Identità mascherate

Chi sono io? Davanti a uno specchio vediamo l’immagine di una persona. La pelle, il colore dei capelli, lo sguardo. Potremmo fermarci a questa semplice constatazione e dire: sì, quella sono io. Identità significa infatti riconoscerci identici a ciò che siamo. Ritrovare in noi, come nello specchio, l’immagine che abbiamo di noi stessi, non solo il tratto del naso, la silhouette o il nome sui documenti. L’operazione forse più difficile che spetta a una persona nella vita, perché l’identità non solo sfugge, ma cambia, evolve, se ne sta nascosta in gran parte sotto quell’oceano che chiamiamo inconscio, dal quale emerge l’Io, come la punta dell’iceberg. I greci ritenevano l’identità una specie di processo negativo: A è uguale ad A perché non è come B. Noi ci riconosciamo uguali a noi stessi, poiché ci confrontiamo con l’altro e capiamo che non siamo lui. Un bel rompicapo, se poi aggiungiamo le ultime teorie che parlano di identità liquide ai tempi di internet, il mondo fluido dove è sempre più difficile darci confini…

Nessuno è esente dall’inganno delle identità mascherate. Volendo, ne abbiamo una da esibire in ogni occasione e per ogni tipo di relazione che instauriamo. Può perfino capitare di indossarne diverse in una giornata, spesso in modo inconscio, trovandoci a fare i conti con quelle degli altri. Sono “travestimenti” emotivi che permettono di esibire il nostro lato più efficiente, nascondendo le debolezze o quelli che consideriamo difetti. Fin da bambini impariamo a nascondere quella parte di noi che ci fa sentire poco apprezzati, derisi o sbagliati, iniziando poco a poco a creare una facciata più vincente, che ci garantirà vantaggi sociali. A volte usiamo le identità mascherate per raggiungere più facilmente un obiettivo, evitando conflitti e facendo buon viso a cattivo gioco in situazioni stressanti. Altre volte funzionano in controtendenza, cioè servono a tirare fuori gli aspetti positivi che di solito si fatica a mostrare: per esempio, a me che so di essere chiusa e riservata, capita di indossare la maschera dell’estroversa per osare a buttarmi in nuove situazioni. Recitando un ruolo lontano dal nostro modo di essere, ci si appropria delle caratteristiche positive del “personaggio” e se ne scoprono i vantaggi.

L’imposizione sociale più diffusa è però quella di manifestare sempre felicità e allegria. Sono facilitatori sociali che attivano sì l’empatia e la fluidità delle relazioni, ma un sorriso forzato è la maschera più difficile da cui sganciarsi. Per vedere cosa nasconde dobbiamo mettere da parte emozioni comode come gioia ed ottimismo e guardare in faccia quelle scomode, cioè tristezza e infelicità. Capendo che mostrare serenamente le proprie fragilità agli altri non è facile, ma neppure impossibile. E può risultare liberatorio. Prendiamo atto dell’effetto boomerang: chi è abituato a vederci sorridere non si domanda come stiamo e non sa riconoscere i nostri momenti di fragilità. Tocca a noi il primo passo: scegliere poche persone che sentiamo davvero amiche e sforzarci a parlare di più di noi, pensieri tristi inclusi. In un clima di fiducia e confidenza ci si mostra intimi e disponibili e anche la nostra vera identità non può che trarne benefici.

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