Il power dress

“Che cos’è il glamour? E’ bellezza, personalità, ma soprattutto potere”, diceva Marlene Dietrich che, precorrendo i tempi, aveva individuato il nesso inequivocabile fra abito e autorevolezza. Al pari di Coco Chanel, il cui motto era “Non è il vestito che deve portare la donna, ma il contrario”.

donne potenti

Parole che sancivano l’avvento del valore politico della moda e di una maggiore libertà personale nell’interpretazione del dress code imposto dall’establishment: una vera rivoluzione. Nella stanza del potere, l’abito femminile non serve più a comandare, bensì ad ottenere il consenso politico e mediatico richiesto per attuare programmi di interesse collettivo. Cambiarsi di abito per cambiare il mondo.

Un’inversione di rotta rispetto al passato, anticipata da Rania di Giordania e da Lady Diana Spencer, impegnate nel sociale e portatrici, anche attraverso il look, di messaggi progressisti. La prima, eliminando il velo; Lady D evadendo dalla gabbia dorata del protocollo grazie a un self-styling che non passò inosservato.

Oggi l’emancipazione delle donne – incluse quelle al potere – passa anche dal guardaroba. Lo dimostrano Michelle Obama, con il suo appeal garbato e cordiale, la raffinata Letizia Ortiz principessa delle Asturie ex giornalista, la leader argentina Cristina Kirchner legata al glamour di Evita e Carla Bruni, ex première dame dell’Eliseo, educata alla scuola stylish di Grace di Monaco e di Jackie Kennedy.

L’immagine del guardaroba delle donne al potere di oggi inferisce un bel colpo di grazia ai dogmi del passato, rappresentato dal power dressing della lady di ferro Margaret Thatcher e dall’austera regina Vittoria che vestivano i segni della loro condizione con opulenti gioielli, pellicce pregiate, colori e tessuti enfatici; il tutto per essere sottratte alla dimensione mondana. Mai come ora invece sono corteggiate dal jet set, rispecchiando un nuovo approccio regale alla moda. Laddove, in barba all’etichetta, il casual chic e il gusto personale hanno sempre l’ultima parola.

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