Love

Amar(si)

La relazione perfetta? Non è in vendita in nessun negozio, sorry. Essere in coppia , amarsi, è come fare un viaggio: si parte insieme per arrivare a destinazione e durante il tragitto va da sè che gli imprevisti e i cambi di programma sono inclusi. Un rapporto d’amore è un lavoro costante che richiede trasformazione e promette una continua evoluzione. Siamo tutti convinti di saper amare ma, in genere, quando una persona parla della sua relazione in crisi, o dell’amore che non ha, dice “io mi aspetto…” e fa un elenco di cosa desidera, mentre non dice mai quello che è pronto o pronta a dare. Invece di chiederci cosa può offrirci una persona, dovremmo domandarci cosa noi siamo in grado di fare per l’altro. Basta sapere cosa ci dà felicità e farne dono alle persone che amiamo.

Siamo più portati a innamorarci, a provare emozioni forti per un breve periodo, piuttosto che a impegnarci a costruire una relazione che duri, e dunque ad amare veramente. Al minimo problema tendiamo alla fuga, preferiamo deviare, uscire e vedere cosa c’è in giro, cosa offre il mercato senza faticare troppo. Risultato: nessun confronto, solo rancore. Anche se non c’è una formula magica, di sicuro per far funzionare una relazione bisogna lavorare e comunicare parecchio. E smettere di pensare che tutto arrivi dall’esterno, che il mondo ci debba qualcosa. Solo l’amore per noi stessi ci permette di trovare la felicità e di provare l’amore per l’altro. Imparare ad amarsi non vuol dire essere narcisisti, persone che hanno bisogno di esibire cose e comportamenti, ma vuol dire invece stimarsi, avere fiducia e rispetto per le proprie esigenze, la propria persona, i propri desideri, la propria felicità. Vuol dire applicarsi per ottenerla. Quando ci amiamo, diventa più facile incontrare l’amore. 

Una relazione sana non è di dipendenza né di indipendenza dall’altro: è basata sull’interdipendenza. Che significa: “Io sto bene indipendentemente dal fatto che ci sia tu, ma se ci sei, sto meglio”. Non è infatti Amore quando l’altro ci migliora? Spesso invece usiamo la relazione per soddisfare le nostre carenze, riempire i nostri vuoti. Ma la relazione non è e non deve essere mai compensazione, bensì condivisione, crescita, trasformazione. L’altro non ha il compito di renderci felici. La felicità è una ricerca personale che non può essere delegata in toto al proprio compagno. La prospettiva è rovesciata: più sono una persona bella, risolta, che sta bene, più la relazione funziona. Solo chi è in grado di essere felice da solo, è capace di una vera, gioiosa condivisione. Buon San Valentino.

Arte di Amare

love

Nell’ “Arte di amare“, Erich Fromm dice espressamente che “non si può amare una persona senza conoscerla”. Il principio vale anche e soprattutto quando si parla di amore per se stessi. Conoscere davvero una persona, spiega Fromm, vuol dire avere chiari i suoi pregi, i suoi difetti, le sue zone d’ombra e accettarla con tutto il bagaglio che si porta dietro. Dobbiamo provare a fare la medesima cosa con noi stessi: riconoscere e amare i nostri punti di forza ma accettare anche le debolezze e le piccole viltà, senza cedere alla tentazione di rimuoverle o negarle per non vederle.

Molte persone desiderano occupare posizioni di rilievo o di leadership: essere il capo, un grande attore, una famosa scrittrice… Queste posizioni, però, non possono comprensibilmente essere adatte per ognuno di noi. Al contrario, la sensazione di centralità rispetto alla vita – che è quello che ci fa stare bene – è un mood esistenziale alla portata di tutti. Anche se non ce ne rendiamo conto, ciascuno di noi, per forza di cose, è un soggetto al centro di un mondo: il proprio. Possiamo dire sì o no, prendere decisioni e assumerci responsabilità. Ma la cosa che più di tutte aiuta a sentirsi centrali è impegnarsi a fondo in ciò che si fa, sia che si tratti di lavoro, di studio, di sport o di volontariato. Prendere le cose sul serio – che non vuol dire con pesantezza – giova moltissimo al nostro io e anche alla reputazione esterna. Siamo noi, con le nostre motivazioni, paure, proiezioni a determinare in buona parte quello che ci succede, nel bene e nel male. Esercitiamoci a misurare quanto abbiamo messo di nostro in ciò che ci accade: nelle esperienze negative (un esame andato male, un rimprovero del capo…) e anche quelle positive. Cerchiamo di scoprire e valorizzare il buono della nostra vita e abituiamoci a prenderci i meriti che ci spettano. Gli affetti, le amicizie, i successi non sono mai solo frutto del caso.

Oltre a conoscerci e accettarci, se vogliamo volerci bene, dobbiamo darci da fare anche per migliorare, non solo dal punto di vista estetico o professionale. Il vero miglioramento riguarda l’interiorità, l’empatia, l’intelligenza emotiva: in altre parole, le abilità relazionali. Per sentirsi al centro, più che un grosso “io” fa gioco infatti averne uno solido. Ma è all’interno delle relazioni significative che l’io acquista solidità e tenuta. Noi tutti, infatti, esistiamo perché inseriti in un sistema di relazioni, ed è fondamentale avere le abilità per coltivarle e curarle. Per affinare queste capacità dobbiamo, in particolare, esercitarci all’ascolto: di ciò che arriva dagli altri e, anche, delle nostre emozioni più profonde. Il miglior esercizio è proprio imparare a comprendere che cosa ci dicono la paura, la noia, la rabbia, il disgusto…registrare il messaggio di queste emozioni anche quando le circostanze e le norme sociali ci impongono di ignorarlo esternamente.

Cerchiamo di darci consigli buoni e spassionati, come faremmo con una sorella o un’amica. Se ciascuno di noi riuscisse a vedersi come la propria migliore amica, in fondo, il gioco sarebbe già fatto. Buon San Valentino, a noi stessi.

Nonni 2.0

Nonni

Chiediamo ad un bambino chi è quella persona che lo fa sentire libero e felice, con la quale scopre un mondo nuovo, mai immaginato, pieno di sorprese, che lo fa sentire al centro dell’attenzione e dell’affetto. La risposta sarà sicuramente: la nonna. O il nonno, s’intende. I nonni 2.0 sono un punto di riferimento per la società, per le famiglie ma soprattutto per i nipoti, figli di madri e padri indaffarati e preoccupati, spesso separati e magari in difficoltà economiche. Se non ci fossero loro, probabilmente anche questa grave crisi sarebbe deflagrata…se in Italia la crisi economica non è degenerata come in Grecia e in Spagna è perché c’è stato un travaso senza precedenti fra le generazioni: i nonni hanno trasferito risorse sui figli, per aiutarli anche a mantenere la famiglia o a farcela da soli. Chi è anziano oggi proviene dalla generazione degli Anni ’50, ’60: uomini e donne che hanno vissuto il benessere della ripresa, che hanno visto il ’68 e magari vi hanno partecipato. Sono cresciuti in un clima culturale che li ha portati a diventare una generazione di persone informate, attive, che ha lavorato, viaggiato e che ha una percezione diversa della vecchiaia. Questa condizione di benessere li rende sereni e ottimisti. Scoprono i nipoti e si godono con loro quel rapporto che spesso non hanno avuto con i figli, magari perché erano a loro volta padri e madri impegnati.

I nonni sopperiscono alle insufficienze dei servizi sociali. Vanno a prendere i nipoti a scuola, perché gli orari non sono compatibili con quelli del lavoro dei genitori, portano i ragazzini dal medico e a fare sport, sempre per gli stessi motivi. Ma la funzione più importante è quella della grande donazione affettiva. La famiglia d’oggi è in crisi, le coppie separate stanno superando quelle sposate; solo i nonni sanno dare continuità e sicurezza a figli e nipoti. E l’aspetto interessante è che queste generazioni sono cambiate insieme. I bimbi d’oggi con una facilità estrema di usare le tecnologie, di conoscere e ragionare, sono per i nonni fonte di conoscenze nuove, insegnano loro a usare cellulari e computer. Dal canto loro, i nonni fanno riscoprire ai bambini l’importanza di usare le mani: con un nonno si va a pescare, si impara a giocare a carte, si fanno le passeggiate, si aggiustano gli aggeggi. Con la nonna si scoprono un mucchio di cose del mondo circostante, si fanno lavoretti e disegni insieme. Questo per i ragazzini di oggi, così preformati, con una vita scandita da corsi e impegni continui, è essenziale, perché rappresenta la libertà e la fantasia, la possibilità di vivere anche fuori dai condizionamenti imposti. Uno scambio reciproco, una qualità di rapporto fiera e complice.

San Valentino: cena a Milano

algarghetMilano è una città bella da vivere, piena di energia e dinamismo, ma a volte si sente il bisogno fisico e mentale di abbassare il volume e dare un nuovo colore e sapore alle cose. Una risposta a queste esigenze si può trovare in fondo a viale Ripamonti, proprio al confine della città. In mezzo alla campagna c’è un vecchio casolare dove è possibile respirare i profumi di un tempo, assaggiare i piatti della tradizione e liberarsi dei fardelli quotidiani: Al Garghet (http://www.algarghet.it), che in milanese antico indica “il gracidare delle rane”. Cucina ottima e atmosfera molto romantica, tra il lume di candela ed il pianoforte a coda che viene suonato ogni sera diffondendo nell’ambiente una piacevole musica di sottofondo. Menù scritto a mano su vecchi quadernoni a quadretti e parole in dialetto milanese, per una cena dal sapore rustico. Da provare l’orecchia d’elefante, la sottile ma abbondante cotoletta milanese ed il risotto con l’ossobuco, tipico della cucina meneghina.

mimmomilanoSe amate il connubio tra moda e cucina, la vera novità degli ultimi anni si trova nel cuore della Milano liberty: in fondo a un viottolo un palazzo ospita al piano terra il primo monomarca Dondup, nota griffe di moda, e al primo piano, diviso da un grande cancello in ferro battuto, un ristorante con cucina a vista, Mimmo Milano (http://www.mimmomilano.it). Balcone e soppalco mansardato in bianco stile shabby chic, regalano al locale una piacevole atmosfera tra l’elegante e l’informale. I tavoli ben distanziati assicurano privacy e tranquillità, ottimo per la serata di San Valentino. L’esperienza culinaria e gastronomica di Mimmo Di Vivo, già proprietario in città dell’ Osteria del Corso, è garanzia di un menù prelibato e poco ricercato, come il culatello di Zibello con pere al barolo e cannella o la spaghettata con pomodorini e formaggio di capra. Per dessert non perdetevi il tortino tiepido al cioccolato con sorbetto agli agrumi.

joiaLa vostra dolce metà è vegetariana? Allora è da stupire nel regno di Pietro Leemann, chef svizzero che ha portato la filosofia veg nell’alta cucina. Al Joia Kitchen (http://www.joia.it) ogni piatto è una vera scoperta, dove sapori diversi e contrastanti si accompagnano l’un l’altro con un effetto unico sul palato. Armonia della natura e personalità in ogni portata: ordinando un “elogio al semplice”, ecco arrivare delle lasagne con zucchine, melanzane e crema di crescenza; oppure “profumo”, ravioli in salsa di piselli e ripieno di finocchi e mandorle; “ricordo” è invece un soufflé di gianduiotto in gelato bavarese di pane e mirtilli. Particolari sono i “cubetti”: 6, 9 o 12 microporzioni di tutte le specialità della casa, da assaporare alla cieca, cercando di indovinare gli ingredienti usati nella preparazione. Più che una cena risulta un’esperienza sensoriale, un luogo dove lasciarsi andare coccolandosi in modo sano e leggero, ma molto gustoso.

fingersIn cerca di una cucina più creativa? Allora il Finger’s Garden (http://www.fingersrestaurants.com) farà per voi. Un locale chic in stile barocco in una villa con parco di quasi 1500 metri quadrati tra tatami e affreschi déco. Una volta accomodati ci si dimentica di trovarsi nella caotica Milano e si viene trasportati in atmosfere esotiche. Si combinano i sapori di tradizioni lontane come quelle di Giappone e Brasile con la cucina mediterranea; così il sushi, il sashimi e la leggendaria carne di Kobe stanno accanto alla burrata e all’olio extravergine d’oliva oppure al foie gras.

Il miglior dono

Frenesia a mille, città parate a festa, corse folli alla ricerca dell’ultimo regalo da fare a parenti, amici, compagni. Attraverso il dono siamo spinti a interagire, esporci, comunicare, farci conoscere e conoscere l’altro. Sentimenti e pulsioni che non dovrebbero portare né ansia né angoscia come invece succede sotto le feste. Un regalo prima di tutto definisce il rapporto tra chi lo propone e chi lo riceve: una proposta di relazione che può essere di affetto, di rispetto, di gratitudine…purtroppo ora il regalo è diventato il mero risultato d’un investimento di energie, un obbligo, una routine. Se stiamo girando come matti nell’ansia di trovare il dono perfetto da mettere sotto l’albero, oppure sbuffiamo davanti alle vetrine perché “dobbiamo fare il regalo anche a quello là” forse è giunto il momento di fare un respiro profondo e fermarsi un attimo.

giftsQual è il dono più prezioso di oggi? Il tempo. E infatti non lo regala nessuno. Sarebbe invece importante condividerlo. Prendersi del tempo per cenare con degli amici che non si vedono da anni, fare una telefonata ai parenti lontani, abbracciare i nostri genitori. Regalare il nostro tempo, trasformandolo in un atto di presenza e condivisione è il miglior dono che possiamo fare a chi amiamo. E ricordiamoci che “il pensiero è quello che conta”, non è solo una frase, perché dietro ogni regalo c’è un pensiero, e per spiegarlo esiste il bigliettino. Usiamolo per racchiudere il motivo di quel regalo. Ecco perché a Natale amo regalare un libro con dedica personalizzata, come gesto d’affetto e di stima profonda. Con un libro regaliamo qualcosa di noi, un pezzo della nostra anima. Un piccolo universo di pensieri condivisi nell’intimo del silenzio della lettura, in un istante passato solo con noi stessi.

Ecco allora da regalare a se stessi “Il libro della sera” di Guido Davico Bonino, uno straordinario percorso letterario che passa in rassegna i capolavori di ogni tempo, da quelli più famosi a quelli sconosciuti. Da mettere sotto l’albero dell’amica, “Che bello essere noi“, messaggio chiaro lanciato da Lella Costa a tutte le donne, nonostante i cliché che ci vogliono invidiose o poco solidali. Alla mamma sensibile “Danza delle ombre felici” di Alice Munro, scrittrice che in questa raccolta di racconti scandaglia in modo chirurgico i rapporti familiari e le innumerevoli incomprensioni che nascono tra i legami di sangue. Al compagno “La tregua” di Mario Benedetti, pagine pregne dell’amore salvifico a cui ogni coppia tende.

Il tempo delle letture regalate è sempre tempo ben speso.

La forza della gratitudine

Ringraziare fa bene. Anche se il termine “gratitudine” suona vecchio, oggi più che mai questo concetto è di grande attualità. L’espressione di riconoscenza ci esercita a vedere quanto ogni giorno noi riceviamo dagli altri, e questa consapevolezza è fonte di maggiore equilibrio e benessere psicologico, perché attiva comportamenti di “restituzione” che fanno molto bene alle persone che lo ricevono.

Al potere rivoluzionario della gratitudine, l’avvocato americano John Kralik ha dedicato una Bibbia del pensiero positivo, raccontata nel libro “Il potere della gratitudine“, una bella storia che dimostra l’efficacia di un esercizio semplice e alla portata di tutti: lui decide di scrivere ogni sera una lettera di ringraziamento a chi ha commesso un gesto generoso o gentile nei suoi confronti – dice grazie al figlio per non averlo mandato a quel paese, al collega che gli ha passato una pratica, al cliente che ha pagato la parcella, alla barista che lo accoglie con il sorriso – e, giorno dopo giorno, migliora la sua vita, le sue relazioni sociali e perfino il suo business. Questo accade perché ogni espressione di gratitudine suscita e mette in circolo energia positiva, da noi verso gli altri e dagli altri verso di noi.

gratitudeLe persone, le situazioni, il mondo che ci circonda altro non sono che una proiezione dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni e solo ringraziandone tutte le manifestazioni sarà possibile accettare noi stessi. È la filosofia alla base del percorso Thaat (Thanks attitude), ideato da Mar, operatrice di tecniche energetiche, e Rob, progettista informatico. Lo spiegano con parole semplici e chiare in un sito dalla grafica accattivante e senza intenti di proselitismo, http://www.thaatt.com, che ci insegna quattro semplici passi per allenare la nostra gratitudine quotidiana:

  1. I nostri genitori ci hanno regalato la vita. Prendiamoci cura di loro ogni giorno: bastano una telefonata, un sms, una sorpresa per farli felici, o una preghiera se non ci sono più;
  2. Guardiamoci allo specchio ogni mattina e ringraziamo la vita per ciò che siamo, le gioie, i dolori, gli insegnamenti;
  3. Non invidiamo chi consideriamo più fortunato: non possiamo sapere davvero cosa prova o cosa ha subìto;
  4. Impariamo a godere di ciò che abbiamo e condividiamolo con gli altri, dimostrando loro il piacere di averli nella nostra vita

Empatia

Soft SkillsL’empatia è la capacità di riconoscere gli stati emotivi dell’altro, immedesimandosi; è l’intuizione di cosa sta capitando dentro di lui e l’abilità di trarre da questi elementi la spiegazione ai suoi comportamenti, creando così una sorta di sintonia tra ciò che sta provando il nostro interlocutore e quello che di rimando proviamo noi.

A cosa serve quest’abilità insita dalla nascita nell’essere umano? A comprendere il prossimo, a mantenere buone relazioni, a scegliere la risposta più adeguata in rimando a un’azione altrui. È una delle basi del vivere insieme e se ne fossimo assolutamente privi, non saremmo in grado di leggere sul volto degli altri le emozioni o di dare un senso compiuto ai loro comportamenti. Essendo una potenzialità innata, tutti la possediamo, in maniera e quantità diversa, ma possiamo esercitarla e migliorarla imparando ad ascoltare ed entrando in sintonia con il prossimo. Il problema è che al giorno d’oggi non abbiamo più né la voglia né il tempo di farlo…da un punto di vista sociale stiamo assistendo a una drastica riduzione della capacità di empatizzare con il nostro prossimo, per ragioni principalmente egoistiche e per le difficoltà nel sopportare e condividere emozioni scomode come la rabbia, la paura o la disperazione.

Esistono infatti emozioni con cui è più facile entrare in empatia e capire quali riusciamo a sopportare di più e quali meno, senza colpevolizzare l’altro, aiuta ad entrare in profondità nelle pieghe del nostro animo e conoscerci meglio, per “sentire” di più gli altri ed essere più consapevoli di noi stessi. Perché è praticamente impossibile accettare le parti in ombra degli altri se non si sono riconosciute e accettate le proprie, ed è impossibile provare empatia per qualcosa che profondamente rifuggiamo o disprezziamo. Se la coltiviamo saprà dare valore al tempo trascorso in compagnia e in solitudine permettendoci di vivere più pienamente e profondamente le nostre relazioni.

Dinamiche dell’amicizia

Un’amica vera, che ti capisce e ti è vicina quando serve e non ti delude mai, è come l’uomo giusto, abita i nostri sogni. Ma la realtà è un’altra cosa.

Non sto dicendo che l’amicizia non esista o non conti. Proprio perché ci credo tanto e ne riconosco l’importanza, penso che sarebbe meglio non caricarla di aspettative impossibili, ma riconoscerla per quel che è: una relazione gratificante ma anche impegnativa, che non può scorrere come un idillio senza fine; a tenerla insieme ci siamo noi esseri umani, con tutti i nostri limiti e contraddizioni.

Come criterio di verità dell’amicizia si usa spesso il grado di intimità raggiunto o la profondità delle confidenze, quando in realtà si dovrebbe misurare sulla capacità di affrontare le ambivalenze e di accompagnare i cambiamenti. Abilità che non ha niente a che vedere con la diplomazia e i tatticismi, ma è legata piuttosto a un alto livello di consapevolezza personale. Essere vicini a un’amica in un momento di difficoltà è paradossalmente più facile che appoggiarla in una fase di trasformazione e crescita. L’amica che diventa mamma, per esempio, o fa un grande e impegnativo avanzamento di carriera, in certi momenti della vita può mettere in crisi…

Depositphotos_35400653_xsSaper affrontare ambivalenze e cambiamenti è ciò che permette alle amicizie di durare nel tempo. È impossibile stabilire a priori se questa capacità c’è o meno, lo si scopre cammin facendo. Funziona così anche nelle storie d’amore, e d’altra parte ci sono molte analogie tra amicizia e amore: entrambi non cadono dal cielo ma si costruiscono sulla base di uno scambio. Cominciano in genere con un “innamoramento”, una scintilla sotto il segno dell’affinità o della complementarietà, un momento in cui ci si “annusa” e ci si piace. Ma per proseguire ed evolversi sono indispensabili altri ingredienti: fiducia, rispetto, accettazione dell’altro e la capacità di prendersi cura.

La differenza più evidente rispetto alle storie d’amore è l’esclusività: avere un solo partner, di regola, rappresenta una sana abitudine, ma un rapporto d’amicizia totalizzante, che non ne ammette altri, ha sempre qualcosa di sospetto e tossico, per via della prevaricazione di una persona che soffoca o domina l’altra. Molto più delle storie d’amore, le relazioni d’amicizia si possono strutturare secondo schemi molteplici: ci sono amici con cui condividiamo la quotidianità, altri che sentiamo una volta ogni tanto, altri ancora con cui ci sono pochi ma profondi punti di contatto, amici che ci accompagnano per tutta la vita e altri che stanno con noi solo per un tratto di strada…A prescindere da questa varietà due elementi devono secondo me essere presenti: parità e riconoscimento. Il vero amico deve sentirsi sul mio stesso piano e riconoscere la mia unicità. E viceversa. Se mancano o vengono meno questi elementi l’impianto vacilla e l’amicizia entra in crisi. Infatti tra le più ricorrenti cause di rottura c’è l’incapacità di accettare le differenze, cioè l’unicità dell’altro: un’amica reagisce a una nostra osservazione in un modo per noi inappropriato? Ecco che ci sentiamo offese, deluse e tradite e non consideriamo l’eventualità più semplice: lei non è noi e sta seguendo un altro filo logico. La parità non è identità.

Stupirsi

Applicare alle parole dei sensi. Per accorgersi, dall’approssimazione con cui vengono usate, che l’effetto di amplificazione è scomparso, appiattito su uno sfondo indifferenziato di toni e reazioni. Perché oggi la gente oggi non “sente” più.

Vedere-guardare-contemplare. La progressione è evidente. Posso vedere senza in realtà guardare nulla. Nel vedere siamo passivi, come uno schermo su cui scorrono immagini. Nel guardare siamo attivi, come l’occhio della macchina da presa che punta su qualcosa e non su altro. La vista è meccanica. Lo sguardo è intenzionale. Contemplare è di più: è guardare con ammirazione. E’ gioire dell’opportunità del vedere e della bellezza che solo lo sguardo sa cogliere. La contemplazione nasce dallo stupore e conduce alla beatitudine.

Oggi tutti vedono, pochi guardano, nessuno contempla. Tranne gli amanti. Appena si sono visti, hanno deciso di guardarsi, spinti da una forza superiore. Poi, contemplandosi, si sono persi, affogando l’uno negli occhi dell’altro.

E non smettono mai di stupirsi.

Sentire-udire-ascoltare. Anche qui la progressione è evidente. Posso sentire senza in realtà udire nulla. Nel sentire siamo passivi, come quando da una finestra aperta arriva il brusìo e il rumore indifferenziato della vita là fuori. Nell’udire siamo attivi, come quando sintonizziamo la manopola della radio sulla frequenza preferita. Il sentire è meccanico. L’udito è intenzionale. Ascoltare è di più: è passare dai suoni alle parole. E’ silenzio pieno, è attenzione. E’ la prova che dai rumori indistinti del mondo può nascere, volendo, il senso delle cose. L’ascolto nasce dallo stupore e conduce ai significati.

Oggi tutti sentono, pochi odono, nessuno ascolta. Tranne gli amanti. Appena si sono sentiti, hanno deciso di udirsi, spinti da una forza superiore. Poi, ascoltandosi, si sono trovati, offrendosi sicuri l’uno alla comprensione dell’altro.

E non smettono mai di stupirsi.

Couple in love

L’amore

E’ tutto ciò che ci è rimasto. Per essere veramente noi stessi, per essere liberi.

Nella nostra società tecnicamente organizzata, ognuno di noi assume un ruolo predeterminato e regolato. Siamo per lo più funzionari, esecutori di ordini finalizzati alla sopravvivenza e all’interesse di un apparato che ci sovrasta e ci controlla, che si serve di noi anche quando pensiamo di fare da soli. Anche quando, oltre che essere nel sistema, siamo il sistema. Ma amore come scelta libera ed individuale, come assoluto, è un lusso, un bene, un tesoro, un rifugio che tutti possono concedersi. E’ ciò che può farci ritrovare il nostro essere più profondo, il nostro vero “io”. Tante definizioni sono state date. Per me è pura relazione all’altro, nella quale si cerca quel sé di noi pienamente realizzato e soddisfatto che non troviamo altrove. Il tu diventa funzionale all’io, un mezzo, non un fine. Se così fosse diventa qualcosa da consumare, possedere, più che da vivere.

Bird of love6Chi ama veramente avverte la dipendenza dell’altro, sa di non poterne fare a meno. Riconosce il potere che la persona amata esercita su di lui. In amore, anche in quello più sicuro ed invincibile (eterno?), ci si sente fragili, vulnerabili, legati ad un’alterità che minaccia la nostra identità, il nostro valore e che non possiamo controllare e risolvere in noi completamente, pur desiderandolo. L’amore (vero), scrive Galimberti  ne  “Le cose dell’amore”, è come “una sorta di rottura di sé perché l’altro lo attraversi”, con le sue parole, con il suo essere, il suo modo di fare. “Per essere davvero il controaltare della tecnica e della ragione strumentale che la governa, amore non può essere la ricerca di sé che passa attraverso la strumentalizzazione dell’altro, ma deve essere un’incondizionata consegna di sé all’alterità che incrina la nostra identità, non per evadere dalla nostra solitudine, né per fondersi con l’identità dell’altro, ma per aprirla a ciò che noi non siamo, al nulla di noi. Allora davvero l’amore si pone come radicale sovvertimento della stabilità, dell’ordine, dell’identità, della proprietà”.

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