Do It Yourself

Spiegarlo solo come effetto della crisi sarebbe riduttivo e ingiusto. La (ri)scoperta del piacere e dei vantaggi di fare con le proprie mani è un fenomeno più complesso, che coinvolge un numero crescente di persone. C’è chi si coltiva l’orto sul balcone, chi fa lo yogurt, il pane e, addirittura, il formaggio in casa, chi autoproduce il detersivo, chi si taglia e cuce gli abiti da solo…

creativityLo slogan Do It Yourself (fallo da solo) raccoglie consensi e accende creatività sopite, ma ha perso la carica eversiva degli anni ’70 – quando a usarlo erano i musicisti punk, in segno di protesta verso le major della distribuzione musicale – e non riguarda solo gli apocalittici in fuga dalla modernità. Indossa una veste nuova, più ampia e variegata, colorata di consapevolezza ambientale, desiderio di autonomia e di mettersi alla prova, voglia di sobrietà. Gli autoproduttori contemporanei conducono per la maggior parte normali vite cittadine (se non metropolitane), scandite dai tempi del lavoro, degli affetti e della socializzazione.  Non ci sono dati ufficiali, ma quanto sia ampio il fenomeno possiamo capirlo facilmente incrociando alcune informazioni. Per esempio quelle che riguardano i centri brico. In controtendenza con tutto il resto, nel 2014 il loro fatturato è cresciuto del 2,8 per cento rispetto all’anno precedente, lo riferisce Indicod-Ecr, l’associazione che raccoglie e rappresenta le aziende che producono e distribuiscono beni di largo consumo. Altrettanto significativo è il successo dei corsi dove si impara a fare con le mani. Alla Scighera (www.lascighera.org), il centro culturale milanese dove si tengono lezioni di taglio e cucito, le richieste sono molte di più degli anni scorsi. Registra il tutto esaurito anche l’Università del Saper Fare (www.unisf.it), nata per iniziativa del Movimento per la Decrescita Felice (www.decrescitafelice.it). Tra i corsi in calendario: Piccoli interventi elettrici in casa, Autoproduzione del formaggio fresco, Riparazione di biciclette.

Tutto ciò dimostra che 50 anni di consumismo sfrenato non sono stati sufficienti a sradicare una componente essenziale della natura umana: l’inclinazione al fare. E la riscoperta della manualità non può essere imputata solo alla contingenza economica; le ricadute positive sul portafoglio ci sono, è innegabile. Ma il fenomeno è molto più articolato e si riallaccia alla questione di riciclo, cooperazione, cambiamento di stile, recupero del rispetto per l’ambiente, pratiche come lo scambio e il dono, l’autoproduzione e il recupero delle abilità tradizionali. Ma c’è dell’altro: il recupero del diy ha anche ricadute positive a livello personale e nelle capacità relazionali. Mantenere le abilità manuali, coltivarle, scambiarle ci rende più sociali, aperti e consapevoli del nostro valore ed è un argine rispetto a certi momenti di sfiducia verso noi stessi, o di tristezza, che capitano nella vita. Ci ricorda infatti la nostra capacità di incidere sulla realtà, di trasformare la materia. In altre parole, di essere dei soggetti.

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