Motherhood

Vacanze in famiglia

Summer Family VacationLe si aspetta per tutto l’anno. Si sogna il momento in cui, chiusa la porta di casa, sarà possibile lasciarsi alle spalle lavoro e problemi, dedicandosi al piacere di stare con la famiglia, in assoluto relax. Poi però qualcosa comincia ad andare storto. Sale il nervosismo tra moglie e marito, tra genitori e figli, tra fratelli. Prendere delle decisioni condivise si rivela difficile, nessuno riesce ad avere quello che davvero aveva sognato prima di partire. Così, giorno dopo giorno, le vacanze rischiano di trasformarsi in una ulteriore occasione di stress.

La verità è che solo durante il periodo di vacanza la famiglia è “costretta” a vivere insieme per così tanto tempo. Ventiquattro ore su ventiquattro durante le quali è inevitabile confrontarsi per prendere decisioni e fare programmi. I problemi di una vacanza ad “alta tensione” nascono nel corso dell’anno, a causa della scarsa comunicazione tra i membri della famiglia e del poco tempo libero per stare insieme e conoscersi davvero. Il papà è fuori casa dieci o dodici ore al giorno, la mamma è presa dal lavoro e da mille incombenze domestiche. I bambini, oltre alla scuola, hanno i corsi di chitarra, di nuoto, di inglese. I momenti per parlare e per confrontarsi sono ridotti a una o due ore alla sera, quando la stanchezza impedisce di giocare, chiacchierare, litigare se necessario. Spesso non si riesce a stare veramente insieme nemmeno nel week-end, momento tradizionalmente impiegato per la spesa, i compiti e per organizzarsi in vista della settimana che deve cominciare. Solo le vacanze “costringono” tutta la famiglia a vivere davvero insieme. Ma i suoi componenti non sono abituati a questa convivenza e faticano a trovare la misura giusta per armonizzare personalità, esigenze, desideri e aspettative. Così, quando si arriva nel luogo di vacanza, carichi di belle speranze, si rimane spesso delusi. Il papà non capisce come mai i figli non accettino con entusiasmo l’idea di visitare “l’ennesimo” bellissimo castello. I fratelli sono irrequieti, litigano tra di loro più del solito, non riescono a prendere le misure dei nuovi spazi da condividere. La mamma è nervosa e irritabile perché, si lamenta, disfare i bagagli e mettere ordine è un compito che tocca sempre a lei. Anche in vacanza. Piccoli scontri, certo, ma tali da seminare il nervosismo e da impedire di godersi davvero i giorni di relax con i propri cari.

Il segreto per far vivere bene a tutti il periodo di ferie sta nell’organizzarsi per tempo, alcuni giorni prima della partenza. Che cosa suggeriscono gli esperti? Di mettersi tutti attorno ad un tavolo e di parlare insieme delle vacanza. Provando a fare un piccolo programma delle cose da fare o da vedere, condividendo desideri e aspettative, assicurando ai figli divertimento e maggiore libertà, ma ribadendo nello stesso tempo l’importanza di rispettare le regole che mamma e papà stabiliranno.

Maternità uguale felicità?

Passati i festeggiamenti per la festa della mamma, incalza oggi una riflessione: ma la felicità e l’affermazione di una donna dipende dall’avere figli? E chi non può farne o decide di non volerne, è tagliato fuori dal progetto “vita felice”?

Background with silhouette of pregnant womanGenerare è desiderare, mettere al mondo, prendersi cura. È dare e ricevere. Pro-creare, lo dice l’etimologia stessa, indica un’azione creativa indirizzata a vantaggio di qualcosa o di qualcuno. C’è quella biologica, finalizzata alla riproduzione della specie e comune a tutti gli animali, ma c’è anche quella culturale, che punta a rendere migliore, più consapevole e umana, l’organizzazione sociale. Quest’ultima non deve essere vista come un ripiego ma come un’altra via, che può scorrere parallela o essere un’alternativa. Se non si possono o vogliono avere figli, si ha comunque la possibilità – o forse il dovere – di mettersi in gioco in altri campi. C’è un mood dell’anima che porta le donne (e non solo loro) verso la soddisfazione per ciò che sono e fanno: è l’abilità di cambiare i propri progetti senza tradire la spinta vitale che li anima, la saggezza di valorizzare ciò che si ha senza affanno né rimpianto. La vita si costruisce a partire da quel che c’è e non da quel che manca.

Di indispensabile, alla felicità e alla realizzazione di una donna, c’è solo la capacità di attivare le proprie risorse personali. Evitiamo di correre il rischio di tornare ad una maternità imposta come suprema ed unica forma di realizzazione personale a tutti i costi, anziché liberamente scelta. E resta il fatto che anche quando si è scelto di diventare madri, esserlo non è affatto facile…scrive Umberto Galimberti: “Il figlio, ogni figlio vive e si nutre del sacrificio della madre: sacrificio del suo tempo, del suo corpo, del suo spazio, del suo sonno, delle sue relazioni, del suo lavoro, della sua carriera, dei suoi affetti e anche amori, altri dall´amore per il figlio”.

Io che ho scelto la maternità vivo con più leggerezza ma non lentezza; ho una riserva di allegria quotidiana ma pochissimo tempo per me; sono diventata abile nel problem solving giornaliero ma più ansiosa per il futuro; ho imparato a cedere il passo al compromesso ma col risultato di sentirmi spesso nervosa e stufa. Pro e contro.
L’importante è non fingere, non recitare la parte della “buona madre ad ogni costo”, modello di dedizione e sacrificio solo perché così vogliono tradizione e legge di natura. Meglio dire basta ogni tanto, riappropriarsi di se stesse e mostrarsi persone, né eroine, né vittime sacrificali. E offrire gratis l’amore.

La forza delle parole

Venerdì sera, una semplice pizzata tra amici e fiumi di domande esistenziali tipo “Vi hanno mai detto qualcosa che vi siete portati dietro nella vita?“. Mentre ognuno condivideva le proprie esperienze, sono rimasta colpita da quanti di noi siano stati segnati dalle parole dei genitori. Ad esempio, un’amica il cui padre un giorno le disse “Qualsiasi cosa tu faccia nella vita, falla al meglio” è diventata un’imprenditrice di successo. Un’altra invece, cui era stato detto “Tanto nessuno ti guarda”, ha poi ricoperto, negli anni, il ruolo di assistente a persone di potere. Riflettendoci, sembra quasi che le parole diano forma alle scelte di vita…

wordsLa loro forza si manifesta per tutti. Pensiamo solo al piacere che proviamo quando qualcuno ci porge un complimento sincero, oppure al disagio che proviamo se ci capita di svelare un segreto che avevamo promesso di mantenere. Le parole e le energie che esse portano con sé possono creare o rompere amicizie, costruire carriere, fare innamorare. Nulla di nuovo, eppure spesso lasciamo che ci escano dalla bocca senza nessuna mediazione e consapevolezza delle conseguenze. Come un sasso gettato nel lago, che crea onde che cominciano ad incresparsi fino a diventare agitate e schizzarci addosso. Per questo è bene rendersi consapevoli della loro energia; creano gioia, dolore, falsità, crudeltà e amore.

In un mondo dove prevale un flusso di chiacchiericcio indistinto, senza fine, senza verità, dove la ripetizione ininterrotta di supposizioni e finte promesse rende la parola vuota di significato di fiducia, il concetto di “parola autentica” sembra rivoluzionario. Eppure una maggiore consapevolezza del suo uso può essere uno strumento di trasformazione, non solo nelle relazioni, ma soprattutto per noi. Le parole creano la realtà, e se pronunciate in maniera corretta e ripetuta, possono cambiare il corso della vita. E’ quindi importante che non producano effetti nocivi sugli altri e di conseguenza su noi stessi; questo implica che il nostro agire deve essere improntato al nostro parlare e corrispondere ad esso.

Il primo passo è quello di rendersi consapevoli di cosa esce dalla bocca, per esempio origliando le nostre parole senza giudicarle, ascoltandone la forma, il tono con cui si esprimono, in quale contesto, le reazioni emotive che suscitano in noi e negli altri. Il secondo passo è quello di domandarsi: cosa mi fa dire ciò che dico? Quale tipo di emozione inespressa sto richiamando? Desiderio, dolore, invidia, rabbia, gioia. Oppure le parole stanno mascherando uno stato d’inquietudine, e si risolvono in un’affermazione sarcastica. Questa forma di autoindagine richiede riflessione e tempo, ma è necessaria. E’ un processo essenziale per riuscire a parlare con voce e parole autentiche, che siano in grado di trasformare in meglio la nostra energia e farla vibrare anche nella vita di chi ci circonda.

Part time trap

Prima e ultima volta che lo dico, poi mai più: sulla faccenda del part time penso davvero che noi donne siamo un po’ stupide. Sempre di corsa, mai una chiacchiera, salto del pranzo, riorganizzazione della vita personale e familiare in base a quelle misere 4 o 5 ore giornaliere, zero salti di carriera, sottopagate.

L’inglese Timewise Foundation ha appena pubblicato uno studio sul vissuto di chi lavora a tempo ridotto: il 77% percepisce il part time come una trappola da cui non riesce più a uscire, il 73% non ha più avuto un aumento o una promozione, il 34% si sente sottostimato e l’11% addirittura invisibile.  Oltre il danno la beffa.

Businesswoman late for work

Ora. Su 8 milioni di part time 6 sono donne. E di queste il 48% l’ha scelto per star dietro ai figli. E allora ho il sospetto che, dietro questa scarsa considerazione del part time, ci sia del sessismo, visto che stiamo parlando soprattutto di donne. Donne che vivono costantemente col piede sull’acceleratore. Il cui tempo per sé è sempre al primo posto tra i pensieri e le preoccupazioni ma relegato ad optional. Donne divorate dai sensi di colpa e dalla lista delle cose da fare che non diminuisce mai. Che rinunciano agli ultimi inviti degli amici per stanchezza o mancanza di tempo. Un cambiamento improvviso di un impegno segnato sull’agenda può innescare una crisi isterica, perché non più abituate ad un’elasticità mentale. E tutt’intorno un coro di “come sei dimagrita/sciupata/trascurata”.

Sì, ci sono passata. Sì, non tornerei più indietro. La vita è un puzzle, tanti pezzi, tutti importanti. Noi crediamo che si possano incastrare. Il mondo del lavoro, là fuori, molto meno.

Piccoli talenti crescono

Capita a tutti noi genitori di fantasticare sul futuro dei nostri figli, senza mai soffermarci a guardare cosa davvero gli piace, da quale passione siano mossi. Eppure già dai 3 anni possiamo scoprire cosa un bambino ama davvero fare. A quest’età ci mostra cosa lo incuriosisce, lo diverte e lo appassiona. E’ quindi fondamentale che gli vengano offerte possibilità concrete di assecondare un suo talento, così da poterlo sviluppare in futuro.

Il talento è un punto di forza, un ambito in cui un piccolo se la sa cavare bene, si sente bravo. Non sempre è un’eccellenza (ma può diventarlo con la pratica) e di base non è una dote straordinaria o genialità, è una propensione naturale. Lo rivela la parola stessa che deriva dal greco “τάλαντον”, ovvero “bilancia”: gli stimoli vanno pesati, calibrati sull’età del bambino, dandogli il tempo di rielabolarli, senza mandarli in confusione o facendo pressioni altrimenti si rischia la ribellione e si finisce per fargli odiare quello che gli viene imposto.

Per sviluppare il proprio talento, l’impegno conta tantissimo. Il divertimento è sì fondamentale, ma non è improvvisato, caotico o confusionario. I bambini sono serissimi quando giocano e hanno bisogno di regole precise. E

‘ bene che capiscano che i buoni risultati non si ottengono con facilità, ma che sono un compromesso di intuito e di esercizio, di gioco e disciplina. Se non li abituiamo ad affrontare gli ostacoli, nel momento in cui dovranno applicarsi in modo costante e con senso del dovere, potrebbero bloccarsi o arrendersi. Non c’è talento senza un po’ di fatica, proporzionata all’età.

bimbi

Importante è lodare ogni passo avanti, le gratificazioni fanno bene ed aiutano sempre; più che “Bravo”, sarebbe opportuno dirgli “Ottimo lavoro”, così il bambino impara a valorizzare l’impegno e se qualcosa va storto non legherà l’errore alla sua persona ma all’attività che svolge. Gli sbagli per un bimbo non sono mai piccoli, ogni errore si trasforma in un vero e proprio fallimento. L’atteggiamento migliore è lasciare che superino da soli il momento di difficoltà, senza coccolarli troppo o illuderli con false promesse: i bambini credono solo a quello che vedono e provano “ora”. Per loro vale il presente, il futuro non esiste, conta l’esperienza.

Secondo l’associazione Dire fare imparare (http://direfareimparare.wordpress.com) è consigliabile non iscrivere i bambini a più di due attività all’anno e scegliere corsi che permettano pagamenti trimestrali, così da poter interrompere senza spreco di soldi. E a partire dai 7 anni è giusto che imparino a portare a termine ciò che hanno cominciato. Perché le passioni non durano per sempre, ma l’abitudine a rispettare gli impegni presi sì.

 

 

Luoghi comuni da sfatare sulle mamme

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La vita di una mamma non è mai come te la raccontano. Non solo perché è un’esperienza così unica e personale da non poter essere generalizzata, ma soprattutto perché nella maggior parte dei casi ci si vergogna di dire quanto sia duro e stancante crescere un figlio (figuriamoci due o più).

Quello che non si dice soprattutto è che la maternità, oltre ad essere fonte di realizzazione e di intima soddisfazione, è anche causa di forte instabilità. Ci sono degli aspetti negativi con cui è necessario fare i conti; come il bisogno di mettere da parte per un po’ il proprio ruolo di donna, o professionista.

Nel momento in cui si diventa madre, infatti, si deve venire a patti con l’immagine di sé che si aveva fino a un attimo prima del concepimento e questo è un passaggio difficile e doloroso che non si può negare.

Dall’allattamento ai capricci, tutto finisce per essere idealizzato e i luoghi comuni  abbondano:

  1. L’istinto materno è innato. La maternità è un fattore culturale, non istintivo. Spacciare l’istinto materno come biologico e universale è una trappola dei nostri tempi.
  2. Con l’epidurale non è vero parto. La metto sul personale. Ho partorito due volte: una senza e l’altra con epidurale. Forse il primo mi è più figlio dell’altro? Assolutamente no.
  3. Se hai poco latte è perché non ti piace allattare. Oppure: “Si vede che cercava una scusa per smettere”. Affermazioni misogine e insidiose. Allattare è una scelta, non un dovere: lasciamo che sia anche un piacere.
  4. I manuali sulla maternità non bastano. Non è una prestazione sportiva. Non ci sono regole valide universalmente. E soprattutto non si diventa tutto a un tratto giocherellone se non lo si è mai state solo perché il libro di tale esperto lo consiglia.
  5. A stare con i figli non ci si annoia mai. Nessuno osa ammetterlo, ma stare a lungo con un bambino può essere davvero noioso. Lo è per un estraneo, ma anche per una mamma. Ve lo assicuro.
  6. Non conta la quantità ma la qualità del tempo che passi con i tuoi figli. Sotto una certa quantità non può esserci qualità. Avere mamma in casa fa piacere, fa bene e fa crescere sicuri e sereni.
  7. Al lavoro una mamma rende meno di una donna senza figli. Esistono donne che, grazie alla maternità, si sentono più forti e vitali, in grado di far fronte a molte più cose contemporaneamente. Autorevoli studi dimostrano che le madri al lavoro sono più efficaci, veloci e concrete. Ma sottolineano: se e solo se  le scuole sono vicine e i tempi di lavoro flessibili…
  8. Una buona mamma non perde mai il controllo. Conoscete qualcuna che non strilla e minaccia sculacciate e invece discute, contratta, della serie “con la dolcezza si ottiene tutto”? La voglio conoscere, è già il mio mito.
  9. Diventare madri a quarant’anni è meglio. Falso. Geneticamente il miglior periodo per concepire va tra i 25 e i 30 anni. L’impegno che richiede un figlio ha bisogno di forza psicofisica che verso i 35-40 viene sempre meno. E spostare troppo in là l’asticella del concepimento rende complicato ricoprire il proprio ruolo di genitore nelle fasi successive, come quella delicata dell’adolescenza.
  10. La maternità ci completa. Il desiderio di un figlio non si discute. Ci sono donne che trovano nella relazione materna la passione della vita. Ma nessuna mamma può dirsi soddisfatta solo da questa relazione: per sentirsi completa una donna ha bisogno anche di un amore accanto, degli interessi ed un lavoro che la appaghi e non la faccia sentire frustrata.

Generazione touch screen

Avete mai cronometrato quanto tempo passa vostro figlio a sfiorare, picchiettare o toccare un tablet? Probabilmente no. Anche perché, mentre lo fa, è tranquillo e silenziosissimo e, se state viaggiando in auto o siete al ristorante tra amici, è quasi come non averlo.

Negli Stati Uniti il 39% dei bambini tra i due e i quattro anni e il 52% tra i cinque e gli otto, secondo un’indagine del Wall Street Journal, dispongono di uno strumento touch screen. In Italia, secondo il sondaggio di Mlol (Media Library Online) e AIB (Associazione Italiana Biblioteche) pubblicato in questi giorni, sono il 30%. Numeri che confermano la nascita di un fenomeno: la “generazione touch screen“. Per questi bambini c’è un universo in espansione di giochi, favole e disegni da fare con le dita, tutti racchiusi in apps scaricabarili in una manciata di secondi: più di 40mila solo su iTunes, a cui si aggiungono le migliaia di Google Play e Android. E a progettarle, si impegnano neuropsichiatri, pediatri, disegnatori di tutto il mondo.

boy playing tabletIl dubbio che resta a noi genitori? L’effetto ipnotico che le tavolette hanno sui figli…i pediatri affermano che si tratta solo di concentrazione ed assicurano che i tablet hanno potenzialità enormi nello stimolare l’apprendimento e aiutano nel caso di difficoltà o disturbi del linguaggio. La chiave come sempre è il buon senso: dare dei limiti di tempo per l’uso e proporre in alternativa giochi e sport per farli muovere.

Un portafoglio di titoli? Dai 2 anni La Pimpa, con giochi interattivi, labirinti da scoprire e disegni da colorare. Da 4 a 6 anni Winx (nei vari episodi) piace alle bambine fino ai dodici anni – la mia ne va pazza a 5 anni – con una serie di gadget e una linea di abbigliamento on line; Le leggende del gufo rosa (ed. GoWare); Il mostro Pino – Crea il tuo mostro di Stefano Bruscolini e Elena Prette; Gina la giraffa di Jessica e PAola Ambrosecchia. Dai 6 anni Lo schiaccianoci con illustrazioni di Philip Giordano; La principessa Raggio di Sole e il gatto Puzzolente di PAul Ramage; Il risveglio del Brividosauro di Geronimo Stilton. Da 8 a 12 anni The fantastic flying books of Mr. Morris lessmore, app (bellissima!) di William Joyce e Brandon Oldemburg; The Monster high di Lisi Harrison; Il bambino che si arrampicò sulla luna di David Almond; You Tube Star di F.C. Amber.

Tablet appena segnato nella lista dei prossimi regali?

Figli tiranni

figli tiranniPochi e in molti casi sempre più tardi. E ancora più preziosi e iperprotetti da mamma e papà: ritratto dei bambini del terzo millennio e dei loro genitori.

Stiamo allevando una generazione di figli egocentrici e sempre al centro dell’attenzione? Pare di sì per pediatri ed esperti del settore che lamentano le continue richieste d’aiuto da parte dei genitori perché il loro piccolo “non dorme mai la notte”, “fa capricci continuamente”, “sta buono solo nel lettone”.

In Spagna questo quadro ha già assunto una connotazione ben definita: “el sindrome del niño emperador“, la sindrome del figlio imperatore. Un figlio tiranno insomma.

Tra le cause di questo fenomeno c’è la mancanza di autorevolezza dei padri di oggi – miracolo che per una volta la colpa non sia sempre e solo delle madri… – che, colpevolizzandosi di essere poco presenti, adottano una linea troppo morbida per il timore di non far sentire abbastanza amati i propri figli; per paura di infliggere loro troppe frustrazioni o di farli soffrire.

Pare che oggi essere autoritari non sia politicamente corretto. Bisogna sempre capire, spiegare, tollerare.  Ma i “NO” ci vogliono e devono essere fermi, mamma e papà devono far capire al piccolo che non è il centro del mondo, ma una parte di esso. Altrimenti sarà ovvio che il bambino non potrà che diventare un’insopportabile piccola peste ego-riferita. E’ necessario trasmettere ai bambini l’idea che un rifiuto non compromette i rapporti; anzi, li rende migliori, più sinceri e rispettosi sia per sé che per gli altri.

Come accompagnarlo in un percorso valido? Prima di tutto con l’esempio: l’ascolto, l’attenzione, il sapersi mettere nei panni altrui, sono tutte cose che si imparano in famiglia. Poi bisogna lasciare che se la cavi da solo tra i suoi coetanei, soprattutto quando di mezzo ci sono giochi o merende, spiegandogli che è più bello condividere.Gli adulti dovrebbero intervenire solo quando i bambini rischiano di farsi male…

Veniamo ai momenti drammatici di urla, scenate da melodramma e oggetti lanciati in aria…perdere la pazienza è un attimo, vero altre mamme che leggete? In quei casi dobbiamo respirare profondamente e calmarci, cercando di capire quello che il piccolo sta provando: spesso dietro alle crisi di pianto si nasconde la paura o la rabbia. La calma è importante, trasmette sicurezza e serve al bambino a riflettere sui propri stati d’animo. E con il tempo si spera riuscirà a capire meglio anche quello di mamma e papà…

Cattivi propositi

Questo settembre è il momento di fare cattivi propositi. Quelli buoni li tentiamo da quando ricominciava l’anno scolastico, e già allora non avevano troppo senso. Ora ne hanno molto meno, specie all’inizio di un autunno difficile, in cui si rischia – in quanto femmine – di venire incastrate come consolatrici, angeli del focolare o del pc, persone di serie Z sul lavoro.
Potremmo arrabbiarci. Perché è incredibile quanto siamo buone e docili – tragicamente ingenue direi io – dopo anni di studi dobbiamo metterci a testa in giù per contratti a termine da 800 euro al mese. Succede perché in mille abbiamo meno capacità di ribellarci di un esodato di 60 anni col mal di schiena. Cerchiamo di creare e proporre un nostro brand da femmine di carattere! Se va male, esodiamoci da sole, in Paesi dove ci apprezzino (dispiace dirlo ma ora va così).
Potremmo farci valere. Elaborando strategie e lanciando offensive garbate ma letali. Attraverso (ahimé, oggi funziona così) l’intrigo, il ricatto e nei casi peggiori la competenza, si può ancora ottenere, se non riconoscimenti, rispetto.
Potremmo fare danni o gravi. Ma gravi proprio. Soprattutto le trenta/quarantenni, ovvero quelle che devono lavorare per tutti: per i datori di lavoro, per i bambini che producono molte gioie e sensi di colpa quadrupli rispetto alle generazioni precedenti, e per i mariti legali o di fatto, che spesso accompagnano all’asilo e a volte mettono i piatti in lavastoviglie, e fine.
Ecco per noi – qui mi ci identifico in pieno – c’è il solito vecchio consiglio di chi c’è passata: fare tutto male. Delegare biecamente i compiti meno interessanti (sia in ufficio che a casa), mandare i bimbi in giro con magliette non stirate (essi non moriranno) e rispondere ai compagni che accusano di scarsa libido causa lavoro più prole spiegando che l’unica cosa in grado di far rinascere il desiderio è la vista di un uomo nudo che stira cantando (cit.).
Sul serio noi che siamo nel momento più intenso della nostra vita non possiamo permettere di farci trasformare in operose schiave di tutti, per le quali è solo ammesso squittire “oh, come siamo affaticate noi povere donne che dobbiamo conciliare!”. Smettiamola di conciliare, non stiamo mica parlando con un vigile…

Figli e carriera

Dall’editoriale di Maria Elena Viola, direttore di GIOIA!, la domanda trita e contrita che ciclicamente torna alla ribalta: figli e carriera, si può?

Non riprodursi è sintomo di egoismo o quantomeno di malanimo. Fare la casalinga è indice di modello perdente di femminilità.
Una vita childfree è ancora scandalosa, sicché quest’estate il Time le ha dedicato una copertina ribadendo: diventare genitori (e soprattutto madri) non è necessario per sentirsi pienamente realizzati e felici. All’opposto, qualche mese prima, erano state sotto attacco le retrowife: definizione non benevola per donne che, stanche di irraggiungibili “work-life-balance“, mollano le carriere reinventandosi casalinghe 2.0 e sentendosi (finalmente) felici, realizzate e femministe.

Secondo l’Istat le italiane desiderano due figli ma la maggioranza ne fa uno solo (47%) per i costi alti, la carriera o la tenuta della coppia. E chi decide di non averne? Non pervenuto. Già.
Restare a casa invece rischia di essere un lusso se non una sconfitta…anche se la tendenza di un downshifting verso la felicità casalinga cresce anche da noi.

Soluzione dunque non c’è. Conquistare spazi, ruoli, soddisfazioni, sapere di poter avere tutto con tenacia e determinazione, è un gioco accattivante, ma gli ostacoli lungo il percorso sono tanti e alla fine si rimane sempre e solo con la stessa domanda: ne vale davvero la pena?

E credo proprio che in base alla risposta a questa domanda si arrivi a decidere quale ruolo voler coprire.

 

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