Motherhood

Wonder Woman non esiste

La presidente di un famoso college americano, Debora Spar, col suo libro “Wonder Women vuole dare un messaggio ad ogni donna: basta con questo delirio di onnipotenza, non possiamo fare tutto al meglio! E’ una trappola che ci riempie di frustrazioni e sensi di fallimento, e di colpa.

Super mother with newborn baby - cleaning, shopping, talking by

Tornare a casa in tempo per il bagnetto. Andare alla recita dell’asilo. Non saltare la palestra. Eccellere sul lavoro. Carriera, quality time con i figli e tempo per sé: come conciliare tutto questo? Convincersi a mettere qualcosa tra parentesi. Dirsi: in questa fase della vita posso fare questo, e non quest’altro. Se vogliamo la carriera , forse dobbiamo mettere in conto di non avere figli, e viceversa. Prima lo capiamo, prima evitiamo a noi stesse, e agli altri, anni di frustrazioni e sofferenze.

E se si prende la strada carrieristica, secondo una recente ricerca LinkedIn, oggi le donne che siedono nella board-room (sala di comando) di un’azienda, se la cavano meglio in epoca di crisi. Lo stile femminile di leadership sarebbe più empatico, più capace di creare relazioni nel team, di tenere insieme aspetti diversi, è strutturato, attento ai dettagli. Tutte le donne che hanno successo lo descrivono come una conseguenza della passione per ciò che fanno.
Dove la sensibilità femminile si esprimerebbe al meglio? Nel prevenire i problemi, che se non vengono affrontati non solo creano problemi tra le persone ma rallentano gli obiettivi.

Ma la conciliazione tra la vita lavorativa e quella privata, anche tra le donne al potere, rimane comunque sempre un miraggio…corri qua, corri là, giorni di ferie bruciati, baby-sitter strapagate, nonni e parenti stressati e oberati di responsabilità non loro.

E basta! Wonder woman non esiste!

Perchè odio i giardinetti

Odio i giardinetti, lo confesso. L’unica eccezione è quando sono lì con un gruppetto di altre mamme, una tazza di caffè in mano, una brioche in bocca, a raccontare quanto odio i giardinetti.

Non posso leggere un libro, perché se li perdo di vista per un secondo i bambini sceglieranno inevitabilmente quel secondo per cadere dal castello e rompersi un braccio.

Non posso fare una scappata al bar a prendere un caffè, perché se mi allontano dai giardinetti per cinque minuti i bambini sceglieranno inevitabilmente quei cinque minuti per farsi rapire.

Non posso mettermi a chiacchierare con la signora seduta accanto a me, perché in questo caso dovrei fingere interesse per i suoi figli (che saranno di sicuro degli angioletti mostruosamente intelligenti) e ammirazione per le sue capacità di mamma (che saranno di certo superlative). Ah, e dovrei fingere anche di adorare i giardinetti.

Le panchine sono dure, e mi fanno venir male al sedere.

Le panchine sono spesso tempestate di cacca di piccione, che mi sporca i vestiti.

Le panchine sono spesso appiccicaticce, il che fa semplicemente schifo.

Riccardo vuole farsi spingere sull’altalena, il che va bene per i primi dieci minuti, ma non per le due ore successive.

Ginevra vuole farmi andare in altalena. Questo non va bene per niente, e mi fa venire una nausea tremenda.

I miei figli vorranno sicuramente qualcosa da mangiare. Non importa che cos’ho portato da casa, quanti sforzi e quanta cura ho messo nel preparare la merenda: non la vorranno. Vorranno quello che sta mangiando quel bambino. No, non quel bambino. Quell’altro laggiù.

I miei figli vorranno sicuramente un gelato, ma dopo un paio di leccate li abbandoneranno per precipitarsi di nuovo sulle altalene. E così finirò per mangiarmeli tutti e due io, cosa che mi farà venire ancora di più la nausea, soprattutto dopo il giro in altalena.

I miei bambini dovranno andare in bagno, ma non ce n’è uno per chilometri e chilometri. Quando suggerirò di fare discretamente pipì dietro un cespuglio, mi risponderanno che a dire il vero devono fare la cacca. SUBITO.

Nelle rare occasioni in cui ai giardinetti c’è un bagno, è una turca, senza carta igienica e con solo metà porta. Mi ritroverò costretta a tenere chiusa la porta con un piede mentre reggo una delle due creature sopra il buco, e a pulirla con l’angolo di un fazzoletto usato trovato in borsetta.
Questo mi farà venire una voglia insopprimibile di tornare a casa e farmi una doccia.

 

New domesticity

E’ così che la chiamano negli Stati Uniti la neo-casalinghitudine, ovvero la scelta di moltissime donne di crescere i figli, fare gli amministratori delegati dell’impresa famiglia e sentirsi libere da orari e obblighi impartiti da terzi. Negli anni 50 era un destino, nel 2014 una scelta: stare a casa e sentirsi realizzate così, magari con una laurea o un master alle spalle.

E’ quello che io stessa ho deciso di fare da quasi un anno, dopo una laurea in Lingue e letterature straniere e più di 6 anni di lavoro d’ufficio e salti mortali per riuscire a mettere insieme l’essere mamma-moglie-donna. Con la nascita del secondo figlio ho resistito un anno e poi ciao…però non è stato solo per loro: è che a me stare a casa ad occuparmi della famiglia piace, e anche di mio marito. Non sono una fissata, nessuna vocazione da Martha Stewart! Se devo stirare e poi viene un’amica, chi se ne importa, la pila resta lì, anche per giorni. Però magari mi prendo un pomeriggio per cucinare un piatto elaborato, d’estate curo i fiori, faccio la spesa per bene. E dei figli me ne occupo io, niente nonni nè tate (che si fanno strapagare). E che meraviglia non dover più chiedere permessi per una visita medica, non avere più l’ansia per 10 minuti di ritardo o subire tensioni con capi o colleghi. Sono io che decido del mio tempo. Lusso puro.

I dati sono significativi: in cinque anni fino al 2011, l’occupazione femminile è calata di 4 punti e mezzo, come mai prima.
In Italia le casalinghe sono quasi 5 milioni di cui una buona parte felici. C’è poi una quota crescente di attiviste dell’homemade e del downshifting: propongono uno stile di vita etico e low cost tra orti urbani e baratto su siti (naturalmentefelici.com) e libri come La mia mamma sta con me di Claudia Porta (lacasanellaprateria.com).

Perché stare a casa è anche un modo creativo di affrontare, e contenere, la crisi. La new domesticity è (anche) una risposta creativa a questa situazione: c’è dentro uno spirito imprenditoriale, l’uso della tecnologia, un nuovo lifestyle.

Favoritismo

L’imparzialità ad ogni costo? Più che un’utopia, è un errore. Interessante lo studio americano condotto dal filosofo Stephen Asma, che con il suo saggio Against Fairness rivendica le virtù del favoritismo.

Partendo dalla considerazione peraltro incontrovertibile che anche Gesù aveva un discepolo prediletto, procede a dimostrare attraverso la biologia, la neuroscienza, la filosofia, Confucio, Nietzsche e Johnny Cash, che non solo avere delle preferenze è naturale ma in molti casi anche legittimo. Secondo lui è normale e lecito avere l’amica del cuore, il figlio adorato, l’allievo più motivato. E fa pure bene alla società: raccomandare, iperproteggere e preferire qualcuno creerebbe forti legami sociali che sono alla base della felicità individuale.

Il tema si fa più caldo all’interno delle famiglie: il figlio preferito è uno dei primi tabù dell’umanità (già la Bibbia parla di tale Abele che l’ha pagata cara) e uno degli ultimi a non essere stato sdoganato. Ad avere il “prediletto” sarebbero il 43 per cento delle mamme (quasi una su due) ed il 19 per cento dei papà. Il prescelto sarebbe in genere il figlio di successo. Per le madri però scatta anche la preferenza per il cucciolo più bisognoso, il cosiddetto “cocco di mamma”, un bambino iperprotetto e quello su cui si hanno più aspettative legate ai propri bisogni insoddisfatti.

La preferenza è un atteggiamento irrazionale, di cui a volte non ci si accorge. Se invece è riconosciuta, può portare ad un sentimento di vergogna: ci si sente genitori ingiusti…ma avere un figlio preferito – sostiene sempre Asma – non vuol dire trattarlo come “the golden child” e bistrattare gli altri. E non vuol dire nemmeno comprare al diletto chili di gelato e nutrire gli altri a broccoli! Anzi, si potrebbe essere più severi col preferito perchè da lui ci aspettiamo di più.
Il suo ragionamento non fa una piega. Però – e qui si apre il dibattito – ci sono mille sfumature, mille inezie comportamentali prima di arrivare ai broccoli.
Dov’è la linea di confine tra avere una predilezione e fare preferenze? Per quanto mi concerne non ho da riportare episodi tangibili, differenze reali di trattamento.
Eppure quel sentirmi o essere vista un millimetro sotto rispetto a una sorella me lo ricordo bene…

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