto misterioso?…Queste non sono che parole. Ma è sicuro che gli esseri umani non comunicano sentimenti e pensieri esclusivamente con le parole”.
Ma non basta. Alla fortuna devi aggiungere il coraggio.
…a causa della loro vanità, le persone non osano accettare il dono dell’amore, ci vuole un gran coraggio a lasciarsi amare incondizionatamente. Un coraggio che è quasi eroismo. La maggior parte delle persone non sa amare né lasciarsi amare, perché è vigliacca o superba, perché teme il fallimento. Si vergogna a concedersi a un’altra persona, e ancor più ad aprirsi davanti a lei, poiché teme di svelare il proprio segreto… Il triste segreto di ogni essere umano: un gran bisogno di tenerezza, senza la quale non si può resistere”.
Ma non basta. Al coraggio devi aggiungere l’umiltà.
L’amore c’è o non c’è. Che altro resta da capire?…Sai, quando si invecchia, si scopre che le cose stanno in modo diverso, che bisogna «sapere come si fa», bisogna imparare tutto, anche ad amare…Non basta amare, cara. L’amore può anche trasformarsi in grande egoismo. Bisogna amare con umiltà…”.

Pubblicato in parte nel 1941, ripreso nel 1949, rielaborato e concluso nel 1980, contiene la parabola amara della nostra civiltà di massa, meccanizzata ed enigmatica. Una società che ha smarrito il significato delle parole (non credeva più che le parole messe l’una dietro l’altra potessero ancora aiutare il mondo e le persone. Ed è proprio vero, al giorno d’oggi le parole sono state talmente deformate…persino le più semplici…Sono diventate inutili, come i monumenti. Si sono trasformate in brusìo…il loro suono si è distorto, come quando vengono urlate e gracchiate dagli altoparlanti). Una società che ha perso il valore della vera cultura.
Noi crediamo che cultura sia se uno sa tante cose a memoria, oppure fa una vita raffinata, se non sputa per terra e non rutta quando sta a tavola. E invece è un’altra cosa. Non è il fatto che uno sgobba sui libri e alla fine ha in testa tante nozioni, o impara le buone maniere…la cultura è quando una persona…o un popolo…sono pieni di una gioia immensa!…Ormai in giro ci sono solo esperti, che però non sanno dare quella gioia che è la cultura…
La cultura è un riflesso condizionato, qualcosa che non si può imitare, comprare o rubare. E in una civiltà dove il valore è ridotto a merce o è la merce ad essere l’unico valore; in una società capovolta, dove mentre prima era il proletario che sgobbava per mettere insieme tutto quello che serviva al signore, adesso invece è il signore che si scervella per trovare il modo di convincere me, il proletario, a consumare tutto quello che produce lui, il borghese, non c’è spazio per la cultura.
Sono le donne, paradossalmente, a riassumere in loro il cambiamento.
La verità è che in questo sistema la donna vuole mettersi costantemente in vendita: a volte in modo deliberato, più spesso senza averne coscienza, lo ammetto. Non voglio dire che ogni donna sia del tutto consapevole di trattare sé stessa come merce da vendere…ma non credo che qualche eccezione possa smentire la regola generale. Non voglio nemmeno accusare le donne: loro non possono fare altrimenti. Certe volte è davvero triste assistere a questa continua offerta di sé, a questa civetteria sciocca e vanitosa che nasconde una profonda amarezza, soprattutto quando una donna si rende conto di quanto sia difficile la sua situazione, perché ci sono altre più belle, più eccitanti o più a buon mercato di lei…Dato che la concorrenza è ormai sfrenata e in ogni città d’Europa abitano più donne che uomini, e per loro non c’è posto nelle libere professioni, che cosa possono mai fare queste poverette, nelle loro infelici esistenze muliebri?…Si offrono. A volte in modo virtuoso, pudico, a occhi bassi, simili a tremule noli-me-tangere che in cuor loro tremano invece al pensiero che noi non le toccheremo mai…E poi ci sono quelle più consapevoli, che si avviano ogni giorno alla battaglia a passo deciso, come i legionari romani che sanno di combattere contro i barbari per la difesa di un impero…No, amico mio, non abbiamo alcun diritto di giudicare severamente le donne. Possiamo soltanto compatirle – e forse non è neanche di loro che dobbiamo avere compassione, bensì di noi stessi, di noi uomini, incapaci di risolvere la crisi latente e dolorosa del grande mercato della civiltà”.
La donna giusta è quella che non si vende.

…riesci ad avere davvero qualcosa dai libri solo se sei capace di mettere qualcosa di tuo in ciò che stai leggendo. Voglio dire solo se ti accosti alla lettura come a un duello, con lo stato d’animo di chi è disposto a ferire e a essere ferito, a polemizzare, a convincere e a essere convinto, e poi, dopo aver fatto tesoro di quanto hai imparato, lo impiegherei per costruire qualcosa nella vita o nel lavoro…”. E’ esattamente quello che avviene con “La donna giusta” di Sàndor Màrai.

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