Atlante delle emozioni umane

Chi credeva il contrario si arrenda: nemmeno quelle “di base” (gioia, paura, rabbia, tristezza, sorpresa, disgusto) sono universali. Lo racconta con garbo l’adorabile “Atlante delle emozioni umane” di Tiffany Watt Smith, giro del mondo in 156 sfumature di sentimento, diverse a seconda dei popoli che le provano. I nostri corpi si sono evoluti tutti nello stesso modo per aiutarci a sopravvivere in situazioni comuni, ma poi esistono infinite sfumature di “timori e tremori” diversi a seconda delle culture e delle latitudini. Ognuno attraversa la vita con uno zainetto di emozioni-base che servono a capire se stessi ed anche gli altri.

Forse l’avete provato anche voi, ma non sapevate come chiamarlo. In Nuova Guinea invece conoscono la parola esatta: awumbuk, quel senso di vuoto misto a un vago sollievo che rimane dopo la partenza di un ospite, quando i rumori echeggiano tra le mura di casa e lo spazio, che sembrava ridotto, all’improvviso è diventato grandissimo. Vi è mai capitato, invece, di sentire nostalgia per un posto dove non siete mai stati? Di desiderare di trovarvi ovunque, tranne dove siete ora? Sembra che in Finlandia sia un’esperienza comune, e infatti hanno una parola per fotografarla: kaukokaipuu. E che dire del dolore,  o la rabbia, quando a farvi del male è proprio la persona che amate? Un patchwork di incredulità, vergogna e delusione che conosciamo bene e ci imporpora le guance, ma che in Italia, se non con un giro di parole, non sappiamo definire. E pensare che in India bastano tre sillabe, secche ed imperiose, per catturarlo: abhiman.  Sempre l’ingegnoso indiano, con la parola jugaad, indica una soluzione rapida ed efficace che richiede il minimo dello sforzo: praticamente uno stile di vita.

Se per noi la lacrimuccia potrebbe essere un eccesso di sentimentalismo, in Giappone è la reazione giusta, anzi l’unica possibile, davanti a chi ad un primo sguardo sembrava fragile e vulnerabile: con la sola parola ijirashi si resta colpiti o commossi nel vedere chi parte in svantaggio, ma poi riesce a superare un ostacolo. In tagalog, prima lingua nelle Filippine, il kilig è quella specie di fremito nervoso che ci sorprende quando parliamo con una persona che ci piace (mai successo?). La verguenza ajena è una splendida espressione in Spagna che indica la vergogna che proviamo per l’altrui umiliazione, per esempio quando guardiamo un programma tv i cui concorrenti si espongono al ridicolo. L’irresistibile e per noi quasi impronunciabile iktuarkpok è il senso di attesa trepidante che porta gli inuit dell’Alaska a scrutare per ore immense distese di ghiaccio, in attesa di una persona importante: difficile che un ellenico abbia mai sperimentato un’emozione simile…il verbo che più si addice alla cultura della Grecia è meraki, che indica il fare qualcosa con tutto se stesso, tipico della passione e creatività di questo popolo.

A volte le parole migrano, proprio come le persone: per esempio hogra, umiliazione e disprezzo quando ci si sente vittima di abuso di potere, è nata nei Paesi del nord Africa ed è poi diventata una richiesta d’aiuto comune a molti emarginati di tutto il mondo. Il Galles, da parte sua, conosce bene la nostalgia, quella un po’ amara che racchiude malinconia e rimpianto per i luoghi perduti del passato o che non sono mai esistiti: l’hiraeth. E chi non la conosce? Allo stesso modo, tutti comprendono benissimo il significato del verbo usato in Russia razljubit: guardare qualcuno che amavi e renderti conto che il sentimento non è più lo stesso di un tempo. E se siamo soliti buttarci sul cibo per compensare questo genere di mancanze emotive, potremmo presto ritrovarci una bella kummerspeck, la pancetta da stress, secondo gli abitanti della Germania. Il premio per il romanticismo si vince in Brasile dove, in portoghese si annovera la parola cafoné, ossia l’atto di passare teneramente le dita fra i capelli della persona amata.

Il modo in cui chiamiamo le emozioni influisce sulla nostra capacità di viverle, ma anche di dare loro una direzione: capire con precisione quello che stiamo provando ci aiuta sicuramente a decidere come uscirne. Ricomporre la nostra mappa emotiva è un esercizio di libertà. Stiliamo un elenco di emozioni e rievochiamo il momento in cui le abbiamo provate, costruiamo un percorso che arrivi a disegnare una geografia effimera, dove ogni strada emotiva possa essere ripercorsa ma anche, soprattutto, tracciata di nuovo. È una partita importante identificare i nostri bisogni di creature, e posizionarci nell’esatto punto in cui la vita, gli incontri e il nostro sentire ci stanno assegnando. Risulterà evidente che siamo esseri sempre in transito, in un’evoluzione continua, che a volte può spaventarci ma anche lasciarci senza fiato.

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