Cultura

Libreriamo

Oggi, 15 ottobre, l’amore per la lettura si festeggia con il Social Book Day: tutta la cultura in digitale, da facebook a twitter, da youtube ai blog, è coinvolta in un “invito alla lettura globale, che parte dalle pagine e le community dedicate ai libri per coinvolgere tutti”. Parola di Libreriamo, piazza digitale per chi ama i libri e la cultura, che ha ideato e promosso l’iniziativa.

Woolf diceva “Un romanzo? E’ come una tela di ragno attaccata, sia pure per un filo, in tutti e quattro gli angoli della vita“. Un romanzo ci aiuta a crescere, riesce a fare emergere parti di noi sconosciute. A volte è persino premonitore, in quanto mette in gioco delle eventualità. Ma soprattutto la letteratura, come ha dimostrato una recente ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista Science, sviluppa l’empatia, la capacità di entrare in profondo contatto con gli altri, quasi fino a leggerne i pensieri e le emozioni. Leggere fa bene a tutti. E’ educativo, formativo, sviluppa emozioni, senso critico e autocritico.

beautiful girl with book in the autumn parkCi aiuta a comprendere noi stessi: siamo noi, con la nostra storia personale, le nostre emozioni, il nostro vissuto, a interagire con quello che viene esposto. In certe figure letterarie, magistralmente costruite e indagate dai loro autori, proiettiamo senza rendercene conto parti di noi stessi, le nostre aspettative. Possiamo riconoscerci per analogia in alcuni tratti, desideri, o anche in esperienze che abbiamo vissuto. Alla fine la riflessione viene spontanea, se ne esce più consapevoli, più arricchiti. Perfino quando il personaggio di cui leggiamo ci sembra negativo…anche lì può esserci una presa di coscienza, una sorta di autocritica, perché magari possediamo alcuni difetti di quel suddetto personaggio. Soprattutto i romanzi “classici”, che si focalizzano sui personaggi, sui loro caratteri. Che possiedono infinite sfaccettature, molteplici qualità o difetti. E’ proprio questo che li rende universali e del tutto simili a persone reali.  Del resto, per conoscere qualcuno ci si sforza a capirlo e questo esercizio mentale ed emotivo – fatto con certi grandi personaggi della letteratura – ci porta a ragionare meglio anche nella relazione con i nostri simili. Un esempio banale? Rileggendo dopo anni un romanzo, la percezione che ne abbiamo è sempre diversa. Si colgono aspetti che prima, anche per una semplice questione anagrafica, non avevamo percepito. Da qui la grandezza della letteratura.

Bookdate

Book with heartDue giorni fa è andato in scena presso la libreria Open di Milano il primo Bookdate, variante letteraria dello speed date, dove i single partecipanti si scoprono poco a poco, raccontando la trama del proprio libro preferito. Perché le parole su carta hanno la capacità di rafforzare il significato di pensieri e stati d’animo e discutendo sulle proprie storie del cuore, si arriva a sentire un’affinità fortissima con chi ha i nostri stessi gusti.

Dal XIX secolo, molti romanzi hanno condiviso e alimentato la ricerca del partner ideale, considerato generalmente come il modo migliore per garantirsi la felicità. Eppure, due secoli di letture ci hanno forse reso migliori, più saggi? Oppure siamo diventanti così perfezionisti che rischiamo di cercare un ideale che non esiste? Molti di noi seguono ancora il terribile esempio di Linda Radlett, la protagonista di “Inseguendo l’amore” di Nancy Mitford, che, pur partendo dalla certezza che il vero amore arriva solo una volta nella vita, lo cerca utilizzando lo stesso metodo con cui compra i vestiti: li prova per vedere se le stanno bene, sposando due partner sbagliati prima di trovare finalmente quello giusto. Certo, spesso capita che “quello giusto” lo incontriamo presto ma, o per nostra mancanza, o per colpa sua, non riusciamo a riconoscerlo. Un esempio del primo caso è “Emma“, l’eroina di Jane Austen: ci mette un intero romanzo a sviluppare abbastanza consapevolezza di sé da essere finalmente colpita dalla freccia di Cupido e capire, con assoluta certezza, che il suo uomo ideale è il vicino di casa, toh guarda! Un esempio del secondo caso, invece, è Elizabeth Bennet in “Orgoglio e pregiudizio“: il suo signor Darcy deve risolvere qualche difetto di carattere prima di essere il candidato perfetto per lei.

La letteratura stessa lascia quindi intendere che è bene rivolgere le proprie attenzioni alle cose che ci appassionano, ci fanno crescere e diventare persone migliori e più interessanti, come la lettura e l’approfondimento di un bel libro. Un romanzo può diventare un’ancora, un legame. E addirittura, con il Bookdate, una via per conoscere la nostra metà.

Autunno

Pathway in the autumn forestSi sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie“: eterno verso di Giuseppe Ungaretti, capace di fotografare alla perfezione la nostra situazione esistenziale.
La forza delle poesie è tutta lì. Vedono, prevedono e riescono a restituire in poche parole tutta la complessa condizione umana. E questo frammento è di un’attualità sconcertante…
L’autunno, l’adorata stagione di chi come me è malinconico nell’animo, è il periodo che ha sempre spinto gli scrittori verso toni languidi e pessimistici. “I lunghi singhiozzi/dei violini/d’autunno/feriscono il mio cuore/con monotono languore“, ha sancito Paul Verlaine.
Non è stato da meno Charles Baudelaire, che così sentenzia nel suo Canto d’autunno: “Presto c’immergeremo nelle fredde tenebre/addio, vivida luce di estati troppo corte!/Sento già cadere un battito funebre la legna/che rintrona sul selciato delle corti“.

Difficile riprendersi dopo versi così lapidari vero? Ma se per scrollarci di dosso questo mantello di foglie morte, chiudiamo i libri e accendiamo la radio, potrebbe arrivare la confessione di un non meno poetico Lucio Dalla: “Malinconia d’ottobre per tutto quello che non ho. Un cane passa, piscia e ride e aspetta insieme a me il tram di mezzanotte che han cancellato o non c’è più“. O cadere dalla padella nella brace, grazie a un Francesco Guccini d’annata: “L’autunno ti fa sonnolento, la luce del giorno è un momento che irrompe e veloce è svanita: metafora lucida di quello che è la nostra vita…“. Drammatico, infinito, nostalgico…tutti gli aggettivi negativi che volete ma per me l’autunno è un raro gioiello: tutte quelle sfumature sanguigne degli aceri che arrossiscono come fiamme sono imperdibili. E gli alberi di cachi, carichi di meravigliose palle arancioni, e la vendemmia, e le castagne sul fuoco. L’autunno è coperta, un buon libro, una tazza di tè fumante. E’ camino acceso, calzettoni e giacca pesante. E’ coccola, lana, bagno caldo e tisana.

E’ una scusa per stare più vicini a chi si ama, per abbracciarsi di più e volersi più bene.

Bookcrossing

libraryTante, troppe librerie rischiano la stessa fine delle care vecchie Flaccovio, Edison e Guida, che hanno dovuto chiudere i battenti per colpa della crisi. Quando chiude una libreria, perdiamo un mucchio di amici. Quelli che ci tengono compagnia quando nessun altro lo fa e che ci sono sempre: basta regalarci il lusso di passare del tempo con loro. Ogni buon libro è un mondo e ogni libreria un contenitore di mondi, uno spazio a disposizione di tutti, la sua presenza rende un quartiere più ospitale…per questo quando chiude, la città cui appartiene si ritrova meno vivibile. Non solo si spengono le luci delle sue vetrine, ma anche le voci che contiene e le storie che se ne stavano lì, pazienti, ciascuna ad aspettare i suoi lettori.

Prima che la lista si allunghi, sarebbe bello se la comunità dei lettori decidesse di adottare le librerie a rischio, magari facendo nascere microcircoli per “l’incrocio di libri”. Il cosiddetto bookcrossing: ufficialmente creato nel 2001 da Ron Hornbaker e da sua moglie Kaori con l’apertura del sito omonimo che oggi conta oltre 1,6 milioni di iscritti in 192 Paesi e oltre 10 milioni di libri registrati. Bookcrossing può essere considerato pure il contagio virale di un libro che consideriamo imperdibile e che passiamo di mano in mano a tutte le persone cui teniamo, cosicché, quando il libro ritorna a noi, se ne possa magari discutere a cena. A Milano nella piccola libreria “Il mio libro” (http://www.ilmiolibromi.it), sta crescendo l’idea dei “libri sospesi”, ovvero la sana abitudine di lasciare pagato un libro amato per un successivo cliente, né più né meno come il generoso rito del caffè sospeso napoletano.

D’altronde, oltre ai libri che si leggono e rileggono, ci sono anche quelli che transitano nelle nostre case, i famosi “pensierini”, i “non serviva che ti disturbassi”. Categorie che sono certa debordino anche dai vostri scaffali e richiedono una ferma decisione: liberarsene. E come meglio farlo se non mettendoli a disposizione della comunità, anziché cestinarli?

Letture da vacanza

beach girlIl tempo lento delle vacanze aiuta a viaggiare con la mente, a riflettere.

Leggere un buon libro è sorprendersi, non sentirsi soli; è mettere in discussione le proprie certezze e avere dubbi che ci fanno crescere; è piangere, ridere e persino soffrire; è innamorarsi e impedire al tempo di scivolare via. E’ avere storie da raccontare, come queste due: strani legami tra uomini e donne, difficili, sorprendenti ed eccitanti.

Viviane Èlisabeth Fauville di Julia Deck. Un romanzo-calamita: noir, psicothriller e soprattutto ritratto di una donna. Contemporanea, confusa, forte, come tante. Ha 42 anni, un buon lavoro, una figlia neonata e un marito che la tradisce. Un paio di volte alla settimana va dallo psicoanalista. Solo che un pomeriggio, invece di sdraiarsi sul lettino, impugna un coltello e lo affonda nel torace dello strizzacervelli. Dopo, è tutto un delirio: Viviane sfugge ai flic girovagando come una pazza per Parigi e, nel frattempo, cerca di non deragliare dalla routine casa-figlia-lavoro. Il gioco funziona per un po’, poi la protagonista si disintegra sotto i colpi dello stress. Finisce alla neuro. Forse si riprenderà. Dopo il colpo di scena finale. Da tuffo al cuore.

Paradiso coniugale di Alice Ferney. Tutte le sere Elsa Platte, ex ballerina con le gambe ancora bellissime, le calze trasparenti, si rannicchia (o meglio, si nasconde) sul divano e guarda un film, sempre quello: Lettera a tre mogli, una commedia sentimentale americana degli anni Cinquanta, con protagoniste tre donne, tre amiche che ricevono una lettera da una quarta donna: lei scrive loro che è fuggita con il marito di una di loro, ma non dice quale. Elsa Platte ha barattato la propria vita e il proprio matrimonio con quel film. Di sera in sera, mentre i suoi quattro figli si preparano per dormire o si siedono sul divano con lei, mentre suo marito le accarezza una caviglia sperando di farsi notare da lei, Elsa cade dentro quel mondo, riflette sull’evoluzione di un amore, sulle rinunce, sulla insoddisfazione che la prende alla gola, sull’assenza. Le protagoniste del film vivono la vita al posto suo e gliela spiegano, lei con loro si sente in compagnia, multipla e universale, si guarda allo specchio. Elsa Platte cerca una rivelazione, mentre i giorni passano. O una consolazione. Una specie di sortilegio, la realtà e la finzione che si legano stretti, e l’incapacità di muovere un altro passo: succede tutto questo, mentre sembra non accadere nulla. Succede la vita.

E poi ci sono le riletture, quelle con cui sei cresciuto e che ogni tot anni è bene riprendere per capire come le proprie emozioni siano cambiate col tempo: “Il giovane Holden” di J.D. Salinger o “A sangue freddo” di Truman Capote. “Di qua dal Paradiso” di Francis Scott Fitzgerald o il vero inno alla spiritualità, “Shantaram” di Gregory David Roberts.

Buone vacanze e buona lettura!

Donne al vertice

Una che si dimette è una notizia interessante e da leggere. Una seconda che si dimette nello stesso giorno è una tendenza da analizzare e ponderare. Sì perché nel giro di poche ore due icone tostissime del potere femminile, con la responsabilità di risolvere sfide difficili, sono scese dal potere di comando. O meglio, licenziata la prima e costretta alle dimissioni la seconda…perché?

Jill Abramson, 60 anni, giornalista d’inchiesta con passato da inviata e caporedattrice della sede di Washington, è la prima donna chiamata nel 2011 a dirigere il quotidiano più prestigioso del mondo, il New York Times. Con un obiettivo: risollevarne le vendite. Nonostante lo scopo centrato, viene rottamata con un annuncio sul sito della testata, i motivi? Tanti e nessuno certificato, ma la verità più facile è quella del gap salariale…pare che Abramson avesse chiesto di avvicinare il suo stipendio a quello del predecessore Bill Keller. Bingo! Perché una donna a parità di mansioni deve prendere meno di un uomo, soprattutto in ambienti che non accettano l’autorità di una donna e dunque si ribellano con grande scioltezza rispetto alla fatica che costerebbe loro sfidare un vertice al maschile. Simil storia per la 46enne Natalie Nougayrède, a cui nel 2013 era stata affidata la direzione del francese Le Monde per gestire il rinnovo del piano editoriale e il passaggio al digitale. Costretta alle dimissioni dopo la sfiducia della redazione.

Depositphotos_1230546_xsAttaccate, contestate, probabilmente estenuate, hanno preferito andare via, lasciando a noi una grande occasione per riflettere: spesso alle donne si offrono incarichi su cui ci si gioca la carriera e dato che hanno poche occasioni prestigiose, loro di norma accettano il rischio. Arrivate al vertice però, sono accolte da ostilità e pregiudizi. Rispetto a un uomo, a una donna si chiede sempre qualcosa in più. Bisogna prendere atto di questa disparità di trattamento aggirando gli ostacoli con furbizia e non agire con la stessa durezza dei maschi, perché altrimenti il sistema ci respinge: è frutto di secoli di storia di discriminazione. Lo stile manageriale femminile è diretto e poco incline ai compromessi, risulta decisivo in situazioni complesse ma passata l’emergenza può dare fastidio. Ecco perché tante donne al top decidono di ritirarsi: meglio fuori che dentro con le mani legate.

 

“L’infinito viaggiare”

Io in queste vacanze di Pasqua ho viaggiato. Ho visto e imparato tante cose. Gli occhi e la mente, ancora pieni del viaggio appena concluso. Ma non sazi, non appagati. Pronti a ripartire ancora.

All’inizio la Spagna, nell’indefinito luogo della Mancia (“piatta, quasi sempre uguale sotto il cielo, solo vero confine l’orizzonte“), sulle orme di don Chisciotte. Da Argamasilla de Alba, da dove è partito, passando per El Toboso (che “è anzitutto una gamma di colori assoluti: il bianco abbagliante delle case, il blu indaco intenso del cielo e dei bordi dipinti sui muri; anche il vento sembra avere la chiarità di un colore luminoso“) sono arrivata a Campo de Criptana, dove ho visto veramente i “giganti”, quattro grandi mulini a vento, stagliati in lontananza sulla collina, ed ho capito: “La follia di don Chisciotte è sempre, in qualche modo, realista e veggente; certo molto più della miopia di chi vede solo la facciata delle cose e la scambia per l’unica e immutabile realtà. Sono i don Chisciotte ad accorgersi che la realtà si sgretola e può cambiare; i pretesi uomini pratici, orgogliosamente immuni da sogni, credono sempre, sino al giorno prima della sua caduta, che il Muro di Berlino sia destinato a durareDon Chisciotte non ha paura; si offre all’incertezza del vivere, che gli porta disastri, legnate, porcherie, umiliazioni. Ma egli non ha fede nella vita, che non sa quel che fa, bensì nei libri, che dicono non la vita ma ciò che le dà senso, le sue insegne. Per queste insegne egli si batte e viene quasi sempre ridicolmente battuto, perché quasi sempre il bene perde e il male vince. Ma nemmeno disarcionato egli dubita di quelle insegne“.

cropped-books1.jpg

Vagabondando, errando, mi sono spinta fino in Cantabria e da lì il richiamo irresistibile del mare mi ha portato su, fino alle Scilly, le mitiche Isole Fortunate, le Esperidi degli antichi. Aspre e brulle sul versante esposto all’oceano, miti e rigogliose sul lato interno, svelano il doppio volto del mare: “Sulla spiaggia affacciata all’aperto, ma anche fra gli scogli e gli isolotti, è il mare di tempeste e uragani, dei trecento e più naufragi avvenuti dal XVII secolo ad oggi sulle Scilly con perdita di tante vite umane: è il luogo dell’avventura e della sfida, della prova, della lotta. Dall’altra parte è il luogo della felicità, della grande persuasione e del grande abbandono, del sì incondizionato che si dice alla vita, lasciandosi andare alle onde o restando distesi sulla spiaggia, in quell’armonia col puro e assoluto esistere privo di ogni attività e di ogni determinazione, col lento e vuoto ruotare delle ore che è forse la percezione più libera, più intensa e più beata del mondo… Il mare è assoluto, intenso fino al punto di diventare talora doloroso. Tra questi colori dell’acqua e della sabbia di granito che la fa splendere d’una candida fosforescenza ci si spoglia di tutto ciò che è banale, accidentale, relativo: si vorrebbe afferrare l’essenza della vita, liberarsi di tutti gli ingranaggi dell’esistenza che ci impediscono di vivere, togliersi di dosso i meccanismi della retorica come ci si toglie i vestiti. Si leva una buccia dopo l’altra alla vita falsa per afferrare quella vera, la felicità, e si ha la sensazione di avvicinarsi a un nucleo così essenziale, così puro da assomigliare al nulla“.
Ma poi, di nuovo sulla terraferma, fino a San Pietroburgo, in quel Nord che “è essenzialmente la sua luce e in particolare quella del pomeriggio avanzato, quando il giorno trapassa in una sera annunciata già da qualche ora ma che sembra non calare mai, indefinitamente rinviata da una chiarità tenace. Una luce tersa, che rende l’aria trasparente e avvolge le cose nel bagliore di una struggente lontananza, nella nostalgia di tutto ciò che manca“. Al Nord, per smascherare il mondo guardandolo dai margini di un fiordo.

Sono rientrata a casa oggi, appena voltata l’ultima pagina de “L’infinito viaggiare” di Claudio Magris, uno dei libri più belli che abbia mai letto.

Curarsi con i libri

curarsi

Facciamo finta per un momento che siate persone ordinate e che i libri se ne stiano sugli scaffali della vostra libreria secondo un preciso criterio, magari alfabetico, o suddivisi per casa editrice. Dopo aver letto “Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno” di Ella Berthoud e Susan Elderkin potreste essere colpiti da un terribile effetto collaterale. Peraltro non dichiarato in nessun bugiardino allegato al volume. Potrebbe, in effetti, venirvi voglia di riorganizzare la biblioteca di casa per malanno/malessere. Dalla A di “Abbandono” alla X di “Xenofobia”, per citare la prima e l’ultima patologia affrontata nel libro.

L’idea che i libri possano curare, se non altro la psiche, non è nata ieri. Nei Paesi anglosassoni sono molti i testi dedicati all’argomento. Questo è un bel saggio, da prendersi però con le pinze dell’ironia che, oltretutto, è la panacea di tutti i mali. Fabio Stassi ha curato l’edizione italiana, togliendo i titoli da noi sconosciuti, mai tradotti o introvabili, e aggiungendo gli scrittori italiani. Nella versione inglese venivano citati solo Alessandro Baricco, Diego Marani e Tomasi di Lampedusa. Tutti e tre presenti ovviamente anche nell’edizione nostrana: Baricco con “Seta” come rimedio per lo struggimento in generale, Marani con “Nuova grammatica finlandese” per curare le crisi d’identità, “Il Gattopardo” per guarire dall’inappetenza. Il principio generale è omeopatico: i libri funzionano come un vaccino, si inocula una piccola dose di virus per immunizzarsi dalla malattia; un vaccino può far venire  la febbre, all’inizio si sta peggio, ma poi si guarisce. I libri tonificano l’immaginazione che in fondo funziona come un muscolo e che ha bisogno di essere tenuta in esercizio.

Dolori, brividi, febbre, mal di gola, naso che cola? Non sono niente in confronto alla volontà di scoprire il colpevole prima di Poirot nel romanzo di Agatha Christie “L’assassino di Roger Ackroyd“. Mal di denti? Il dolore che si prova è insopportabile, è vero, ma potrebbe andare peggio, come succede al protagonista di “Tempo di uccidere” di Ennio Flaiano. Oppure siete affetti da spocchia, pensate cioè di sapere tutto, avete perfettamente sotto controllo la vostra vita e magari anche quella di chi vi sta intorno? Ecco, fermatevi un attimo, entrate in libreria e chiedete “La morte di Pizia” di Friedrich Dürrenmatt, in cui i colpi di scena sono così inaspettati che vi verrà voglia di rileggere con altri occhi l’agenda. Avete rotto con qualcuno? Il cuore spezzato? Nell’elenco dei migliori romanzi di tutti i tempi sulla fine di una relazione, al primo posto si trova “Alta fedeltà” di Nick Hornby, dove il protagonista Rob passa in rassegna i cinque più memorabili fallimenti sentimentali scoprendo la sua incapacità di prendersi un impegno e permettendo a chi legge di imparare dai suoi errori .

Insomma qualunque sia il vostro disturbo, la ricetta di questo saggio è semplice: un romanzo (o più d’uno) da leggere a intervalli regolari. Alcuni trattamenti porteranno a una completa guarigione, altri semplicemente conforto, ma tutti offriranno un temporaneo sollievo dai sintomi, grazie al potere di distrarre e trasportare della letteratura.

Reading women

“Per me, oggi, non c’è niente di più sexy di una donna che legge“.

Forse se tutti gli uomini la pensassero come Jonathan Franzen, l’autore della frase appena riportata, le donne leggerebbero di più e forse anche gli uomini (quantomeno per compiacerle). Invece la situazione italiana in fatto di lettura è sempre più allarmante e non c’è sex-appeal che tenga. Leggo a tal proposito sul quotidiano: “quattro italiani su dieci non sono in grado di leggere il senso di una semplice frase e di scrivere il contrario. Sei su dieci non hanno gli strumenti per capire un articolo breve”.

cropped-Depositphotos_16894269_s.jpg

Che l’Italia occupi gli ultimi posti in Europa nella classifica dei paesi lettori non è una novità; in compenso siamo i primi in quella dei possessori di smartphone: più che leggere, ci piace cazzeggiare…Però ora non voglio occuparmi dei milioni di persone che non leggono almeno un libro l’anno, ma di quei pochissimi (tra cui la sottoscritta), per i quali la lettura è amore e passione e promuovere tre scritti che ho letteralmente divorato:

1. “Eccoci qui“. E’ stata considerata una delle donne più intelligenti e crudelmente spiritose della sua generazione, quella che si andava emancipando a caro prezzo tra le due guerre. E dunque a prezzo di solitudine, fatica, disagi. “Ma, dopo tutto“, concludeva una sua ironica e tragica poesia su varie ipotesi e modalità di suicidio, “tanto vale vivere“. Qui Dorothy Parker ci propone dieci racconti di varie lunghezze allineando un capolavoro di satira sociale sul tema del razzismo visto nei salotti bene (Composizione in bianco e nero), un esempio di pensiero femminile degno di entrare nei manuali di psicologia (Consigli alla piccola Peyton), e un pezzo di rara empatia su una condizione femminile (Una bella bionda). Le sue righe ci offrono una lezione di stile, un esempio di scrittura limpida e semplice, qualche ora di lettura acuta, intelligente, insuperabile.

2. “Acquanera“. Effetto seppia, non c’è un altro modo per dirlo; inabissandosi in questo libro la grana delle immagini si fa più grossa, si entra in un mondo parallelo, remoto eppure vicinissimo, dove i morti stanno coi vivi e le donne hanno i doni e segreti che pesano come maledizioni. Se fate parte di quell’esercito di lettrici che ha amato “La casa degli spiriti” di Isabel Allende, non esiterete a seguire Fortuna, che dopo dieci anni torna a casa, a Roccachiara, paese dimenticato da Dio e dal mondo. Torna da una madre, Onda, che non l’ha mai amata e che ai vivi preferisce i fantasmi. E torna perché hanno trovato un cadavere che forse è quello della sua amica Luce, scomparsa da anni. A tratti ingenuo ma potente come un incantesimo, il secondo romanzo di Valentina D’Urbano riavvolge la trama per capire cos’è successo. Ci fa sentire sulla pelle la fatica di crescere in una famiglia di donne allontanate e temute da tutti. E la solitudine di una bambina: così potente da diventare un buco nero che distrugge chi ami.

3. “I ragazzi Burgess“. Elizabeth Strout racconta storie della provincia americana con un taglio personalissimo. Protagonista è la cittadina di Shirley Falls, nel Maine, dove si intrecciano le storie di tre fratelli tra ambizioni, invidie, passioni. Segnati da un tragico episodio dell’infanzia si ritrovano grandi, con l’accusa del figlio di uno di questi di odio razziale. Il diciannovenne Zachary, infatti, compie un improvviso e apparentemente inspiegabile reato, gettando una testa di maiale (non vi ricorda qualcosa di estremamente e vergognosamente attuale?!) all’interno di una moschea dove si trovano riuniti in preghiera somali immigrati negli Stati Uniti. Due di questi “ragazzi Burgess”, diventati avvocati, tenteranno di difenderlo dall’accusa, infamante per la famiglia, di odio razziale. La geniale scrittrice mette in bocca ad alcuni personaggi frasi chiave come questa: “Perché in realtà, nel profondo, da quando sono andate giù le due Torri è proprio questo che vogliamo, noi ignoranti bambinetti americani. Avere il permesso di odiarli (i musulmani)“. Uno scritto che dà una chiave di lettura per comprendere la complessità dei legami familiari e cos’è l’America oggi in tutte le sue contraddizioni, spesso non evidenti.

Bibliofile fatevi sotto.

Epifanie

image

Epifania (da pháinein, apparire + epí, sopra) significa semplicemente apparizione, manifestazione.

Che lo sia dell’umanità e della divinità del Cristo a quei misteriosi personaggi venuti dall’ Oriente al seguito di una stella e chiamati Magi, secondo l’unico trafiletto esistente nel Vangelo di Matteo, è cosa di Chiesa e di chi crede.

A me la parola, stupenda, evoca altro.

Epifanie: momenti che affiorano all’improvviso, a tradimento.
Qualcosa che credevamo dimenticato o passato come niente. Invece, nascosto, a dar frutti, poi.
Qualcosa come di già vissuto. La percezione è netta, sicura.
Qualcosa di accaduto a noi.

Folgorazioni, attimi che non fuggono. Ci sorprendono, a partire da cose, persone, chiacchiere.
Quelle di sempre.

Sensazioni che restano incise. A farsi interrogare, mentre, intorno, la vita scorre.
Come sempre.

Ma noi non siamo più lì, nel frastuono ordinario, anche se facciamo mostra di continuare a seguire…col pensiero siamo altrove. Dietro un gesto, un volto. A mettere a fuoco quella volta, quel giorno.

Più spesso ci allontaniamo. Abbiamo bisogno di silenzio, di raccoglimento. Appoggiati al vetro di una finestra, andiamo oltre l’apparire, riannodiamo fili.

E scopriamo l’inatteso, l’impensato. Il come eravamo si fa coscienza del come siamo (diventati). Di quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Delle occasioni perdute. Di come non avevamo capito niente. Di noi e di chi ci era accanto. Mentre ora sappiamo.
L’apparizione si fa rivelazione. Svelamento.
Punto di non ritorno. Sguardo diverso sulle stesse cose.
Momento di verità.

Epifania, appunto.

1 2 3 4 5

Copyright 2013 - 2014 © Best of Mag