Cultura

Leggere d’estate

Mai capitati su un’isola o in un villaggio turistico sperduto dove non ci sono librerie? Io potrei arrivare con destrezza al furto sulla sdraio del vicino o a importunare sconosciuti per strada, pur di avere da leggere. D’estate la voglia di emozioni e coinvolgimenti su carta straripa e l’esigenza di divorare pagine nuove o vecchie è impossibile da non assecondare, che sia sotto un ombrellone, sul cucuzzolo di una montagna o in casa al fresco dell’aria condizionata. Come scegliere i titoli da portare in valigia? Personalmente credo poco al passaparola, la lettura è altamente soggettiva e non è detto che un libro di cui tutti parlano possa piacere al mondo intero. Ma se compro a scatola chiusa, mi fido ciecamente dell’esergo, la frase che sta all’inizio del romanzo. Oppure mi affido alla pagina 69: l’inizio di un libro è studiato apposta per catturare, la fine non può essere letta. Pagina 69 è il test statisticamente perfetto per capire se un libro mi piace. E fondamentale: lasciarsi ispirare dai gusti e dai colori dell’anima…

stonerL’imperdibile. Quello che quando cominci non riesci più a smettere. “Stoner” di John Williams, ovvero l’elogio dell’uomo qualunque. La fama gli è scivolata di mano, è fuggita in silenzio, proprio come la sua vita. John Edward Williams si è spento nel ’94, a 71 anni, prima che il suo capolavoro, scritto nel lontano ’65 e sepolto da una coltre d’indifferenza, divampasse dalle ceneri. E infiammasse gli animi con la straziante biografia di un antieroe, Stoner, il professore con una vita trascinata tra le mura dell’università e quelle infelici di casa. Una storia di ordinaria normalità, tutt’altro che noiosa; un requiem in onore della vita qualunque eppure così dannatamente speciale, proprio perché vissuta. Romanzo nostalgico per la sua capacità di sviscerare i dilemmi, le infelicità, gli slanci emotivi, le ingiustizie, i guizzi di gioia dell’essere umano. Struggente e meraviglioso.

bianchiniIl romantico. Per addolcire le calde giornate estive tra sentimenti e sorrisi. “Dimmi che credi al destino” di Luca Bianchini, il Nick Hornby di casa nostra, abile dosatore di emozioni e humor. I suoi personaggi-archetipo emigrano in una Londra insolita, dove gli italiani fanno gli inglesi e gli inglesi imitano noi. La protagonista Ornella, emotiva anonima over fifty, gestisce una piccola libreria italiana nel cuore di Hampstead, quartiere londinese benestante. Libreria che esiste davvero ed è a rischio chiusura. Per farsi aiutare dalla difficoltà della gestione, assume Diego, un napoletano tribolato gay oriented e chiama in soccorso Patti, la sua cara amica milanese dall’entusiasmo contagioso. Ognuno dei comprimari è fuggito dall’Italia o dal passato, che alla fine chiede il conto…una terapia di supporto per credere al potere della rinascita.

vargasL’avventuroso con delitto. Un po’ di brivido se la vacanza annoia. L’estate poliziesca si farà subito interessante con “Tempi glaciali” di Fred Vargas, tornata dopo quattro lunghi anni di assenza. Il commissario Jean-Baptiste Adamsberg, lo svagato e irresistibile “spalatore di nuvole”, si trova a dover affrontare un caso intricato che lo condurrà dalle leggende del ghiaccio islandese al terrore della Rivoluzione Francese. S’inizia con due finti suicidi, uno strano simbolo disegnato vicino ai corpi, due ragazzi molto legati tra loro, una comitiva che anni fa perse l’innocenza in Islanda e un’organizzazione che rievoca i discorsi del Terrore di Robespierre. Una massa di alghe difficile da sbrogliare per l’anticrimine di Parigi: la squadra più peculiare che si possa trovare nel mondo dei polizieschi contemporanei. Romanzo costruito a regola d’arte, tra curiosità allettanti e sfumature nostalgiche.

proustDa rileggere. Quattro storie che lasciano il segno, leggere per credere. “Alla ricerca del tempo perduto“, Marcel Proust. Non è vero che è difficile: è lungo sì, ma nessuno racconta la vita, l’amore e la morte come lui.  “Come funziona la mente“, Steven Pinker. Un saggio divulgativo, alla portata di tutti, per capire veramente chi siamo, in che modo pensa il nostro cervello. E per mettere in soffitta Freud e ogni psicoanalisi che non sia fondata sull’evoluzione dell’uomo. “Storia di una vedova“, Joyce Carol Oates. Non è una storia inventata: Oates ha davvero perso il marito. Ne ha tratto un romanzo autobiografico di rara bellezza, e un manuale per affrontare il lutto. “La realtà è magica“, Richard Dawkins. È uno straordinario libro illustrato che racconta 14 miliardi di anni di storia. Per non rispondere a tuo figlio che l’uomo discende da Adamo e Eva. Né da una scimmia: il nostro 185milionesimo antenato è un pesce.

Book therapy

I libri sono una guida e una cura. Qualsiasi sia la nostra situazione, c’è un libro che può aiutarci. A guarire un cuore ferito, a migliorare la nostra vita, a riflettere sulle relazioni. La chiamano Book Therapy, e io ci credo.

mancusoUn cerotto sul cuore. Quando sentiamo traboccare le delusioni e le recriminazioni del nostro cuore strappato e ricucito troppe volte, calmiamoci, non esistono colpevoli fuori, esiste solo la nostra strada di crescita. Se la perdiamo arriva uno sgambetto affinché ce la riprendiamo. Affidiamo le nostre ragioni a una lettera aperta, facendoci ispirare da “L’arte delle lettere. 125 corrispondenze indimenticabili” che raccoglie istanti di verità, tra gli altri, di Virginia Woolf, Charles Bukowski, Leonardo da Vinci e J.F. Kennedy. Iniziamo poi la terapia dal fondo: “Lasciarsi” di Franco La Cecla che ci aiuterà a farcene una ragione, poi consideriamo di smettere di versare lacrime con “Amarsi male“, quattordici racconti di Antonio Debenedetti, e cominciamo la risalita con “L’amore che ti meriti” di Daria Bignardi. Ora siamo pronti a un’alta idea dell’amore, che ben declina Vito Mancuso in “Io amo. Piccola filosofia dell’amore“.

AllegriaFare il pieno di entusiasmo. Abbiamo fatto di tutto per rincorrere il mondo, con l’idea di essere ciò che facciamo. È esattamente il contrario: dobbiamo fare ciò che siamo e vedremo rifiorire la gioia. Iniziamo con un viaggio nei ricordi che hanno tracciato la nostra storia con “Via delle Botteghe Oscure” del Nobel Patrick Modiano, e poi vediamo come in fondo la vita sia una cosa molto più normale della sua pubblicità, con “L’allegria degli angoli” di Marco Presta; perché possono di più un tramonto o un gatto vicino che fa le fusa e 500 altri istanti di abbordabile meraviglia, elencati in “Happiness is” di Lisa Swerling e Ralph Lazar, che qualsiasi traguardo esteriore. È ora di scrutarci dentro con “Un’idea di felicità” dei due promotori della slow life Luis Sepùlveda e Carlo Petrini, e poi a viaggiare nel profondo con “La realizzazione del Sé” di Paramhansa Yogananda.

regaloEsercizi di empatia. Alleniamo la prospettiva che fa vedere la realtà con gli occhi degli altri, risparmiandoci in lamenti e giudizi a priori e cercando sempre motivi per essere grati. Ma per aprire la porta della gratitudine bisogna fare prima un po’ di pulizie da vendette e rancori. Ci aiuta un classico del noir come “I diabolici” di Boileau-Narcejac, poi andiamo in fondo al freddo del cuore con “Gelo” di Maurizio de Giovanni. Quando sentiremo di aver attraversato gli angoli bui, guardiamo alla storia e agli insegnamenti che porta l’esperienza: ci aiutano Antonio Pennacchi e il suo “Camerata Neandertal“, libro di formazione, e “La guerra dei nostri nonni” di Aldo Cazzullo. Con “Il magico potere del riordino” di Marie Kondo, insieme al guardaroba andranno a posto anche le idee e saremo finalmente pronti a sorprenderci in “Un regalo che non ti aspetti” di Daniel Glattauer.

 

 

Letture da single

Se i single sono, dal punto di vista fiscale, la categoria più vessata in Italia, nell’editoria si prendono invece una corroborante rivincita. E la notizia è che non si rifanno più, o almeno non solo, al divertente ma abusato immaginario di “Sex and the city“. Attraversano infatti tutti i generi letterari con storie ora leggere, ora drammatiche, che vedono protagonisti giovani uomini, ragazze in età da marito o eccentriche signore.

webberL’excursus nell’universo dei cuori solitari non può non cominciare da un libro che ha fatto piazza pulita dei falsi miti fin dal titolo: “La meravigliosa vita delle single“. Spiega l’autrice Imogen Lloyd Webber (sì, è la figlia del Signore dei Musical) che in una relazione sbagliata ci si può sentire infinitamente più sole che da single; la sua filosofia improntata al “carpe diem” parte da qui per addentrarsi, con ottimismo pragmatico, nelle attività e nei vantaggi di una condizione che si suppone a tempo determinato. D’altronde, questo libro non spiega come trovare un uomo, ma come individuare una rotta sicura nel mondo delle ragazze single, limitare il mal di mare e godersi perfino il viaggio.

mameSe poi il fato volesse allietare il tragitto con la compagnia di un bambino, il faro potrebbe essere “Zia Mame“, di Patrick Dennis: delizioso romanzo degli anni Cinquanta che ha per protagonista un undicenne di Chicago sbalzato, dopo la morte del ricco padre, nella rutilante New York della sua nuova tutrice, una zia single ma tutt’altro che “zitella”. L’avventurosa vita che gli si presenta ha i contorni di un sogno tanto glamorous quanto folle e ribalta le convenzioni grazie a un coraggio controcorrente. Che non manca a un altro scrittore, William Sutcliffe, che racconta il mondo dei single maschi e delle loro mamme preoccupate nello spassoso “Contento tu“. Al centro del romanzo ci sono Matt, sempre innamorato di ragazze che rosehanno la metà dei suoi anni; Paul, che vive in una comune gay; e Daniel, che passa i sabato sera in casa a leggere romanzi pensando alla sua ex. Riusciranno le genitrici a rassettarne le esistenze in meno di una settimana? In tempi di precariato sentimentale sembra fortunato chi si sposa, a meno che la sindrome del single di ritorno non colpisca a tradimento…come succede alla protagonista di “Se son rose“, di Tiziana Merani, abbandonata senza un soldo dal marito. A darle consigli arrivano le amiche, single ovviamente. E proprio questa sembra essere la rete di salvataggio: amori sbagliati, insoddisfazioni e frustrazioni portano a dire no a un’esistenza a due che non appaga. Essere single non è qualcosa che subisci, una tragedia che ti travolge, ma il frutto di un percorso fatto con la testa e con il cuore.

Imperfetto è il nuovo perfetto

connasseLa donna perfetta è una cretina“. O meglio, “stronza”. Lo sostengono la giornalista Anne Sophie e la comica Marie Aldine Girard nel saggio intitolato, punto, “La femme parfaite est une connasse“. In Francia è stato un caso letterario: in pochi mesi, 300.000 mesdemoiselles lo hanno comprato, dando ragione alle autrici che prendono di mira le tipiche fissazioni di donne ormai stanche di inseguire la perfezione. Lo sforzo di aderire a modelli assoluti è una forma di difesa, ma anche una fuga da noi stesse, che ci impedisce di fare i conti con le nostre fragilità. Sono – finalmente – sempre più frequenti i segnali di insofferenza verso un ideale tanto irraggiungibile quanto frustrante.

Negli Usa la campagna della lingerie Aerie Real non ha “aggiustato” con Photoshop la protagonista delle sue affissioni: “Niente supermodelle. Niente ritocchi. Perché essere la vera te è sexy” recita lo slogan sui manifesti. E ad esserne felice, ancor prima delle clienti, è stata la testimonial: la 28enne Amber Tolliver, orgogliosa della sua pancia molle. Contro gli standard irrealistici si è scagliata anche la moda: alle ultime sfilate maschili Giorgio Armani ha mostrato come coniugare approssimazione e figaggine. Merito del panciotto, capo primonovecentesco che “conferisce completezza all’abito e copre le magagne della camicia. In giro non si vedono più le camicie stirate come un tempo dalla mamma. Pieguzze di qua, grinze di là…” ha decretato lo stilista. Lode a lui.

Dalla moda la riscoperta dell’imperfezione tracima nell’alimentare: in Austria i supermercati Rewe hanno promosso la linea di frutta e verdura “Wunderlinge” (il cui nome mescola le parole “stranezza”  e “prodigio”). Bitorzolute, ma gustose ed economiche, queste meraviglie della natura ricordano che c’è differenza tra il bello e il buono. E che quello che colpisce al primo sguardo alla fine potrebbe non sapere di nulla. Analogamente la Kraft ha studiato come dare alle sue fette di tacchino in busta l’apparenza di porzioni tagliate a mano con il coltello. Gli americani, infatti, amano la comodità dei cibi già pronti, ma rifiutano quelli troppo lavorati. L’irregolare è come un piatto fatto in casa, segnala qualcosa di autentico, sano, buono. Un punto di forza invece che un difetto. In Giappone definiscono “wabi-sabi” la particolare bellezza delle cose imperfette, quella dei vasi ossidati dal tempo o delle ruvide ceramiche artigianali, la cui anomalia è garanzia di unicità.

Memorizziamo il concetto di nuovo imperfetto e usiamolo contro chi ci rinfaccia i nostri difetti. Perché noi donne normali siamo così: imperfette sì, cretine no.

Il cardellino

cardellinoUn battito d’ali. Lieve, delicato, eppure vibrante. Come un cardellino che si libra al vento. Così è la scrittura di Donna Tartt, già autrice di Dio di illusioni, una penna intensa che si è aggiudicata lo scorso anno il prestigioso Premio Pulitzer. E poi è arrivato Il cardellino e l’ho sentito subito. Leggerti era come un lavacro, una purificazione. La tua scrittura spazzava via tutto quel che c’era stato prima. Via quel freddo scorrere di immagini su cui ero abituata a scivolare appena aprivo il libro di un autore americano dei primi Anni ’90. Ma come? L’ho capito pagina dopo pagina, man mano che il mistero si infittiva e qualcosa mi portava a comprendere dove stavi andando in quel serpeggiare fluido, dove mi stavi portando con quella scrittura piena, coinvolgente. Sei diversa Donna, da tutte. Nell’era che ci dà l’apparenza della massima velocità , tu vai lentissima.

Theo Decker, il ragazzino protagonista, ha 13 anni quando lo conosciamo. Ha perso la madre in un attentato al Metropolitan Museum di New York. Lui si è salvato sì, ma sarà sempre orfano, mancante, bucato, irrisolto. Ha tra le mani un dipinto: il cardellino del titolo, opera di Fabritius, maestro di Vermeer. Un quadro che diventa il cardine della sua vita, l’origine di fortune e sfortune, dal temporaneo ricovero presso una ricca famiglia di Park Avenue a un periodo complicato nei sobborghi di Las Vegas, diviso tra Hobie, amico fedele, e Boris, losco russo mercante d’arte. Al centro sempre il cardellino, che vorrebbe volare ma una catena tiene legato. Per Theo è il ricordo della perdita della madre. Per noi “la metafora perfetta della vita: siamo esseri che tendono verso l’alto, ma il corpo ci tiene intrappolati“.

Si respirano atmosfere dal sapore dickensiano, trasposte però nell’America dei giorni nostri, deturpata dagli attacchi terroristici. Theo assomiglia a Oliver Twist: prova a imbrogliare la vita come la vita ha fregato lui. Si ritrovano i tormenti di Holden Caulfield, le ribellioni di Dean Moriarty e Sal Paradise (i protagonisti di On the road di Kerouac). Thriller e storia d’amore, in questo romanzo è facile perdersi. E bello nuotarci dentro.

Il miglior dono

Frenesia a mille, città parate a festa, corse folli alla ricerca dell’ultimo regalo da fare a parenti, amici, compagni. Attraverso il dono siamo spinti a interagire, esporci, comunicare, farci conoscere e conoscere l’altro. Sentimenti e pulsioni che non dovrebbero portare né ansia né angoscia come invece succede sotto le feste. Un regalo prima di tutto definisce il rapporto tra chi lo propone e chi lo riceve: una proposta di relazione che può essere di affetto, di rispetto, di gratitudine…purtroppo ora il regalo è diventato il mero risultato d’un investimento di energie, un obbligo, una routine. Se stiamo girando come matti nell’ansia di trovare il dono perfetto da mettere sotto l’albero, oppure sbuffiamo davanti alle vetrine perché “dobbiamo fare il regalo anche a quello là” forse è giunto il momento di fare un respiro profondo e fermarsi un attimo.

giftsQual è il dono più prezioso di oggi? Il tempo. E infatti non lo regala nessuno. Sarebbe invece importante condividerlo. Prendersi del tempo per cenare con degli amici che non si vedono da anni, fare una telefonata ai parenti lontani, abbracciare i nostri genitori. Regalare il nostro tempo, trasformandolo in un atto di presenza e condivisione è il miglior dono che possiamo fare a chi amiamo. E ricordiamoci che “il pensiero è quello che conta”, non è solo una frase, perché dietro ogni regalo c’è un pensiero, e per spiegarlo esiste il bigliettino. Usiamolo per racchiudere il motivo di quel regalo. Ecco perché a Natale amo regalare un libro con dedica personalizzata, come gesto d’affetto e di stima profonda. Con un libro regaliamo qualcosa di noi, un pezzo della nostra anima. Un piccolo universo di pensieri condivisi nell’intimo del silenzio della lettura, in un istante passato solo con noi stessi.

Ecco allora da regalare a se stessi “Il libro della sera” di Guido Davico Bonino, uno straordinario percorso letterario che passa in rassegna i capolavori di ogni tempo, da quelli più famosi a quelli sconosciuti. Da mettere sotto l’albero dell’amica, “Che bello essere noi“, messaggio chiaro lanciato da Lella Costa a tutte le donne, nonostante i cliché che ci vogliono invidiose o poco solidali. Alla mamma sensibile “Danza delle ombre felici” di Alice Munro, scrittrice che in questa raccolta di racconti scandaglia in modo chirurgico i rapporti familiari e le innumerevoli incomprensioni che nascono tra i legami di sangue. Al compagno “La tregua” di Mario Benedetti, pagine pregne dell’amore salvifico a cui ogni coppia tende.

Il tempo delle letture regalate è sempre tempo ben speso.

Imperfette e vincenti

notNon è una sociologa, né una sessuologa e neanche una dietologa di grido. Ma la casa editrice americana Random House le ha offerto 2,7 milioni di euro per farle scrivere un manuale destinato alle ragazze che vogliono tutto. Lei ha accettato e ora, due anni dopo, il libro sta avendo un grande successo in tutte le librerie del mondo. Parlo di Lena Dunham, la creatrice e protagonista della serie tv Girls in onda su Mtv, la bionda e rotondetta Hannah Horvath, ruolo per il quale si è aggiudicata un Golden Globe come attrice e un altro come sceneggiatrice della miglior serie. Ventotto anni, quasi 2 milioni di followers su Twitter, Lena è l’erede in carne e ossa di personaggi come la single imbranata Bridget Jones e la newyorkese superglam Carrie Bradshaw. Il suo libro “Not that kind of girl” – in Italia ha il titolo “Non sono quel tipo di ragazza” – è stato tradotto in 22 lingue e si classifica come un’autobiografia che prende in giro quei manuali molto popolari in America che insegnano come comportarsi per fare carriera, essere seducenti, diventare mogli e madri perfette. Il presupposto qui è tutto il contrario: Lena parte dai suoi errori e debolezze. Ma vuole tutto lo stesso, perché le paladine del nuovo femminismo sono come lei: imperfette e vincenti.

Cade a fagiolo un libro così in un periodo storico-culturale al massimo del narcisismo. Vietato non essere al top. Belle, magre, brave, casa e carriera, mai dire “sono stanca”, mai dare agli altri e a noi stesse l’immagine di una donna che ha dei limiti. Siamo succubi del mito della perfezione. La società ci vuole combattive, individualiste, competitive, ma la cultura da secoli ci identifica con la madre, il simbolo dell’accoglienza e della cura. Trovare la quadra fra questi modelli non è per niente facile, la risposta è ancora da scrivere…anche se, molto probabilmente, nasce proprio dal contraddittorio moltiplicarsi di ruoli e ideali, quella forza irresistibile che ci spinge a voler essere tutto, capaci di fare ogni cosa. Di risolvere le situazioni costi quel che costi, di voler bene senza risparmiarci, di essere mamme e mogli, fidanzate e manager, impiegate e casalinghe, sempre al massimo. Si dice che siamo multitasking, ma dietro questa parolina c’è una trappola che spesso ci tendiamo da sole. Perché l’ansia di assumere tutte le identità può avere esiti distruttivi. E allora, semplicemente cerchiamo di non voler essere il massimo in tutti i campi ma prendiamoci tempo, concediamoci di sbagliare e accettiamo le nostre scelte, i limiti e le debolezze che ci identificano e grazie a cui siamo quello che siamo. Imperfette e vincenti. Si cresce, si sbaglia, capita, si sopravvive.

Bookcity 2014

Si è conclusa ieri sera con grande successo la terza edizione della kermesse milanese di quattro giorni BookCity. Nonostante le manifestazioni e gli scioperi di venerdì e i drammatici allagamenti di sabato si sono registrati grandi numeri: 130 mila presenze, 975 eventi, 250 sedi, 265 case editrici coinvolte e 1900 ospiti tra autori nazionali ed internazionali, attori e musicisti. Romanzi, noir, saggi, letture pubbliche, mostre, discussioni e spettacoli teatrali per soddisfare il desiderio di sapere, d’imparare e capire.

bookcity

Tanto entusiasmo si è tradotto nell’acquisto di libri, i veri protagonisti del festival, libri non solo da ammirare sugli scaffali delle librerie o nelle vetrine, ma da poter sfogliare con entusiasmo e curiosità, apprezzando tutto il piacere che la lettura può soddisfare. BookCity 2014 è stata in grado di tirar fuori la loro più intima essenza ed è riuscita a riaffermare Milano non solo come capitale di moda e finanza ma anche dell’editoria e della cultura. Ha inaugurato David Grossman il 13 novembre al Teatro dal Verme con un discorso sulla “Forza delle parole” e ha concluso ieri sera il Premio Nobel Dario Fo al Piccolo Teatro Melato. In mezzo sono passati i narratori stranieri David Nicholls con la presentazione del nuovo romanzo Noi, Amos Oz, Wilbur SmithJulia Navarro, Sophie Kinsella e Arturo Pérez-Reverte. E una carrellata dei più amati scrittori italiani: Massimo Carlotto, Gianrico Carofiglio, Andrea De Carlo, Valerio Massimo Manfredi, Massimo Gramellini, Claudio Magris, Donato CarrisiDaria Bignardi, Philippe Daverio, Erri De Luca, Alessandro D’Avenia e cantautori del calibro di Francesco Guccini, Roberto Vecchioni, Max Pezzali ed Enrico Ruggeri. 

bcmCuore pulsante dell’evento è rimasto il Castello Sforzesco con presentazioni e performance dal vivo sul tema della lettura, gli “Aperitivi con autore” e le visite alle Merlate; dentro l’Agorà è stata allestita anche una grande libreria dove poter comprare i titoli protagonisti dell’evento e gadget vari. Polo attrattivo anche il Museo della Scienza e della Tecnologia dove si sono svolti laboratori per bambini e appuntamenti con la poesia. Infine tutte le università e le biblioteche rionali hanno organizzato lezioni aperte al pubblico e incontri mirati. Cittadini finalmente consapevoli che la cultura è vita.

Generatività

Confesso di aver comprato il libro “Generativi di tutto il mondo unitevi!” perché uno dei due autori, Chiara Giaccardi, è stato mio docente universitario in sociologia della comunicazione e grazie alla sua clemenza e a un 26 non proprio meritato non ho dovuto rimandare troppo in là la presentazione della tesi. Ma appena ho avuto tempo di imbattermi nelle dense pagine del saggio, ho avuto subito la sensazione che mi aiutasse ad imparare a vivere in modo più positivo.

genSecondo la Giaccardi e il marito Mauro Magatti, economista e sociologo nonché co-autore del libro, la società occidentale agisce in continua tensione verso ciò che vorrebbe raggiungere e l’ansia di perdere ciò che si è già ottenuto. Siamo ossessionati dalla performance e dall’individualismo estremo, entrando in un loop di solitudine, ansia  e  smarrimento. “Pieni di cose, di esperienze, di relazioni, ma perfettamente vuoti e soli”, legati ad una libertà che manca di senso del futuro, ripiegata su se stessa, che risucchia e annulla l’altro; da qui l’idea di generatività come soluzione, impegnativa ma rigogliosa, di valorizzare in maniera piena intelligenza, umanità e creatività. Generatività come capacità di dare risposte agli eventi investendo energia per soluzioni che non prevedano solo se stessi e il soddisfacimento dei propri bisogni immediati, ma anche l’arricchimento degli altri. Esempi significativi sono le realtà che escono dalla crisi in maniera creativa. O le no profit istituite da familiari di ammalati o vittime di un crimine, che danno un senso al loro dolore mettendosi al servizio di altri. Ma anche le aziende floride che mettono in atto strategie di welfare aziendale, come la Brunello Cucinelli Spa, dove il profitto è importante in quanto generatore di benessere non solo economico ma psicologico nei riguardi di chi lavora in azienda.

Generativo è colui che desidera qualcosa, concepisce un’idea per metterla al mondo e infine la lascia andare. Generativo è chi decide di avere un figlio anche se le condizioni non sono perfette, chi accoglie un anziano in casa anche se lo spazio è poco, chi non ragiona secondo la logica di un risultato immediato, ma chi semina per fare in modo che magari qualcuno dopo di lui goda dei frutti delle sue azioni. Chi cerca di essere creativo trovando risposte nuove e recuperando un’unità tra azioni, intenzioni e pensieri.

Halloween

Ombre della notte, streghe, maghi. Pipistrelli e ragnatele. Ma anche tanti dolci e l’immancabile zucca intagliata e illuminata. Sono i simboli tradizionali della festa di Halloween, ormai da anni sbarcata anche da noi, scaldando con un arancione caldo e tocchi di nero qua e là le vetrine di negozi, cartolerie e pasticcerie. È un’americanata, sostengono gli amanti della tradizione pura italiana. A me però Halloween piace. Perché è una festa che  aiuta a sdrammatizzare un po’ il timore e il mistero della morte e a presentarla in modo simpatico ai bambini. E a ben guardare, non è così diversa dalla tradizione che anima una ricorrenza tipicamente italiana: la celebrazione di Tutti i Santi e dei Morti. Lo dimostra già il nome: Halloween è la forma abbreviata di “All Hallow’s Eve”, ovvero “La Vigilia di tutti i Santi”.

halloween pumpkin and autumn leaves, on wooden backgroundHalloween nasce nei paesi di cultura celtica e di tradizione cattolica, come l’Irlanda. Qui nasce anche la leggenda di Jack ‘O Lantern, il defunto non accettato né in paradiso né all’inferno e condannato quindi a vagare sulla terra, aiutandosi con un lume posto all’interno di una zucca scavata. Anche in Italia, paese cattolico e in certe regioni vicino alla cultura celta, è viva la credenza che la notte tra i Santi e i Morti le anime tornino sulla terra. E, guarda caso, è anche la stagione in cui maturano le zucche, cibo povero e per questo usatissimo in mille preparazioni. E’ così resistente che, scavata, poteva essere utile anche per fabbricare contenitori, recipienti e perfino lanterne. E la tradizione del famoso “dolcetto o scherzetto?”, trick or treat in inglese? Anche in Italia non manca la consuetudine di regalare dolci ai bambini, che, soprattutto nei tempi passati, erano spesso poveri e bisognosi. In Sicilia durante la notte di Ognissanti la credenza vuole che i defunti della famiglia lascino dei regali per i bambini insieme alla frutta di Martorana (preparata con pasta di mandorle) e altri dolci caratteristici non a caso chiamati: “Le ossa dei morti”. Nella provincia di Massa Carrara ai bambini veniva messa al collo la sfilza, una collana fatta di mele e castagne bollite. Nella zona del monte Argentario era tradizione cucire delle grandi tasche sulla parte anteriore dei vestiti dei bambini orfani, affinché ognuno potesse metterci qualcosa in offerta, cibo o denaro.

Secondo la cultura tradizionale di molte località italiane, la notte del Giorno dei Morti le anime dei defunti tornerebbero dall’aldilà effettuando delle processioni per le vie del borgo. In alcune zone, conformemente a quanto avviene nel mondo anglosassone in occasione della festa di Halloween, era tradizione scavare e intagliare le zucche e porvi poi una candela all’interno per utilizzarle come lanterne. In Abruzzo, per esempio, c’è una tradizione ancora viva in qualche località: si decoravano le zucche e i bambini del paese andavano a bussare di casa in casa, domandando offerte per le anime dei morti, solitamente frutta di stagione, frutta halloween1secca e dolci. In Veneto le zucche venivano svuotate, dipinte e trasformate in lanterne, chiamate lumere: la candela all’interno rappresentava cristianamente l’idea della resurrezione. In Lombardia ai Santi si gustano gli “oss de mort”, ovvero gli ossi dei morti: ottimi dolci fatti con pasta e mandorle toste, cotti al forno, di forma bislunga, con vago sapore di cannella. In particolare a Bormio, la notte del due novembre si era soliti mettere sul davanzale una zucca riempita di vino. In Puglia la sera precedente il due novembre, si usa decorare le zucche chiamate cocce priatorje, si accendono falò di rami di ginestre agli incroci e nelle piazze e si cucina sulle loro braci. In Sardegna dopo la visita al cimitero e la messa, prima della cena, i bambini andavano in giro per il paese a bussare alle porte, dicendo: morti, e ricevendo in cambio dolcetti, frutta secca e qualche volta denaro. Come si vede, la festa di Halloween non è poi così distante dalla nostra cultura…

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