Lifestyle

Il potere delle fotografie postate

 

Recentemente ha avuto molto successo Five, un’app per capire chi siamo partendo da quello che postiamo. Analizza le parole utilizzate nei post delle fotografie pubblicate e traccia un ritratto psicologico basato sui cinque fattori principali della personalità: estroversione, gradevolezza, coscienziosità, nevrosi e apertura mentale. Così da capire quali “armi” usiamo per apparire e attirare l’attenzione. Siamo nell’epoca dei selfie, della febbre da social network, dell’ossessione visiva di camere digitali e smartphone. Tutti questi scatti avranno pure qualcosa da dirci…Grazie ad un semplice clic imprimiamo per sempre momenti importanti del quotidiano, e le emozioni inconsce associate a questi momenti sono ponti naturali per accedere al nostro vero Io.

Immersi in una iper-produzione fotografica, dobbiamo sempre tenere presente la potente carica significativa di un’immagine. Ad esempio mostrandoci tormentati da un inconveniente o perseguitati da qualcosa catturiamo lo sguardo degli altri: facciamo le vittime per essere ascoltati, per avere un pubblico che ci noti a prescindere dalle nostre qualità o azioni e aspettando un commento di comprensione e condivisione del problema che ci affligge. Viaggiando o semplicemente passeggiando nella nostra città troviamo e postiamo qualcosa che in noi ha suscitato delle emozioni. Nel quotidiano apriamo le porte di casa a sconosciuti e mostriamo l’intimità dei nostri sentimenti. È un modo indiretto per fare vedere a tutti che “anche noi ci siamo”. Come meglio comportarsi allora quando si posta una fotografia? Seguendo l’unica parola d’ordine: l’autenticità. Postare svincolati dal giudizio altrui, dall’ossessione del gradimento degli amici, del numero dei like e liberi di esprimersi in modo immediato, recuperando lo spirito originario dei social: il racconto di quello che si sta facendo e pensando qui e ora. Per questo motivo adoro ed utilizzo quasi esclusivamente Instagram che consente di aderire al presente pur permettendo di essere liberi e di osare. È l’unico social capace di reinventare in meglio la fotografia, che dismette i suoi abiti nobili per indossarne altri più casual. Diviene come un taccuino sulle cui pagine possiamo annotare quello che ci accade quotidianamente: emozioni, esperienze, città visitate, volti sfiorati. Non contano qualità delle riprese, inquadrature, luci. Il trionfo di un’inevitabile imperfezione, un flusso democratico di altri scatti condivisi e commentati.

Ho fatto il mio primo post su Instagram cinque anni fa, nel 2012, e tornare indietro non è stato più possibile. L’immediatezza del mezzo mi ha sconcertata. Scatti e condividi, nessun social consente un dialogo così diretto e divertente tra appassionati di fotografia. Si sono aperti il mondo della creatività e l’interesse per la relazione tra testi e foto, quel loro modo particolare di funzionare insieme: spesso accompagno i miei scatti con spunti narrativi e didascalie filosofiche. Lo faccio con l’attitudine del romanziere o del saggista, come in preda ad un democratico flusso di coscienza…la comunicazione fotocentrica è il modo più semplice e naturale per vivere e raccontare un’esperienza. Lo hanno spiegato e dimostrato più volte in questa lunga settimana di Milano Photo Week con mostre, incontri, visite guidate, laboratori, progetti editoriali e proiezioni urbane dedicati alla fotografia a 360 gradi: dai grandi scatti d’autore ai reportage di guerra, dalle immagini di moda e di architettura che hanno reso celebre Milano nel mondo alla fotografia come linguaggio dell’arte contemporanea, poi le vite dei grandi fotografi da scoprire guardando un film o gli archivi che aiutano a ricostruire la nostra memoria storica. Un’esperienza meravigliosa per chi, come la sottoscritta, esalta quotidianamente l’arte immortale delle fotografie postate.

Design Week milanese

Il Design è uno stato a sé. E Milano è la sua capitale“, questo il mantra che ha accompagnato le attività della 56esima edizione del Salone del Mobile, a sottolineare la sempre più forte interconnessione tra la kermesse internazionale e la città che da sempre la ospita. Nel quartiere fieristico di Rho, il Salone del Mobile, come di consueto suddiviso tra i padiglioni dedicati al Modern&Design e Luxury, ha trasformato il format xLux presentato lo scorso anno nella nuova formula “Classico: Tradizioni nel futuro” attraverso un layout omogeneo senza nessuna discontinuità. Ad accompagnare il nuovo Classico sono stati riproposti il teatro e una stanza di Before Design: Classic, progetto presentato alla scorsa edizione, insieme al corto del regista Matteo Garrone. In concomitanza con la manifestazione ammiraglia si sono svolte quest’anno le biennali dedicate al mondo del lighting e del lavoro. Euroluce, alla sua 29esima edizione, insieme ai più innovativi sistemi di illuminazione privata ed industriale, ha puntato i riflettori su progetti d’illuminazione atti a migliorare il benessere e la qualità della vita e delle attività svolte in ogni tipo di spazio. La 18esima edizione di Workplace3.0 si è presentata con una proposta espositiva dedicata al design e alla tecnologia per la progettazione dello spazio di lavoro, concentrandosi sul rapido cambiamento del settore con le sue rinnovate esigenze. Alle biennali sono stati dedicati due eventi. Il primo, intitolato DeLightful – Design, Light, Future, Living, un percorso visivo e sensoriale nel vivere quotidiano e nello spazio contemporaneo, mentre l’altro, A Joyful Sense Of Work, ha messo in scena una nuova concezione dell’ambiente ufficio. La 20esima edizione del SaloneSatellite si è aperta con la domanda globale “Design is…?“, per celebrare l’anniversario con la Collezione Salone Satellite 20 anni, realizzata con pezzi disegnati appositamente da designer internazionali che hanno iniziato proprio tra i corridoi della manifestazione la loro carriera. Mentre presso la Fabbrica del Vapore è aperta al pubblico Salone-Satellite. 20 anni di nuova creatività, un’antologia di pezzi presentati come prototipi nel corso delle varie edizioni e poi lanciati sul mercato. Presso The Mall di Porta Nuova è tornato invece Space&interiors, l’unico evento connesso con il Salone del Mobile e dedicato alle finiture per l’architettura.

Neofiti o veterani, lo sappiamo: destreggiarsi fra le tentacolari seduzioni del Fuori Salone non è un gioco da ragazzi…allora scarpe comode ai piedi ( si finisce sempre per camminare molto più del previsto) e via tra eventi, esposizioni, workshop, festeggiamenti:

Porta Venezia in Design. Dove shakerare bene design, arte, architettura Liberty e stimoli enogastronomici per soddisfare tutti i palati. Al quinto anno di presenza, combina questi ingredienti, facendo da sempre leva sul potere attrattivo della propria identità architettonica. A confermarlo Objets Nomades: la serie iconica firmata Louis Vuitton nata nel 2011 (25 oggetti in totale, di cui 10 nuovi presentati in esclusiva) che interpreta il tema del viaggio, da sempre carattere distintivo del luxury brand francese. E il bellissimo Concept Store presentato da  Elle Decor Italia a Palazzo Bovara: il progetto ha immaginato il retail come punto di incontro tra analogico e digitale dove la fisicità degli oggetti dialoga con la digital experience e dove il consumatore è protagonista dello spazio in cui si muove, sia esso reale o virtuale.

Milano Durini Design. Con il suo Giardino delle Idee, è la mecca del design in pieno centro città. Al civico 3 ha appena aperto Salvioni, concept store di 1100 mq su sei livelli, che offre progetti su misura collaborando con gli oltre 100 migliori brand nostrani tra cui Fendi e Trussardi.

Brera Design District. Dove la creatività ha un’energia esplosiva. Nel cortile della Pinacoteca (via Brera 28), archistar del peso di Daniel Libeskind o Stefano Boeri hanno presentato White in the city, suggestivo viaggio nel bianco.

Associazione 5Vie. È da qui che è partita la street parade più animata della Design Week. Anche quest’anno con Design Pride, promosso da Seletti con l’associazione Wunderkammer e YOOX, una celebrazione della creatività che strizza l’occhio alle scuole internazionali. Interessante il progetto Tavola Scomposta nato in collaborazione con la designer Gentucca Bini tra Bitossi Home e Funkytable (via Santa Marta 19).

Tortona Design District. Multiformi, come di consueto, le sollecitazioni legate al format Superstudio Più che ha ospitato la rassegna dei designer indipendenti Time to Color!. Da Base Milano si sono mostrate le più recenti interpretazioni della casa temporanea, smontabile, assemblabile. Negli spazi del padiglione Visconti la collaborazione tra Corian e Cabana magazine, hanno dato luogo a Exploring the world of maximalism, un’oasi di forme e colori che si materializza magicamente.

La performance migliore è stata quella ispirata al mutare delle stagioni e alla natura del duo londinese di artisti Studio Swine che ha creato per Cos un’installazione presso lo storico Cinema Arti. Come protagonista una struttura centrale metallica a forma di albero alta 6 metri che emetteva boccioli di vapore nebulizzato che, come bolle di sapone, scoppiavano ed evaporavano a contatto con la pelle. Il più divertente temporary bar quello organizzato da TOILETPAPER, il magazine di sole immagini ideato dall’artista Maurizio Cattelan e dal fotografo Pierpaolo Ferrari, in collaborazione con Guffram, Seletti La buttiga presso la Mediateca Santa Teresa (via Moscova 28): TOILETPAPER BAR all’interno del Wallpaper* Handmade 2017, progetto curatoriale della rivista Wallpaper*, che espone un’installazione disegnata da Tino Seubert, dove l’acqua e il travertino sono stati protagonisti assoluti per un’inedita esperienza sensoriale. Evento perfetto per le famiglie, Playland presso lo spazio Marni (viale Umbria 42), trasformato per l’occasione in una distesa di sabbia colorata con teli da picnic, giocattoli, sgabelli, poltroncine e sedie a dondolo. Tutto fatto a mano e in vendita.

 

(Sor)ridere

Momenti di leggerezza, di allegria. Viverli è importante. Per l’umanista francese François Rabelais, sorridere libera la gioiosa verità sul mondo, prigioniero della falsità e della paura, che generano a loro volta la pesantezza del vivere e la violenza, quindi pure la sofferenza. Secondo Sigmund Freud invece, è un atto liberatorio, visto come canale di sfogo delle energie represse nell’inconscio, verso le quali si esercita spesso un controllo molto forte. Questo spiega perché, dopo una bella risata, proviamo una sensazione di piacere e leggerezza. Non dimentichiamo che nasciamo tutti con la capacità di sorridere. È un fenomeno che si manifesta fin da bambini, molto prima dell’acquisizione del linguaggio. Bisogna solo coltivarlo…

Quando sorridiamo, azioniamo inconsapevolmente un meccanismo complesso che coinvolge e mette in comunicazione tra loro la sfera biologica, emotiva e corporea con quella intellettuale, spirituale ed energetica. Al termine delle scoppio delle risa, invece, si ha un rilascio di endorfina, uno “stupefacente” prodotto dal nostro corpo con effetto calmante, antidolorifico, euforizzante e immunostimolante. Il riso unisce tutto e tutti, scioglie ogni dogma, ogni regola, ogni ipocrisia. È contagioso e infonde tranquillità e fiducia, risvegliando il corpo e rischiarando la mente. Sorridere olia gli ingranaggi della vita sociale, rende qualsiasi incontro più gradevole e offri amicizia. L’espressione del sorriso è la più facile e naturale da assumere: si utilizza un solo muscolo importante, mentre per esprimere emozioni negative come ansia, disgusto, tristezza se ne devono usare molte di più.

Le persone sagge ridono e sorridono di più perchè intuiscono meglio di altre quanto il riso sia essenziale per la qualità della vita, per la felicità e quanto aiuti a ridimensionare i problemi. Se si riesce a coltivare giorno dopo giorno la letizia interiore e a proteggerla dall’accanimento delle paure, avremo fatto una piccola rivoluzione perché comincerà a migliorare il mondo intorno a noi. Chi poi riesce a sorridere e/o ridere in situazioni potenzialmente pericolose è geniale e creativo. Dimostra di avere coraggio, fantasia e una prospettiva ottimistica, sconfiggendo la paura. Spesso veniamo educati a soffrire, per conquistarci un posto nella vita. Manca l’educazione alla gioia, la capacità di vedere il lato comico delle cose, la risata, lo humour, l’autoironia. Non per sfuggire ai problemi, ma per non identificarsi solo nelle difficoltà e farsene sopraffare. E soprattutto per ruotare il nostro punto di vita verso altre posizioni e liberarsi da una visione asfittica della realtà. A questo proposito, mi piace ricordare un passo del Nocciolo d’oliva di Erri De Luca: “La fabbrica fondamentale del creato si è accompagnata con una saggezza sorridente. L’intristito, lo scienziato che non sa sorridere, non può scoprire né immaginare il mondo. La relazione diretta tra risata e benessere è conosciuta da sempre: i cinesi, cinquemila anni avanti Cristo, dicevano che la risata è un’esplosione di energia yang dallo shen (l’allegria, espressione della forza umana) che risiede nel cuore. Dante Alighieri era più o meno della stessa opinione: secondo lui il riso è il lampeggiare della gioia dell’anima. San Francesco parlava di perfetta letizia. I grandi uomini sono spesso stati dei grandi cultori del sense of humour, non ci resta che imitarli.

Hygge. Il segreto danese della felicità

Le mani fredde che si scaldano intorno a una tazza di tè profumato, una cena tra amici illuminata da un camino scoppiettante, una coperta morbida che ci avvolge mentre stiamo leggendo un libro che non vorremmo finisse mai. Tutto ciò ha un sapore intimo, sincero, semplice ma speciale, che accarezza i sensi in un piccolo universo esclusivo. Ma soprattutto è molto Hygge. O per meglio dire “hue-ga”, come vuole la pronuncia danese. Rapida, schietta e per nulla onomatopeica, che stride persino un po’ con quell’idea di lentezza e serenità che ne descrivono in piccola parte il concetto. Perché Hygge in realtà è molto di più. È Hakuna Matata, è ciò che si trova alla fine dell’arcobaleno, è l’essenza della felicità stessa, per provare a capirci. È un modo di vivere ed essere che appartiene da secoli alla cultura danese ed è forse l’ingrediente segreto che da oltre mezzo secolo consente alla Danimarca di essere al primo posto nella classifica dei paesi più felici del mondo secondo le Nazioni Unite, alla faccia dei suoi inverni rigidi e bui. Per quanto il mondo guardi all’Hygge con invidia (e i guru del lifestyle siano già pronti ad esportarla), non esiste una corrispondenza in altre lingue che le renda giustizia. Poco si sa anche sull’origine del termine, che sembra derivare dalla parola germanica ottocentesca “hyggia”, ovvero “premura” e “attenzione”, oltre che vantare una parentela con l’inglese “hug”, “abbraccio”, con cui condividere non solo la sonorità ma anche il senso di comfort e sicurezza. Una cosa è certa: l’Hygge non è stata pensata per essere tradotta, ma per essere sentita. Creare l’Hygge per un danese significa dar vita ad un momento in cui ciò che ci circonda (gli oggetti, la natura, le persone) ed il nostro atteggiamento sono in grado di far stare bene noi e gli altri. È un rifugio, un piumino che ci isola dalla realtà quotidiana e ci regala un senso di appagamento il cui ricordo piacevole resterà con noi fino all’occasione successiva. E la vita non è altro che un susseguirsi di Hygge. Ma quali sono allora i segreti di questa beatitudine? Ne sono stati individuati quattro:

Semplicità. Che la felicità risieda nelle piccole cose, non è certo una novità. Se però a dirlo sono coloro che detengono il titolo di “più felici della terra” forse conviene crederci. E sul serio. Nonostante i danesi siano tra i cittadini più benestanti del mondo, con un alto livello di servizi e di benessere economico sono anche celebri per il loro understatement ed il loro stile di vita modesto, a contatto con la natura, scevro da ogni desiderio di ostentazione. Le loro case sono senza frivolezze, il design è essenziale, funzionale, leggero. E nonostante ciò, straordinariamente bello.  Sapersi circondare di oggetti belli e semplici, ma anche funzionali e fruibili aiuta a creare il contorno perfetto per un’atmosfera Hygge, dove trascorrere del tempo con se stessi, con la famiglia e dove chiunque può sentirsi a proprio agio.

Essere se stessi. La spontaneità è un elemento fondamentale dell’Hygge. Essere se stessi è la condizione necessaria per permettere a se e agli altri di aprire il proprio cuore e di sentirsi parte di un gruppo, senza prevaricazioni. Se temiamo di rimanere i soli ad abbassare la maschera, sappiamo che la spontaneità è il desiderio segreto di tutti. Ed è terribilmente contagiosa.

Perfetto è noioso. Non aspettiamo che la nostra dimora sia perfetta per invitare gli amici. E allo stesso modo non aspettiamo di avere il frigo pieno di prelibatezze per organizzare una cena. Per dar vita a un’atmosfera Hygge può bastare un buon tè, dei biscotti serviti con attenzione su un piatto da portata e della buona musica. La cura con cui si fanno le cose, sinonimo di attenzione verso gli altri, è molto più hyggelig della perfezione.

Caldo, dentro e fuori. In una casa Hygge non mancano mai soffici coperte sotto cui rannicchiarsi davanti alla tv, tazze ampie da stringere con entrambe le mani, dei lumini per illuminare balconi e aggiungere una luce calda alle pigre serate d’inverno. Un dono è hyggelig quando scalda il cuore, senza alcun desiderio di ostentare.

Il magico potere del riordino

Pensavo proprio a lei mentre, concentrata e impanicata, mi accingevo a riordinare la mia cabina armadio, ed ecco che la trovo col suo libro già più volte sottolineato tra la pila di romanzi da terminare di leggere sul mio comodino. Anche io, come Marie Kondo, adoro l’ordine sin da quando ero piccola. I miei quaderni erano tutti in carta di Varese, senza orecchie perché li pressavo con le graffette, i libri ricoperti in carta trasparente perché non si sgualcissero, allineati sulla libreria in ordine decrescente di altezza in certi periodi ingenui della vita, per argomenti in altri più consapevoli. Già allora ritenevo che le tazzine da tè o da caffè dovessero essere allineate con i braccini a destra, per comodità ergonomica. Crescendo ho proseguito con costanza: a inizio anno mi piace rimettere in ordine l’armadietto dei medicinali, più o meno con lo stesso metodo cartesiano organizzo il frigorifero, e siccome è nei dettagli che si nascondono le insidie, mi piace girare scatole, vasetti e barattoli dalla stessa parte, per amor di simmetria. Questo mio ordine certosino eccelle tra il soggiorno e la cucina, continua nei corridoi e nei bagni ma scema poderosamente negli armadi e nei cassetti del guardaroba, dove il caos prende il sopravvento.

Leggo su “Il magico potere del riordino” che l’azione del disordinare è un meccanismo di difesa o comportamento compensativo che istintivamente facciamo scattare per distrarci dall’essenza di un problema. Per questo affrontare le proprie cose, selezionarle, può risultare doloroso. Ci costringe a confrontarci con le nostre imperfezioni, con le scelte che abbiamo fatto nel passato. Ma esaminando ciò che possediamo, siamo in grado di capire quello che per noi è importante. Questo procedimento ci aiuta a identificare con chiarezza i nostri valori e a fare scelte per noi giuste nella vita. L’arte di piegare i vestiti è una delle cose che hanno più colpito noi lettori di Marie Kondo, che non siamo diventati grandi nella cultura dell’origami.

Con tanta forza di volontà butto a terra tutti i vestiti e prendo in esame un capo per volta, lo tocco, lo guardo, lo avvicino al mio corpo: “Mi emoziona ancora?”, se sì, rimane. Altrimenti via. Metà della roba finisce in 3 sacchi pieni. Spariscono quelli che non indosso da più stagioni, le gonne e gli abiti che non vanno più. I golf infeltriti, le giacche e i cappotti con le spalline che oggi aborro. Calze rammendate, T-shirt mai messe, costumi slabbrati. Poi riordino seguendo alla lettera quello che ha scritto la musa del Sol Levante. Appendo a sinistra gli indumenti più lunghi, dai tessuti più pesanti e i colori più scuri; e verso destra quelli più corti, leggeri, chiari. A operazione conclusa mi sento più leggera. Ho buttato via una parte di me. Passo ai cassetti: povere calze, le ho sempre sottoposte a una tensione costante. “Mai annodarle o rivoltarle altrimenti non riposano in pace“, afferma la Kondo. “Inoltre se hanno la sfortuna di finire sul fondo, la loro esistenza viene dimenticata per così tanto tempo che l’elastico si allenta irrimediabilmente e, nel momento in cui ci ricordiamo di loro, non possiamo che notare che sono sformate senza rimedio“. Verissimo. Quindi ripiego i collant, come non avevo mai fatto. Sovrappongo la parte sinistra a quella destra e li piego a metà longitudinalmente. Poi li ripiego in modo da formare tre parti uguali in lunghezza, lasciando l’elastico in vita nel punto più esterno. A questo punto, partendo dal lato opposto dell’elastico inizio ad arrotolarli e li ripongo nel cassetto in verticale come rotoli di sushi. Insomma, seguo pedissequamente tutte le indicazioni suggerite dalla bibbia del riordino. Passo da categoria a categoria, lasciando in ultimo i feticci del passato, ovvero gli strazianti ricordi. E sentirmi più in armonia con il resto del mondo, è un attimo.

2017: basta crederci

Quest’anno, per la prima volta, non ho fatto una lista interiore di buoni propositi da disattendere. Niente illusioni su diete, palestre, ordine negli armadi, nessun elenco di città da visitare entro ottobre, regali per il prossimo Natale da comprare un po’ per volta e non il 24 dicembre alle sei del pomeriggio. Niente promesse di bontà, gentilezza, perfezione, generosità, disciplina. Soprattutto niente quaderni con le cose da fare, da barrare una volta fatte, come se la vita fosse un elenco per punti. Faccio pace con il tumulto, con il disordine, con l’imperfezione costante. Non sarà lo spinning abbandonato alla seconda lezione a raccontare chi sono, non saranno tutte le cose che ho perso, dimenticato o mai finito, a dire che è stato un anno sprecato. Per ogni fallimento ci sarà una vittoria, magari minuscola, impercettibile, come un fiore quando ancora non è sbocciato, e non si sa nemmeno se sboccerà. Ma dentro questo scambio fra i sì e i no, fra i “non ce la faccio” e i “posso”, fra la vita piccola dei giorni e la vita grande di quello che accade nel nostro mondo, credo che ci sia una sola cosa davvero importante: ricordarci chi siamo.

E pare che stavolta facciamo tutti sul serio, me compresa. Mai come per il 2017 ho respirato così tanta voglia di cambiamento, di benessere, di tranquillità. Anche io, più che mai, sono fiduciosa. La buona notizia è che siamo tutti positivi, per adesso, la cattiva è che non sarà un anno tranquillo (eccetto per quelli che vivono su un’isola deserta) perché, non essendo nomadi, ma vivendo in un periodo di guerra, saremo comunque influenzati dal clima di costante tensione che caratterizzerà i prossimi 12 mesi. Ma sperare aiuta a esorcizzare. Leggere gli oroscopi aiuta a non pensare e reincarnandomi nella versione più ovvia di Miss Italia, desidero la pace nel mondo, la libertà di potere andare dove mi pare, anche a Parigi, Istanbul o Berlino, e di smettere d’indignarmi e piangere.

L’anno che sta per chiudersi è stato tremendo, agitato, come se qualcuno avesse sparpagliato polvere da sparo dal cielo: troppe cattive notizie, tante persone care passate a miglior vita, tantissime coppie scoppiate, tantissimi amici licenziati e altrettanti che hanno deciso di cambiare vita o Paese in cerca della felicità, quando la felicità è prima di tutto dentro di noi. Siamo stati dei vulcani in ebollizione che continuano tuttora a brontolare, mentre altri sono già eruttati. Adesso siamo come una città distrutta, aspettando o un “investitore” che ci rifaccia nuovi, o un caterpillar che ci demolisca per poter rinascere con le nostre gambe. Siamo ancora inquieti, tristi, ma dei bravi motivatori in primis di noi stessi, talmente tanto che siamo già autoconvinti che improvvisamente l’Italia offrirà più posti di lavoro, che i liberi professionisti saranno agevolati, che troveremo tutti l’ Amore della vita e che né a Roma né a Milano ci saranno attentati. Tutto quest’anno, perché è giusto così. Perché qualcuno ci ha detto che dopo tanta sofferenza viene la pace.

Dichiariamo l’anno nuovo stress-free. Puntando su mappe astrologiche favorevoli e su di noi. Basta lamentarsi, prendersela con gli altri se le cose non girano, far dipendere dagli altri la possibilità di essere felici. Siamo esigenti con noi stesse, senza chiedere troppo. Chiediamo agli altri semmai, senza vergogna: rispetto, ascolto, attenzione, baci. Almeno un “come stai?” quando si torna la sera. Caro 2017, crediamo, per finta o per davvero, tutti in te, non ci puoi prendere in giro.

Potere del sorriso

“È l’accessorio più bello che una donna possa indossare” diceva Audrey Hepburn. E non bisogna mai dimenticare di sfoggiarlo un bel sorriso, perché può cambiare la nostra giornata e quella degli altri. Tante ricerche attestano che ridere fa bene a corpo e mente, ma spesso tensioni e stress frenano ogni entusiasmo. Allora basta imparare a utilizzare il sorriso come strumento e non come punto d’arrivo…non pensare “sorriderò quando sarò felice” ma “quando sorriderò sarò felice”. Perché la vita è uno specchio, se sorridiamo, ci sorriderà. La sua funzione è di portata talmente potente e benefica che Harvey Ball, il papà dello Smile, gli ha dedicato una giornata: il World Smile Day.  E ci insegna ad allenarci a tirar fuori in modo autonomo la gioia, sfruttando corpo, movimento e linguaggio.

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Partiamo dall’atteggiamento. Molti studi hanno dimostrato che se ci comportiamo e muoviamo da persone gioiose, lo diventiamo davvero. Tenendo le spalle e le braccia aperte e sorridendo per qualche secondo con la bocca spalancata e con lo sguardo rivolto verso l’alto, scoppieremo a ridere o quantomeno a sorridere: secondo lo psicologo Paul Edman, il nostro cervello ha in memoria quell’espressione del volto abbinata a emozioni positive fin da quando eravamo bambini. Ripetiamo più volte l’esercizio, soprattuto quando siamo sopraffatti da ansia e cattivi pensieri. Gli attori comici si affidano alla tecnica della visual comedy, la comicità fisica, in base alla quale gesti ed espressioni fanno scattare in modo spontaneo l’ilarità, come la mossa dello “spiazzamento”, che ricrea la risata automaticamente: basta continuare a sorridere tirando fuori la lingua con 2-3 colpetti veloci.

Veniamo al linguaggio. Cambiare il proprio vocabolario, in primis quello interiore, ci aiuta a non farci prendere dallo sconforto e dalla negatività, che tolgono slancio ad ogni nostro proposito. Impegniamoci ogni giorno a convertire le fasi di sfiducia e demotivazione in espressioni comiche, motivanti. Ad esempio, quando parliamo coi colleghi, evitiamo di dire: “Oggi sarà una giornata pesante”, ma sostituiamola con “Oggi sarà una giornata di sfide”. Incoraggeremo così non solo il nostro benessere, ma anche quello di chi ci circonda. Sorridere è un linguaggio universale capace di sormontare ogni barriera linguistica o culturale. È un efficace mezzo di comunicazione perchè predispone ai rapporti sociali in tutto il mondo.

E arriviamo allo stile di vita. Secondo il libro “La dieta del sorriso” di Alain Mességué, guru delle diete e delle erbe, il buonumore è spesso legato all’apporto giornaliero di triptofano, un amminoacido precursore della serotonina, l’ormone della felicità. Si trova soprattutto nelle proteine animali, come sogliola, ostriche e frutti di mare, ma anche nella frutta oleaginosa, come le mandorle. Le erbe fresche e gli aromi possono aiutarci a sorridere grazie alle loro proprietà rivitalizzanti: cannella, vaniglia e santoreggia da bere come tisane per combattere tristezza e pessimismo. Oltre al cibo, anche la respirazione è alla base del nostro equilibrio fisico e mentale; più è profonda, più saremo calmi e lucidi. Proviamo questo esercizio almeno una volta al giorno: da seduti, prendiamo aria dalla bocca aperta al massimo, sorridendo come se ricevessimo una sorpresa. Ripetiamo 3 volte. Stupefacente. E a fine giornata, prima di addormentarci sereni e risvegliarci ottimisti, concentriamoci su tre cose positive successe durante il giorno. Soffermiamoci su ognuna, recuperando dalla memoria le immagini che abbiamo visto e le emozioni che abbiamo sperimentato: riattiveremo la stessa sensazione di gioia di quel momento. Così ci gratifichiamo e diventiamo coscienti che siamo gli unici leader del nostro stato d’animo.

Digital Detox

Digital detox

Siamo agli sgoccioli delle vacanze: alzi la mano chi, dopo le giornate piacevoli e rilassanti passate in riva al mare o sui sentieri di montagna, facendo il pieno d’aria buona e sole, non prova un leggere senso d’angoscia al pensiero di tornare alla routine degli orari fissi e alla costrizione dei luoghi chiusi. Niente paura: in settembre (e nelle prime settimane d’autunno) il clima è ancora mite e, soprattutto nel fine settimana, possiamo continuare a sfruttare i benefici della vita all’aria aperta e del silenzio.

Ma saremmo in grado di pagare per essere privati dei nostri dispositivi tecnologici? Niente iPad, iPhone, BlackBerry, computer, per un long weekend? O anche di più? Detto così sembra pazzesco ma in California, a Navarro, Camp Grounded è una versione nostalgica dei vecchi campi scout e offre proprio questo con grande successo: obbligo di lasciare all’ingresso tutto, ma proprio tutto per vivere in mezzo alla natura, mangiare, meditare, nuotare, dormire nei sacchi a pelo, partecipare a workshop sui colori e serate in silenzio. La Digital Detox – un nome, un programma – società con base a Oakland, California, ha lanciato l’idea l’anno scorso e i trecento posti per le tre sessioni di giugno sono andati esauriti in una settimana. Segno che di gente esaurita ce n’è parecchia e la coscienza di essere pericolosamente sovraesposti alla tecnologia comincia ad affiorare. È una singolare coincidenza che esperti di neuroscienze, monaci antropologi siano arrivati, partendo da punti diversi, alla stessa conclusione: tv sempre accesa, cene dove nessuno parla perché c’è un tweet da spedire o un whatsapp a cui rispondere, sono il frutto di un’accelerazione che ci toglie il tempo di pensare e sfiora la patologia: nello sforzo di restare connessi con gli altri perdiamo la connessione con noi stessi. Passiamo ore al computer, sviluppiamo interessi e contatti attraverso la Rete. Se questi comportamenti diventano un’abitudine, la costante e non l’eccezione della nostra vita, alla fine stravolgeremo i nostri ritmi biologici e sociali.

Esercizi di disconnessione ce ne sono a dismisura: nell’arco della giornata e della settimana concediamoci momenti in cui possiamo visitare una mostra, fare una lunga camminata nel verde con il cellulare spento, rilassarci con un’ora di yoga, praticare uno sport, pregare in una chiesa deserta o semplicemente stare un’ora seduti sul divano senza fare niente e non mangiare lavorando al pc. Non abbiamo nessuna necessità di essere sempre “connessi”. Non siamo macchine, né mai lo saremo. Cerchiamo di trovare spazio per i nostri muscoli, il nostro respiro, il nostro cuore, la nostra interiorità per disconnetterci dal mondo e riconnetterci con se stessi.

Donne d’oggi

SHE

Buona festa delle donne a tutte. A chi crede e a chi non ci crede più. A tutte le eroiche rappresentanti della categoria. Alle mamme a tempo pieno e alle donne in carriera, alle curvy gioiose e alle stacanoviste della dieta, a chi non abdica mai alla giovinezza e a chi si arrende al tempo con sapiente dolcezza. Alle donne sciantose e vestitissime che ho visto sciamare in plotoni scomposti all’ultima settimana della moda. Belle, tirate, assertive, con passo militare e sguardo intrepido. Così amabilmente disinvolte e “liberate”, da potersi concedere il lusso della frivolezza, delle gambe nude, delle teste acconciate, delle gote incipriate e delle bocche rubino, senza passare per bambole in vetrina. Sensuali, spudorate e radiose, fieramente femmine: una volta combattevano coi lupi, ora sfilano sui tacchi.

Donne guerrierre, nipoti alla lontana della dea Atena e delle Amazzoni, calano l’eternità del mito in una realtà che le vede sempre più impegnate tra famiglia e lavoro, unghie smaltate sotto i guantoni da boxe. Fuori dai ring reali o metaforici, spesso combattono per una causa: pretendere stesso stipendio e stesse opportunità dei colleghi maschi sul lavoro, garantire la presenza femminile sulla scena politica, economica e sociale tramite leggi e quote rosa, smettere di colpevolizzarsi se sono mamme imperfette e donne da non copertina, cimentarsi in battaglie ambientaliste, motivare sempre più il diritto all’istruzione, che è emancipazione ed affermazione sociale.

Quanto ci metteremo a perseguire tutti questi obiettivi? Non poco, purtroppo. Mentre ci lavoriamo però, possiamo formare una grande squadra che fa circolare buone idee e grande energia, condivisione e pretesa dell’attenzione che ci spetta. Ed insegnando alle nostre figlie che grande fortuna e che straordinaria opportunità è stata per loro nascere femmine.

Yoga come disciplina

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Lo scorso anno il governo indiano ha messo il copyright su 1500 posizioni yoga come “sapere tradizionale”, poiché descritte nei testi sacri. L’antica disciplina si basa su quattro fondamentali tecniche. Le posizioni (asana) consentono di raggiungere la padronanza del corpo fisico. Il controllo del respiro (pranayama) è anche il controllo della forza vitale: prana significa “energia” ma anche “respiro” e ayama vuol dire “controllo, padronanza”. Pranayama è il respiro che circola, riempie e dona pienezza alla vita, che migliora il contatto con le emozioni, strettamente correlate alla respirazione. Le altre due tecniche fondamentali sono la concentrazione e la meditazione, che liberano ed espandono la mente. Perché lo yoga non è esercizio fisico legato solo alla corporeità: con la pratica si raggiunge, oltre alla consapevolezza del corpo, il controllo delle proprie emozioni.

Eppure molti ancora pensano che questa disciplina non offra un allenamento abbastanza intenso per vedere dei risultati concreti, che sia noiosa perché si deve meditare oppure che sia riservata solo a chi è dotato di grande flessibilità. Niente di più sbagliato: tutti possono praticare yoga, a maggior ragione chi è più “legato” perché, proprio grazie alla respirazione profonda che accompagna ogni asana, aiuta a sciogliere articolazioni e muscoli. Alcune posizioni sono davvero impegnative e coinvolgono tutte le parti del corpo, come la posizione della sedia: in pratica è uno squat che si esegue a gambe unite e con le braccia in alto, ma va tenuta a lungo per cui gambe e glutei lavorano intensamente. Anche così si suda e si bruciano calorie, ed in più si abbina il lavoro di tonificazione a quello di allungamento muscolare. Quanto alla noia, i corsi di yoga sono talmente tanti e diversi che si può scegliere la variante che più ci si addice: dall’ Ashtanga, la più dinamica, all’ AcroYoga, la tecnica più acrobatica, allo yoga della risata, dove letteralmente ci si lascia andare e si ride a crepapelle.

yogacom1Un workout intenso ma superbilanciato che assicura flessibilità, forza e resistenza senza stressare giunture e colonna. E da oggi ci si può dedicare a questa disciplina anche a casa propria grazie alle applicazioni da seguire passo passo sullo smartphone o sul tablet. Come Tutto in yoga (4,50 euro per iPhone) se si è agli inizi e si ha bisogno di un programma graduale: mostra le posizioni nei dettagli senza dare nulla per scontato e fornisce video e tavole anatomiche che spiegano quali muscoli si fanno lavorare durante gli esercizi, da scegliere tra 25 programmi in base al proprio livello di preparazione. Yoga.com (3,60 euro per iPhone e Android), è invece l’app perfetta per chi pratica già da qualche anno. Lanciata dal sito di yoga più cliccato al mondo, permette di scegliere gli esercizi tramite immagini e video in hd in base agli obiettivi: perdere peso, migliorare la flessibilità o combattere lo stress. Anche per chi soffre di mal di testa o cervicale ci sono le sequenze mirate per alleviarlo. Se invece si lavora alla scrivania tutto il giorno e la schiena ha bisogno di uno stretching che distenda i muscoli, l’app giusta è Salute the desk, che unisce alle sequenze yoga alcuni esercizi di ginnastica posturale, aiutando così a combattere i dolori causati da posizioni scorrette.

L’ultimo trend è praticare in gruppo e per strada (Oysho Yoga, http://www.oysho.com), perché la gente ha finalmente riscoperto la bellezza di una pratica che insegna ad ascoltare corpo e mente, a fermarsi, a respirare e a capire i propri bisogni. Elogio della lentezza.

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