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Viaggio in Expo 2015

cardo

Nutrire il pianeta, energia per la vita. Il cibo è fame, è amore, è dolce e amaro, è colore e gioia, è scoperta e viaggio, è strada e casa, è scambio e denaro. È ricco e povero, è fast e slow, è gioco e lavoro, è festa, è spreco, è terra e acqua. Il cibo è mio, il cibo è di tutti“. Sono le parole dello spot ufficiale, con la voce di Antonio Albanese, a rendere la complessità, ma anche la semplicità, della missione di Expo 2015. Fermata Rho-Pero e passerella sopraelevata che dalla Fiera porta all’Expo: 500 metri a piedi, per entrare nel clima e scoprire con un colpo d’occhio tutto il sito espositivo. Eccoli lì, il cardo e il decumano, i due assi che con il loro incrocio danno un ordine. Lungo il decumano, che si percorre protetti da grandi e bianche vele, si affacciano i padiglioni dei Paesi partecipanti, mentre sul cardo domina il padiglione Italia, con la grande piazza al centro. Ai quattro estremi delle vie, i luoghi degli eventi, dall’Open Air Theater all’Expo Center, al Lake Arena.

Seguiamo il filo della sostenibilità, la parola più evocata. “Produrre e nutrire diversamente” è il tema scelto dalla Francia. Il suo padiglione richiama la struttura di Les Halles, il mercato coperto, dove il cibo non è solo merce, ma scambio tra persone, con la vendita diretta di chi produce. Sembra un ritorno al vecchio, ma è un augurio per il futuro, il cambiamento può venire da lì, dal semplice gesto di offrire il cibo. Altra parola chiave, biodiversità: la incrociamo  nel padiglione collettivo Bio-Mediterraneo: dodici Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum, coordinati dalla Regione Sicilia, propongono ai visitatori la loro tradizione gastronomica nelle cucine all’aperto, dove si può seguire la preparazione dei cibi e gustarli. In fondo la dieta mediterranea è Patrimonio dell’umanità. La biodiversità stravince nel padiglione granbretagnaItalia, il più grande di tutti: cinque piani, 13mila metri quadrati tutti dedicati alle nostre eccellenze – d’altronde la ricchezza dei prodotti è la nostra forza. Ma la biodiversità è messa a rischio dai fertilizzanti sintetici, dall’abbandono della rotazione delle colture, dall’utilizzo di pochi tipi di sementi, dall’introduzione incontrollata dell’Ogm. E dalla scomparsa delle api; ecco perché la Gran Bretagna dedica il suo padiglione all’attività delle api! Quella grande sfera d’acciaio che pulsa e ronza, come un enorme alveare, sopra i visitatori che camminano sul prato di fiori selvatici non è un gioco: scopro che l’ape impollinatrice è la sentinella della sostenibilità, garantendo ben il 75 percento dei nostri raccolti.

Altri Paesi hanno adottato un taglio didattico e insieme coinvolgente. La Germania, per esempio, ha progettato il suo padiglione come un grande seme accanto a gigantesche gocce d’acqua, come se fosse visto da un bambino. Anche il Giappone punta sulla consapevolezza alimentare: la sua dieta a base di riso, pesce crudo e verdure è l’antitesi agli eccessi che nel mondo provocano l’obesità in un miliardo di persone. Nel padiglione costruito come le tradizionali case di Kyoto, propone progetti per le scuole sull’educazione alimentare e contro lo spreco: se solo recuperassimo il 30 percento di quello che produciamo, potremmo sfamare tutti…Anche la Svizzera butta un semino contro lo spreco: offre gratis i suoi prodotti alimentari. Ma attenzione: non bisogna arraffarli, devono durare per sei mesi dell’Esposizione. È un invito a non essere avidi.

A proposito di spreco e del suo contrario: la fame. L’Africa come si presenta all’Expo? C’è un solo Paese con un suo padiglione, l’Angola. Gli altri si sono uniti in uno spazio comune dedicato alle loro monocolture: il caffè, il cacao, le spezie. Il tema proposto è “educare per innovare“. L’Africa sarà il luogo della riscossa contro la fame. È un continente ricchissimo di risorse, con terre sterminate, messe a rischio però dal cosiddetto “land grabbing”, ovvero l’acquisto da parte dei Paesi ricchi. Slow Food ha lanciato una campagna di costruzione di china10mila orti: gli africani devono diventare produttori del loro cibo, usare le sementi locali, riprendersi in mano l’agricoltura. Alla fine del mio viaggio, l’occhio va a quella rossa forma sinuosa. È il padiglione della multinazionale cinese Vanke progettato dall’archistar Daniel Libeskind. All’interno, 300 schermi proiettano video di pranzi, all’insegna della gioia e della condivisione. È la convivialità, la shitang, il tema scelto dalla Cina, presente con ben tre padiglioni. Perché il cibo deve essere piacere, un piacere fisico e di relazione con gli altri. Perché il gesto della cura e dell’ospitalità è il senso ultimo, vero, della vita.

Una vita 5/2

blog we1E’ domenica, giorno 2 del prezioso weekend. A seconda dell’età si dovrebbe essere: a) in tuta, centrifugato in mano, prese a organizzarsi la serata; b) al parco a far mulinare foglie con i 3 bambini under 4; c) in cucina a preparare un arrosto per gli amici. E invece no, non va così, proprio no. Forse nel nostro personale album dei ricordi, ma oggi il sabato e la domenica arrivano al termine di una settimana lunghissima, magari finita con un bicchiere di troppo in cucina. Poteva andare bene fino a qualche anno fa, adesso è solo un gran mal di testa, per non parlare del raffreddore in agguato. E poi, aiuto, il sabato è il giorno in cui devi smaltire quello che hai rimandato dal lunedì al venerdì. Cioè TUTTO.

Lavatrice, supermercato con trolley, in posta per ritirare il pacco ovviamente arrivato quando non c’eri, altra lavatrice, lavanderia per il lavasecco, caffè con l’amica il cui marito se l’è squagliata, shopping con l’altra che cerca il secondo vestito da sposa (molto più difficile del primo). Questo nel migliore dei casi, cioè in assenza di: bambini piccoli da far giocare, teenager da portare al calcio, nipoti con curriculum da correggere, lavaggio auto. Poi arriva la domenica, ed è un’altra storia. Perché a questo punto sei stesa, incapace di prendere qualsiasi decisione che non sia annullare il caffè con la mamma. Finito. Tv. Letto.

Sentito parlare della dieta 5/2 (ti abbuffi per 5 giorni e gli altri 2 digiuni)? Bene: benvenute nella vita 5/2. Cinque giorni per lavoro e maternità; uno, allucinante, per le faccende arretrate, e uno per l’ R&R, Recupero e Riorganizzazione. Abbiamo pensato, in milioni, che fosse solo una fase transitoria, per via del superlavoro e dell’incapacità di organizzarci. Sbagliato. Ci è voluto poco per capire che è la nuova normalità: il ciclo settimanale macina-e-crolla. Ma niente, ci ostiniamo a pensare che il weekend sia fatto per vivere, continuiamo a far programmi che poi siamo costrette a disfare. Va così, per tutti. E in un nanosecondo è lunedì.

Kind revolution

Sono a fine giornata, una di quelle in cui ti chiudono in faccia la porta del tram, cammini e vedi solo scontrosità, persone scortesi e distratte. Mi assale il malumore. Accendo la tv in cerca di relax: solo litigi e aggressività. La spengo, nauseata. Mi metto a navigare su internet e mi imbatto nelle Boom Boom Cards. Pare che con questo mazzo di carte americane si possa migliorare il mondo. Come? Ogni carta suggerisce una piccola buona azione da mettere in pratica. Tu la fai, passi la carta a un altro, che a sua volta compie il bel gesto e la passerà ancora, formando una rete virtuosa. La chiamano kind revolution. Perché la sensazione che la gentilezza stia evaporando si fa sempre più forte. Perché la microbarbarizzazione dei modi è un fatto quotidiano. Perché la nostra società ha messo la bontà tra i disvalori. Inculcano la sciocca idea che l’aggressività vinca, che per far valere le nostre ragioni bisogna imporsi sugli altri. 

kindnessMa la gentilezza può davvero diffondersi? E’ talmente obsoleta che, se ricevi una premura spontanea, il primo impulso è quello di stupirti….diffondere la gentilezza è rivoluzionario perché va contro l’andamento generale: quando faccio un atto di cortesia vero, puro, rompo il conformismo della società insolente e libero energie sociali. Inserendo la parola “kindness” nei motori di ricerca vedo un pullulare di siti che inneggiano a farsi paladini di questo valore riscoperto: actsofkindness.org, per diffondere la gentilezza nella propria comunità; worldkindness.org.sg e la sua versione italiana gentilezza.org promuovono il senso civico; helpothers.org suggerisce azioni per regalare un sorriso. Ma ci sono anche ifwerantheworld.com per divulgare i buoni propositi e akoha.com: gioco on line che ti invita a compiere piccoli gesti quotidiani.

Ad essere gentili si produce serotonina, l’ormone del buonumore. E l’immagine che abbiamo di noi ne esce rafforzata. Morale: chi dà, prova piacere e trasmette la propria emozione a chi riceve. E più lo si fa, più si ha voglia di farlo. Comportarsi cortesemente genera empatia perché facilita la capacità di mettersi nei panni altrui, bypassando diffidenze e differenze. Un’arma che si rivela potentissima: se sei cordiale, il mondo lo sarà con te.

Pasqua a Milano

Passare la Pasqua a Milano è ormai una tradizione per molti milanesi ma anche per tanti turisti: visto il giorno di festa, la città vive in un’atmosfera meno frenetica del solito, ed è particolarmente apprezzabile all’aria aperta. E non saranno poche le iniziative organizzate:

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MOSTRE e MUSEI:

GAM – Galleria d’Arte Moderna, via Palestro 16. Retrospettiva Medardo Rosso: la luce e la materia, domenica 5 aprile dalle 9 alle 17.30. Lunedì 6 dalle 9.30 alle 19.30.

Museo di Storia Naturale, corso Venezia 55. Esposizione Food. La scienza dei Semi nel piatto. Domenica dalle 9 alle 17.30 e lunedì 6 dalle ore 9.30 alle 19.30. Sabato 4 e martedì 7 il museo organizza Uova da Museo, una visita-gioco (prenotazione obbligatoria) per bambini dai 6 agli 11 anni.

Palazzo Morando, via Sant’Andrea 6. Mostra fotografica Brassaï. Pour l’amour de Paris. Ingresso gratuito domenica 5, dalle 9.00 alle 17.30. Lunedì chiuso.

Palazzo Reale, piazza del Duomo 12. Mostra temporanea Dai Visconti agli Sforza. Milano al centro dell’Europa, aperto sia domenica 5 che lunedì 6 dalle 9.30 alle 19.30.

PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, via Palestro 14. Esposizione Stardust del fotografo David Bailey che apre al pubblico il 5 e il 6 aprile dalle 9.30 alle 19.30.

Palazzo della Ragione, piazza dei Mercanti. Mostra fotografica Italia Inside Out aperta durante le festività pasquali dalle 9.30 alle 20.30.

Gallerie d’Italia, piazza della Scala 6. “Oltre. Le soglie dell’invisibile“: un itinerario artistico tra le forme con cui il divino incontra la vita dell’uomo e la sua aspirazione all’infinito, con opere contemporanee e non solo. Ingresso gratuito, apertura 9.30-19.30.

MUDEC, via Tortona 56. Fresco di inaugurazione, ospita due mostre: “Africa. La terra degli spiriti”, dedicata all’arte africana dal Medioevo ad oggi, e “Mondi a Milano“, panoramica sul dialogo fra il capoluogo lombardo e l’altrove. Aperto sia a Pasqua che il lunedì dell’Angelo, dalle ore 9.30 alle ore 19.30.

Museo della Scienza e della Tecnologia, via San Vittore 21. Da sabato 4 a martedì 7 offre ricche attività e laboratori nella Tinkering Zone, soprattutto per i più piccoli (http://www.museoscienza.org/news/dettaglio.asp?idnotizia=933). Dalle 9.30 alle 19.30

Spazio Oberdan, via Vittorio Veneto 2. Mostra sul fotoreporter di guerra Robert Capa. La Guerra in Italia 1943 – 1944, aperto domenica 5 e lunedì 6 dalle ore 10 alle ore 19.30.

MERCATINI:

Mercatini di Primavera, piazza Portello. Shopping all’aria aperta all’insegna delle cose belle e del gusto, tra artigianato tipico, laboratori creativi e uova di Pasqua. Dalle 9 alle 19.

Mercato in Giardino, via San Vittore 49. Genuinità e creatività con agricoltura tradizionale e lavori fatti mano. Dalle 10 alle 19.30.

Mercatino di Antiquariato, piazza Diaz. Merceologie di alto contenuto culturale e collezionisti: libri, stampe, gioielli, quadri e accessori vintage. Dalle 8 alle 19.

Fiera dell’Angelo, via della Moscova. A Pasquetta, attorno alla Chiesa di Sant’Angelo e all’annesso Convento dei Frati Minori, saranno presenti i commercianti che proporranno articoli per la casa, libri, oggetti etnici, abbigliamento, specialità alimentari, quadri e golosità. Dalle 9 alle 19.

Letture da single

Se i single sono, dal punto di vista fiscale, la categoria più vessata in Italia, nell’editoria si prendono invece una corroborante rivincita. E la notizia è che non si rifanno più, o almeno non solo, al divertente ma abusato immaginario di “Sex and the city“. Attraversano infatti tutti i generi letterari con storie ora leggere, ora drammatiche, che vedono protagonisti giovani uomini, ragazze in età da marito o eccentriche signore.

webberL’excursus nell’universo dei cuori solitari non può non cominciare da un libro che ha fatto piazza pulita dei falsi miti fin dal titolo: “La meravigliosa vita delle single“. Spiega l’autrice Imogen Lloyd Webber (sì, è la figlia del Signore dei Musical) che in una relazione sbagliata ci si può sentire infinitamente più sole che da single; la sua filosofia improntata al “carpe diem” parte da qui per addentrarsi, con ottimismo pragmatico, nelle attività e nei vantaggi di una condizione che si suppone a tempo determinato. D’altronde, questo libro non spiega come trovare un uomo, ma come individuare una rotta sicura nel mondo delle ragazze single, limitare il mal di mare e godersi perfino il viaggio.

mameSe poi il fato volesse allietare il tragitto con la compagnia di un bambino, il faro potrebbe essere “Zia Mame“, di Patrick Dennis: delizioso romanzo degli anni Cinquanta che ha per protagonista un undicenne di Chicago sbalzato, dopo la morte del ricco padre, nella rutilante New York della sua nuova tutrice, una zia single ma tutt’altro che “zitella”. L’avventurosa vita che gli si presenta ha i contorni di un sogno tanto glamorous quanto folle e ribalta le convenzioni grazie a un coraggio controcorrente. Che non manca a un altro scrittore, William Sutcliffe, che racconta il mondo dei single maschi e delle loro mamme preoccupate nello spassoso “Contento tu“. Al centro del romanzo ci sono Matt, sempre innamorato di ragazze che rosehanno la metà dei suoi anni; Paul, che vive in una comune gay; e Daniel, che passa i sabato sera in casa a leggere romanzi pensando alla sua ex. Riusciranno le genitrici a rassettarne le esistenze in meno di una settimana? In tempi di precariato sentimentale sembra fortunato chi si sposa, a meno che la sindrome del single di ritorno non colpisca a tradimento…come succede alla protagonista di “Se son rose“, di Tiziana Merani, abbandonata senza un soldo dal marito. A darle consigli arrivano le amiche, single ovviamente. E proprio questa sembra essere la rete di salvataggio: amori sbagliati, insoddisfazioni e frustrazioni portano a dire no a un’esistenza a due che non appaga. Essere single non è qualcosa che subisci, una tragedia che ti travolge, ma il frutto di un percorso fatto con la testa e con il cuore.

Verso la Felicità

Nel giorno in cui si celebra l’equinozio di primavera, cade anche la Giornata Internazionale della Felicità. Istituita dall’Assemblea generale dell’ ONU allo scopo di riconoscere il benessere e la felicità quali aspirazioni universali della persona umana e dunque obiettivi fondamentali delle politiche pubbliche, questa ricorrenza ci ricorda che “la ricerca della felicità è uno scopo fondamentale dell’umanità”.

Sono tanti però gli intoppi che ci avvelenano la vita, in primis il pessimismo esistenziale e la menzogna in tutte le sue varianti. Difficile ma non impossibile trovare una via d’uscita, dei trucchi per aggirarli o depotenziarli. Come ci consiglia Matteo Rampin nel suo  libro “Nel mezzo del casin di nostra vita? Indizi e tracce per trovar la via d’uscita“.

Ridimensiona l’ego. Se siamo troto happinessppo concentrati su noi stessi, rischiamo di trasformare le pulsioni naturali in passioni smodate: così l’emulazione di quelli che ci sembrano modelli diventa invidia, l’aggressività si trasforma in ira, il realismo in pessimismo…La soluzione non è annullarsi con tecniche che sopprimano il desiderio o le passioni, ma andare incontro agli altri. Se proviamo a risolvere i problemi altrui, ridimensioniamo i nostri: per essere felici bisogna puntare sulla felicità del prossimo.

Sogna più che puoi. Ovvero scarta i modelli irraggiungibili. Questo non vuol dire che non dobbiamo puntare in alto, ma sapere che per arrivarci è meglio procedere per gradi. Quindi, prima di metterci in testa di diventare miliardari, sarà bene provare a diventare economicamente autonomi; invece di voler assomigliare a tutti i costi ad una top model, occorre capire come valorizzare i propri punti di forza.

Arretra per avanzare. Chi è aggressivo perde il controllo, passando dalla parte del torto anche se ha ragione. Perché si sciolga il nodo che tiene incarcerato l’animo, è giusto fare ciò che raccomandavano i vecchi generali cinesi, gli stessi che negavano la validità del principio “dove passa Attila non cresce più l’erba”, preferendo che i propri cavalli, conquistata la prateria, avessero ancora di che pascolare. I suggerimenti di questi saggi comprendono l’arretrare per avanzare, il perdere una battaglia per vincere la guerra, il piegarsi come fa una canna al vento lasciandolo passare, anziché resistergli.

Diventa una pragmatica idealista. La soluzione per affrontare meglio le traversie della vita non è essere ottimisti a priori, che significherebbe diventare degli illusi, ma essere realistici: nel sapere che luce e ombra sono sempre intrecciate inestricabilmente e che uno degli scopi della vita è districarsi tra esse, scegliendo la prima e dandosi da fare per mantenerla. Dal punto di vista pratico, significa impegnarsi ogni giorno a trovare il senso dell’esistenza nelle cose che si fanno. Per riuscirci bisogna riconoscere i “pifferari magici” e sventare i loro incantesimi.

Frugalità

Per capire il concetto, che non ha niente a che vedere con ristrettezze e risparmi, ho pensato a due valigie: una zeppa fino a scoppiare (per non lasciare scoperta neppure un’eventualità climatica), l’altra un po’ vuota, in attesa di riempirsi di ricordi di viaggio. La frugalità è proprio quest’ultima valigia: l’abitudine al meno dà un buon margine di manovra e rende adattabili alle situazioni in mutamento.

frugalitySe si vuole rimanere in metafora, sono soprattutto le donne a trascinarsi dietro valigie stracolme. Teniamo dentro carichi affettivi enormi, responsabilità, intere famiglie (la nostra, quella del partner, perfino quelle degli amici), e magari si perdono nuove occasioni, che la vita offre sempre. Così alla fine siamo stremate. E spesso anche frustrate e arrabbiate. Vi suona famigliare? Allora serve una potatura: via i rami secchi. Già, facile a dirsi. Però poi mi viene in mente quella volta che sono riuscita a lasciare indietro un’amicizia in stallo e anche un’incombenza che credevo fondamentale finché ho visto che le mie giornate non cambiavano di una virgola: potere della relativizzazione. E soprattutto grande senso di libertà. La leggerezza è un percorso in cui l’ostacolo più grande è la paura del vuoto, ma la psiche, una volta sgombra, non è affatto nuda.

Alla voce “più sani e più leggeri”, la frugalità è in prima fila. Che non vuol dire per forza, o non solo, meno calorie. Si tratta di virare, anche nell’alimentazione, verso l’essenziale: di fatto, a cibi che non abbiano bisogno di troppe elaborazioni, si possano consumare crudi (meglio) o con cotture leggere. Il passaggio è anche psicologico: non si mangia meno per perdere chili, ma per guadagnarci in salute e longevità. Se si resetta il metabolismo, infatti, si sta bene. E non è un meccanismo complicato: consumando meno calorie l’organismo cerca di utilizzare al meglio le minori risorse a sua disposizione. Il fegato non si sovraccarica, la digestione funziona. E se pensiamo che nello sport valga la regola del “tanto è meglio”, dobbiamo ricrederci un po’…quaranta minuti di corsa un paio di volte alla settimana sono sì meglio della sedentarietà totale, ma fanno ben poco bene al fisico; addirittura potrebbero essere controproducenti perché l’organismo, sottoposto solo a movimento aerobico a basso impatto, dopo poco “impara” a farlo con il minor dispendio calorico possibile. Con buona pace delle nostre velleità atletiche. Quindi? Bene la regolarità, ma ancora meglio l’alternanza di attività ad alta e bassa intensità nell’allenamento: camminata veloce in salita per migliorare la propriocezione – il meccanismo che regola l’equilibrio e la percezione del movimento – e discipline che ci rimettono in ascolto del corpo, come yoga, pilates e respirazione profonda.

Singletasking

Singletasking è una nuova parola per dire una cosa vecchissima: facciamo una cosa alla volta. È il nuovo mantra slow, dopo anni di orgoglioso credo multitasking. Anni in cui, per fare tutto, ci siamo giocate amicizie, matrimoni, tempo libero, svago e leggerezza. Ma soprattutto neuroni. E collagene. A vagonate. Perché lo stress brucia entrambi a velocità fotonica. E non è un modo di dire. Ci siamo sentite molto “in gamba” nei panni delle equilibriste, ma l’abbiamo pagata. E adesso?

Adesso si cambia. Perché dall’America ci informano che il multitasking fa malissimo. E ce lo dicono dopo averlo inventato ed esportato a livello planetario, sfoderando nuove prove scientifiche: secondo una ricerca condotta dal Center for brain health dell’università di Dallas, fare più cose alla volta fa impennare il livello di cortisolo – l’ormone dello stress, appunto – con ricadute sulla salute di tutto l’organismo. Ma la scoperta peggiore non è questa (non occorre essere scienziati per sapere che ritmi forsennati non sono salutari). La scoperta peggiore è che il cervello, impegnato in contemporanea su più fronti, non diventa più performante, cosa di cui tutti noi nevrotici multitasking in cuor nostro eravamo certi, bensì perde capacità, perché è programmato per fare una sola cosa alla volta. Ogni attività che svolgiamo mette in funzione una specifica area cerebrale. Se ne compiamo diverse insieme, i neuroni deputati a svolgerle si riducono (muoiono? Si ammutinano? Scappano? Non l’ho capito). Ecco spiegato perché “facendone troppe” perdiamo colpi. Sembriamo smart, ma non è vero.

multitasking

Il problema ora è riprogrammarsi. Dopo esserci abituate a stra-fare, fare e basta ci sembrerà un’enorme perdita di tempo. Si può cominciare dalle piccole cose, per esempio parlare con chi ci sta di fronte evitando nel frattempo di: chattare con l’amica, ordinare la spesa online, postare su Fb la foto del gatto con la testa nel water, dare istruzioni alla tata, “maillare” direttive in ufficio e controllare il meteo. Oppure guidare e basta, senza tutte le attività collaterali di cui sopra. Il cervello si distrae, e se si distrae sbaglia: bastano 4 secondi per quadruplicare le probabilità di errore. Il cervello ha bisogno di concentrazione. Soprattutto quando invecchia. Perché i due emisferi, che in giovane età godono ancora di una certa flessibilità, con gli anni fanno più fatica a tenere tutto insieme. Gli adolescenti possono ascoltare musica dall’auricolare, guardare la tv, rispondere al telefono, studiare algebra, dormire, giocare alla Playstation e pomiciare, tutto insieme. Noi no. Non illudiamoci del contrario.

I peggiori effetti collaterali del multitasking però, questo gli scienziati non lo dicono, non sono fisiologici, ma esistenziali. Quanti racconti di nostro figlio ci siamo persi per rispondere a una mail di lavoro? Quante confidenze del compagno o dell’amica abbiamo inibito spezzando il discorso a metà perché pensavamo già ad altro? Il soggetto multitasking è sempre altrove (con la testa). Al colloquio a scuola quando è in ufficio. In ufficio quando è al supermercato. A casa quando è al supermercato. Di nuovo in ufficio quando è a casa. E così via. Sempre un passo avanti rispetto a dove si trova. Del tutto incapace di abitare il presente. Dunque, mai davvero presente a se stesso. Distratto, vacuo, evanescente. Iperproduttivo, ma sfuggente. Vorremmo vivere con uno così?

Siamo fatti di sogni

Che cosa sono i sogni? In senso stretto, i sogni sono immagini e pensieri, suoni, voci e sensazioni soggettive vissute quando dormiamo. Possono includere persone che conosciamo e perfetti sconosciuti, luoghi noti e posti mai visti prima. A volte si limitano a ricordarci eventi accaduti durante la giornata. Altre volte possono anche richiamare i nostri più oscuri segreti, le paure e le fantasie più intime. Sigmund Freud riteneva che i sogni fossero una finestra sul nostro inconscio, e alcuni studi dicono che potrebbe averci visto giusto.

tenda notteSvegliarsi nel cuore della notte sgomenti e accendere la luce, guardarsi intorno, bere un sorso d’acqua e girarsi sull’altro fianco sperando, richiudendo gli occhi, di non farse più lo stesso incubo. È il lato oscuro della medaglia. Lato chiaro, quasi bianco, anzi, da Mulino bianco: è giorno, la luce filtra dalla finestra. Ciglia dischiuse e un sorriso dolce amaro perché, se non fosse suonata la sveglia, quel sogno, così bello, non sarebbe ancora finito. Ogni notte riserva delle sorprese. Quando tutto tace, quando tutto è buio, l’inconscio prende sotto braccio i ricordi, le paure, le speranze che, mattoncino su mattoncino, costruiscono il mondo dei sogni, quello spazio che possiamo vedere solo ad occhi chiusi. La notte, corpo e mente si danno appuntamento in piazza, o su una piazza e mezza. È questo il momento in cui il fisico, alle prese con cuscini e lenzuola, lascia che il cervello stacchi la spina e ceda il passo al riposo. E mentre la guancia affonda in morbidi guanciali, la testa sprofonda nel torpore. In realtà il cervello se lo sogna di staccare: la sua attività, seppur a ritmi diversi, continua, fa il solletico a reminiscenze e quotidianità e dà forma ai sogni. E non smette mai di stupirci: a volte apre files che credevamo sepolti, altre volte si diverte a riproporci le stesse scene. Sono i sogni ricorrenti. Noi invecchiamo, loro no. E ritornano più o meno puntualmente a farci visita mentre ci rilassiamo in pigiama. Accade perché nella nostra vita c’è qualcosa di ricorrente e legato alle nostre emozioni più profonde: alcuni studi suggeriscono che il dolore entra in sogni, superando la barriera tra la veglia e il sonno. Dolori intensi possono dare vita a veri e propri incubi. L’emozione più diffusa nei sogni però è l’ansia: le emozioni negative in generale vincono su quelle positive.

Siamo quindi fatti della stessa sostanza dei sogni? Siamo fatti di ricordi, emozioni, pensieri che si svegliano quando dormiamo. Siamo fatti di una storia e di un sogno, di “un’altra storia in più da chiudere con gli occhi”.

Imperfetto è il nuovo perfetto

connasseLa donna perfetta è una cretina“. O meglio, “stronza”. Lo sostengono la giornalista Anne Sophie e la comica Marie Aldine Girard nel saggio intitolato, punto, “La femme parfaite est une connasse“. In Francia è stato un caso letterario: in pochi mesi, 300.000 mesdemoiselles lo hanno comprato, dando ragione alle autrici che prendono di mira le tipiche fissazioni di donne ormai stanche di inseguire la perfezione. Lo sforzo di aderire a modelli assoluti è una forma di difesa, ma anche una fuga da noi stesse, che ci impedisce di fare i conti con le nostre fragilità. Sono – finalmente – sempre più frequenti i segnali di insofferenza verso un ideale tanto irraggiungibile quanto frustrante.

Negli Usa la campagna della lingerie Aerie Real non ha “aggiustato” con Photoshop la protagonista delle sue affissioni: “Niente supermodelle. Niente ritocchi. Perché essere la vera te è sexy” recita lo slogan sui manifesti. E ad esserne felice, ancor prima delle clienti, è stata la testimonial: la 28enne Amber Tolliver, orgogliosa della sua pancia molle. Contro gli standard irrealistici si è scagliata anche la moda: alle ultime sfilate maschili Giorgio Armani ha mostrato come coniugare approssimazione e figaggine. Merito del panciotto, capo primonovecentesco che “conferisce completezza all’abito e copre le magagne della camicia. In giro non si vedono più le camicie stirate come un tempo dalla mamma. Pieguzze di qua, grinze di là…” ha decretato lo stilista. Lode a lui.

Dalla moda la riscoperta dell’imperfezione tracima nell’alimentare: in Austria i supermercati Rewe hanno promosso la linea di frutta e verdura “Wunderlinge” (il cui nome mescola le parole “stranezza”  e “prodigio”). Bitorzolute, ma gustose ed economiche, queste meraviglie della natura ricordano che c’è differenza tra il bello e il buono. E che quello che colpisce al primo sguardo alla fine potrebbe non sapere di nulla. Analogamente la Kraft ha studiato come dare alle sue fette di tacchino in busta l’apparenza di porzioni tagliate a mano con il coltello. Gli americani, infatti, amano la comodità dei cibi già pronti, ma rifiutano quelli troppo lavorati. L’irregolare è come un piatto fatto in casa, segnala qualcosa di autentico, sano, buono. Un punto di forza invece che un difetto. In Giappone definiscono “wabi-sabi” la particolare bellezza delle cose imperfette, quella dei vasi ossidati dal tempo o delle ruvide ceramiche artigianali, la cui anomalia è garanzia di unicità.

Memorizziamo il concetto di nuovo imperfetto e usiamolo contro chi ci rinfaccia i nostri difetti. Perché noi donne normali siamo così: imperfette sì, cretine no.

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