Imperfetto è il nuovo perfetto

connasseLa donna perfetta è una cretina“. O meglio, “stronza”. Lo sostengono la giornalista Anne Sophie e la comica Marie Aldine Girard nel saggio intitolato, punto, “La femme parfaite est une connasse“. In Francia è stato un caso letterario: in pochi mesi, 300.000 mesdemoiselles lo hanno comprato, dando ragione alle autrici che prendono di mira le tipiche fissazioni di donne ormai stanche di inseguire la perfezione. Lo sforzo di aderire a modelli assoluti è una forma di difesa, ma anche una fuga da noi stesse, che ci impedisce di fare i conti con le nostre fragilità. Sono – finalmente – sempre più frequenti i segnali di insofferenza verso un ideale tanto irraggiungibile quanto frustrante.

Negli Usa la campagna della lingerie Aerie Real non ha “aggiustato” con Photoshop la protagonista delle sue affissioni: “Niente supermodelle. Niente ritocchi. Perché essere la vera te è sexy” recita lo slogan sui manifesti. E ad esserne felice, ancor prima delle clienti, è stata la testimonial: la 28enne Amber Tolliver, orgogliosa della sua pancia molle. Contro gli standard irrealistici si è scagliata anche la moda: alle ultime sfilate maschili Giorgio Armani ha mostrato come coniugare approssimazione e figaggine. Merito del panciotto, capo primonovecentesco che “conferisce completezza all’abito e copre le magagne della camicia. In giro non si vedono più le camicie stirate come un tempo dalla mamma. Pieguzze di qua, grinze di là…” ha decretato lo stilista. Lode a lui.

Dalla moda la riscoperta dell’imperfezione tracima nell’alimentare: in Austria i supermercati Rewe hanno promosso la linea di frutta e verdura “Wunderlinge” (il cui nome mescola le parole “stranezza”  e “prodigio”). Bitorzolute, ma gustose ed economiche, queste meraviglie della natura ricordano che c’è differenza tra il bello e il buono. E che quello che colpisce al primo sguardo alla fine potrebbe non sapere di nulla. Analogamente la Kraft ha studiato come dare alle sue fette di tacchino in busta l’apparenza di porzioni tagliate a mano con il coltello. Gli americani, infatti, amano la comodità dei cibi già pronti, ma rifiutano quelli troppo lavorati. L’irregolare è come un piatto fatto in casa, segnala qualcosa di autentico, sano, buono. Un punto di forza invece che un difetto. In Giappone definiscono “wabi-sabi” la particolare bellezza delle cose imperfette, quella dei vasi ossidati dal tempo o delle ruvide ceramiche artigianali, la cui anomalia è garanzia di unicità.

Memorizziamo il concetto di nuovo imperfetto e usiamolo contro chi ci rinfaccia i nostri difetti. Perché noi donne normali siamo così: imperfette sì, cretine no.

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