Mai provato con la gentilezza?

“Abbi coraggio e sii gentile” raccomanda la mamma in punto di morte a Cenerentola, nel film di Kenneth Branagh. Un consiglio prezioso: ingoiate le lacrime, la fanciulla impara a fare della mitezza un’arma vincente. Tra un colpo di ramazza e l’altro sorride e diventa padrona del proprio destino. Come andrà a finire lo sappiamo. Questione di duro lavoro, non di gran c… (vedi in Pretty Woman).

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La gentilezza torna, e non solo al cinema. Dicono basta all’arroganza alcuni libri: una nuova edizione rinnovata dell’ Elogio della gentilezza di Adam Phillips e Barbara Taylor e Il piacere della gentilezza. Piccolo trattato sulla buona educazione nell’era globale di Bertrand Buffon, un agile volumetto da viaggio che ricorda alcuni principi di comportamento utili a tutte le latitudini. Non basta. C’è chi ci crede profondamente e cerca di convincere gli altri a uscire dal tunnel autodistruttivo del narcisismo: il network internazionale World Kindness Movement, per esempio, ha appena festeggiato l’apertura di una sede anche in Francia, mentre in Italia l’associazione affiliata Gentletude (gentletude.com) organizza corsi per tutte le età gestiti da una cinquantina di volontari, e pubblica periodicamente una newsletter. Perché non se ne può più della competizione continua e dell’egoismo sfrenato di questi anni. La meritocrazia come sopravvivenza del più forte e arrogante ha fatto il suo tempo. Entrare in relazione con gli latri, creare un buon clima di convivenza significa saper gestire una situazione. In America è considerato un soft power, tanto da stilarne 10 pilastri per esercitarsi a sviluppare questa potente qualità:

  1. Gentili non si nasce, si diventa. I bambini puntano i piedi e strappano i giocattoli gridando “io, io, io”? Cambieranno. Si spera per loro. Ma devono allenarsi duramente. Se si esercitano fin da piccoli a far sedere le vecchiette sul tram, da grandi non si sdraieranno di traverso con i piedi sui sedili.
  2. Ma non da soli. La gentilezza è il primo passo nelle relazioni. Significa ritenere l’altro degno di rispetto, ascolto. Se regali un mazzo di rose a una ragazza incoraggi le sue emozioni, i sentimenti.
  3. Ingrediente base: la fiducia. Se temi l’altro come un nemico, difficile comportarsi bene. Scuola e famiglia dovrebbero insegnare ad avere fiducia negli altri. Arrivano dei nuovi vicini? Fai un regalino, come si usa in America. Non ci saranno più risse condominiali.
  4. Conviene. Spiegare con garbo ai pazienti perché il primario non si fa vivo, aiuta a non essere presi per il collo. Dimostrare interesse verso un collega al primo giorno di lavoro, rafforza il senso di appartenenza. Alla Olivetti negli anni Cinquanta regalavano una bicicletta ai neoassunti!
  5. Con la crisi, ancora di più. Si potrebbe obiettare; oggi è un lusso che non ci si può permettere, le carinerie sono una perdita di tempo. Invece no. Proprio ora si deve dar valore a quelle piccole cose che fanno stare bene. A volte basta un sorriso.
  6. Aiuta a fare carriera. Una volta l’impiegato gentile era il babbeo del gruppo. Ora è il più furbo: ha capito che l’attenzione agli altri crea coesione. Non si tratta di strumentalizzare il proprio ruolo; però una buona parola oggi, una domani, e i collaboratori daranno il meglio. Un manager gentile è autorevole.
  7. È un deterrente. Importante per smontare l’aggressività (altrui e nostra). Mi tamponano: aggredisco l’energumeno che era al cellulare e non ha frenato? Meglio sorridere e cercare una soluzione pacifica. Chiedere all’investitore “Si è fatto male?” facilita la trattativa.
  8. Conta l’originale, non le imitazioni. La gentilezza è reciprocità, non strumentalizzazione. Non meccanica ripetizione di lezioni imparate controvoglia, come le buone maniere. Si cede il posto alla donna incinta non perché ce l’hanno insegnato ma perché è giusto.
  9. Parole chiave: generosità, autenticità, empatia. Bisogna mettersi nei panni degli altri: quando si è in coda al supermercato, far passare avanti chi ha fretta e un carrello semi vuoto non costa niente. La prossima volta potrebbe toccare a noi.
  10. Niente: mors tua, vita mea. Meglio: vita tua, vita mea. Più facciamo cose per gli altri, meglio stiamo noi. Con la gentilezza, diamo il meglio e facciamo un figurone, anche con noi stessi.

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