Cattivi propositi

Questo settembre è il momento di fare cattivi propositi. Quelli buoni li tentiamo da quando ricominciava l’anno scolastico, e già allora non avevano troppo senso. Ora ne hanno molto meno, specie all’inizio di un autunno difficile, in cui si rischia – in quanto femmine – di venire incastrate come consolatrici, angeli del focolare o del pc, persone di serie Z sul lavoro.
Potremmo arrabbiarci. Perché è incredibile quanto siamo buone e docili – tragicamente ingenue direi io – dopo anni di studi dobbiamo metterci a testa in giù per contratti a termine da 800 euro al mese. Succede perché in mille abbiamo meno capacità di ribellarci di un esodato di 60 anni col mal di schiena. Cerchiamo di creare e proporre un nostro brand da femmine di carattere! Se va male, esodiamoci da sole, in Paesi dove ci apprezzino (dispiace dirlo ma ora va così).
Potremmo farci valere. Elaborando strategie e lanciando offensive garbate ma letali. Attraverso (ahimé, oggi funziona così) l’intrigo, il ricatto e nei casi peggiori la competenza, si può ancora ottenere, se non riconoscimenti, rispetto.
Potremmo fare danni o gravi. Ma gravi proprio. Soprattutto le trenta/quarantenni, ovvero quelle che devono lavorare per tutti: per i datori di lavoro, per i bambini che producono molte gioie e sensi di colpa quadrupli rispetto alle generazioni precedenti, e per i mariti legali o di fatto, che spesso accompagnano all’asilo e a volte mettono i piatti in lavastoviglie, e fine.
Ecco per noi – qui mi ci identifico in pieno – c’è il solito vecchio consiglio di chi c’è passata: fare tutto male. Delegare biecamente i compiti meno interessanti (sia in ufficio che a casa), mandare i bimbi in giro con magliette non stirate (essi non moriranno) e rispondere ai compagni che accusano di scarsa libido causa lavoro più prole spiegando che l’unica cosa in grado di far rinascere il desiderio è la vista di un uomo nudo che stira cantando (cit.).
Sul serio noi che siamo nel momento più intenso della nostra vita non possiamo permettere di farci trasformare in operose schiave di tutti, per le quali è solo ammesso squittire “oh, come siamo affaticate noi povere donne che dobbiamo conciliare!”. Smettiamola di conciliare, non stiamo mica parlando con un vigile…

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