Cultura

Book operator

Non c’è niente da fare: in mezzo a due giorni pari ce n’è sempre uno dispari, quello in cui va tutto storto. Come in mezzo a due gioie si annida un dolore e a ogni inspiro segue un espiro. È il ritmo della vita: salite ripide e piani su cui tirare il fiato. Si tratta solo di vedere il disegno intero, di cambiare atteggiamento e umore per poter cogliere l’opportunità che si cela dentro ogni difficoltà. Non sono dispetti dell’Olimpo: è che il vecchio si sta crepando per fare uscire dal guscio il nuovo. Affrontiamole così le vacanze estive: pensando che le avversità sono le buone notizie di un cambiamento che sta arrivando. E allora è molto importante stare concentrati in questi passaggi, per esempio sfogliando un libro che ci ispiri e ci traghetti verso orizzonti diversi. A ciascuno il suo book da mettere in valigia o nel tablet:

Umami di Laia Jufresa. Un libro a matrioska con una struttura tutta sua che saltella qua e là nel corso degli anni. Le quattro parti in cui è suddiviso sono composte a loro volta da cinque capitoli che sono anni, ognuno di essi raccontato da una voce differente. Ana, Marina, Alf, Luz e Pina sono i protagonisti a cui è stato dato il compito di ricostruire le vicende, una struttura solo apparentemente complicata perché Umami, in realtà, è un libro che scivola via, pagina dopo pagina…ogni personaggio è vivo, è un insieme di gesti, di modi di dire che lo caratterizzano, di vite che sono un voler continuare a essere ciò che sono, nonostante la morte. Perché Umami è soprattutto un libro sul lutto, un lento dondolarsi e soffermarsi sull’evoluzione e trasformazione della sofferenza, con una continua ricerca delle parole più adatte per descrivere situazioni, persone, attimi. I colori sono stati d’animo, ogni piccolo gesto un lascito di esperienze passate, un voler vivere al meglio ogni singolo istante.

Una storia nera di Antonella Lattanzi. Vito è violento da sempre, Carla subisce da sempre. Anche dopo il divorzio, chiesto da lei e accettato malvolentieri da lui, fra di loro le cose sono difficili. Ma quando Mara, la figlia più piccola, compie gli anni, Carla decide di organizzare una cena con i tre figli e invitare anche Vito, per un momento di vita famigliare insieme. Dopo quella serata Vito scompare. È l’inizio di un gioco di specchi abilissimo e crudele, di un romanzo dalla struttura impressionante, dove tutti i temi – l’amore, l’odio, la violenza degli uomini, la reazione delle donne, gli sguardi dei figli – sono affrontati e niente è come sembra. Una storia nera, che pensiamo di conoscere e invece ci sorprende fino all’ultima pagina. Qualcosa degli struggimenti della scrittrice Goliarda Sapienza, qualcosa dei terrori materni, delle condanne ingiuste, delle detenzioni orrende. La storia magnifica scritta dalla Lattanzi è soprattutto un viaggio nella paura, una traversata affannosa della vita.

Amica della mia giovinezza di Alice Munro. Con questa raccolta, la settima, si aggiunge un altro prezioso anello alla catena di racconti che Alice Munro ci ha regalato: dieci storie che si muovono sullo sfondo di piccole città di provincia del Canada, luoghi chiusi dove ognuno ha un ruolo preciso, assegnato perlopiù dagli altri, dove chiunque pensa di sapere tutto di tutti. Ma dei suoi protagonisti Munro ci mostra invece la faccia più nascosta, i pensieri, i segreti, i desideri e le paure. Ritratti densi che in pochissime pagine inseguono la progressione inesorabile dei loro sentimenti, il modo in cui l’amore e la passione nascono, scivolano o resistono cambiando nel tempo. Di ognuno, andando avanti e indietro con flashback nelle loro vite, la scrittrice canadese ci dice quello che davvero ha contato per farli diventare quello che sono. Ci svela i loro punti di forza, l’intelligenza, la voglia di sognare; ma anche le viltà, le bugie, i fallimenti.

Le aggravanti sentimentali di Antonio Pascale. C’è un momento perfetto, appena prima che gli eventi siano sul punto di precipitare. Nella luce del tramonto, al Gianicolo, un uomo solo è seduto su una panchina e guarda di fronte a sé. La sua famiglia è partita per il mare, lui è uno scrittore, ha quasi cinquant’anni e pensa alla felicità, contempla il cielo, pensa alle donne, agli amici, al libero arbitrio. Antonio Pascale racconta con una voce inquieta e unica il tentativo di tenere fuori il dolore, l’impossibilità di farlo davvero, racconta persone smarrite fra la terra e il cielo, e l’allegra tristezza che le guida: chissà se è il caso, chissà se è la volontà a farci sbagliare così spesso, nonostante la disinvoltura, la cultura, il senso dell’amore. Chissà se basta solo fare quello che ci piace, avere il controllo, per essere felici. I personaggi di questa dissertazione romanzesca, digressione filosofica, comica e carnale sulle nostre vite in bilico, inseguono la felicità, la perdono, a volte la ritrovano.

Fato e furia di Lauren Groff. Che tra di loro ci sia passione divorante si capisce dalla prima scena, sulla spiaggia. Al centro del romanzo c’è l’amore forsennato tra Lancelot, detto Lotto, e Mathilde: si conoscono a una festa ai tempi dell’università, si innamorano perdutamente, si sposano prima ancora di finire gli studi. Il destino, e anche il tempo, sembrano dalla loro parte. Lotto e Mathilde sognano di diventare vecchi insieme, farsi sorprendere da una battuta che risveglia un ricordo, mettersi a tavola, cenare presto, addormentarsi davanti a un film mano nella mano. Ma può un matrimonio crescere confinato in questo spazio intimo, immutabile, rassicurante? Il mito di due cuori e una capanna, poveri ma felici, si schianta contro la vita insieme a New York, dove il tracollo sarà emotivo e psicologico. La storia viene narrata da due prospettive, quella della moglie e quella del marito, componendo una verità che sembra sempre sfuggirci. Il tempo salta avanti e indietro e si muove per omissioni e anticipazioni in una scrittura che attira come un vortice, proprio come il vero amore. E si capisce che la vita coniugale non è solo sesso, sole e spiaggia, perché in ogni matrimonio si intromette quel granello di polvere, una piccola bugia necessaria, che alimenta un buio che può farsi notte oscura.

Leggere è benessere

All’inizio è come entrare in una nebbiolina: si vedono solo i contorni del paesaggio. Bisogna orientarsi, mettere a fuoco. Poi, lentamente, tutto diventa nitido. E man mano che appaiono case, persone, alberi, animali, cose, si sperimenta un benessere che si protrae nel tempo. No, non stiamo sognando. E neanche viaggiando. Stiamo leggendo un romanzo. Sì, perché la lettura non solo è un bel passatempo, ma fa anche bene al cervello. E quello che proviamo mentre leggiamo influisce sul nostro umore, la nostra memoria, le nostre capacità cognitive. Ce lo ripetevano la nonna e la maestra che leggere fa bene? Bè, adesso sempre più studi scientifici lo dimostrano: gli studiosi hanno dimostrato che la lettura della descrizione di paesaggi, suoni, odori e sapori ha il potere di attivare aree cerebrali legate a queste esperienze nella vita reale, creando nuovi percorsi neurali.

La passione per la lettura è dura a morire. E ancora nessuna rete social è arrivata a diventare un elisir di felicità come un buon romanzo. Anzi…i social network abituano a tempi troppo veloci che non rispecchiano quanto avviene nella realtà, facendo credere a un mondo fatto di azioni e reazioni istantanee, di immagini che cambiano immediatamente. Basta un click. Mentre con i libri avviene il contrario. Leggere contribuisce ad ampliare i tempi di attenzione: le storie hanno un inizio, uno svolgimento e una fine: una struttura che incoraggia il nostro cervello a pensare in sequenza, per collegare causa, effetto e significato. Se sui social ci troviamo di fronte a persone sconosciute, nei libri i personaggi hanno un passato, un presente e un futuro. E attraverso le loro storie, le loro scelte, i loro pensieri, siamo in grado di relazionarci con loro, vediamo il mondo attraverso i loro occhi, allargando così anche il nostro orizzonte. La libro-terapia è proprio fondata sul fatto che, riconoscendoci in una certa vicenda, ci sentiamo meno soli, più compresi, ed entrando in contatto con i personaggi di una storia viviamo un’esperienza totalizzante, incredibilmente reale.

Addirittura i libri possono far scattare un sentimento, ma anche essere oggetto e insieme luogo di incontro tra due cuori. L’esempio nella memoria di tutti è il poema cavalleresco che ha unito le anime di Paolo e Francesca, nell ‘Inferno di Dante, ma succede pure nel libro di Carole Lanham, L’ora di lettura che, complice un legame intenso, è più di un romanzo: sullo sfondo del Mississippi degli Anni ’20, la protagonista, Lucinda Browning, viziata rampolla di una ricca famiglia, inizia alla lettura, la sua passione segreta, Hadley Crump, garzone e figlio mezzosangue di una cuoca. E per riuscirci sceglie strategicamente il metodo di far leggere e ricopiare al suo futuro compagno i passaggi più arditi di romanzi allora proibiti, da Anna Karenina a L’amante di Lady Chatterley. Sanno evocare l’amore puro e romantico e in tema di emozioni i libri hanno effetti strabilianti. Lo insegna Qualcosa che somiglia al vero amore, di Cristina Petit: Clementine, il personaggio chiave, legge romanzi ai bambini in difficoltà, aiutandoli a superare le loro paure e mostrando altri mondi. E cosa dire del recentemente pubblicato Le parole degli altri di Michaël Uras, un romanzo che si sviluppa poco alla volta e che ci porta pagina dopo pagina alla scoperta di noi stessi tramite i libri. Come dice Daniel Pennac “Un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa. Persino da te stesso” e questo, Alex, il protagonista, lo sa bene. È un biblioterapeuta e, con il suo lavoro, cerca di aiutare gli altri a superare problemi e stati d’animo negativi tramite la lettura dei più bei romanzi della letteratura di tutti i tempi. Questo romanzo è una vera e propria miniera di consigli: ci sono tantissimi spunti di lettura, tanti consigli, idee e citazioni, da Balzac a Salinger, da Goncarov a Cocteau. Chissà se sentiremo mai dire da un medico. “Le prescrivo una buona dose di lettura”. Tuttavia, curare le ferite dell’anima grazie a narrativa e dintorni non è uno scherzo. Ma pura realtà.

(Sor)ridere

Momenti di leggerezza, di allegria. Viverli è importante. Per l’umanista francese François Rabelais, sorridere libera la gioiosa verità sul mondo, prigioniero della falsità e della paura, che generano a loro volta la pesantezza del vivere e la violenza, quindi pure la sofferenza. Secondo Sigmund Freud invece, è un atto liberatorio, visto come canale di sfogo delle energie represse nell’inconscio, verso le quali si esercita spesso un controllo molto forte. Questo spiega perché, dopo una bella risata, proviamo una sensazione di piacere e leggerezza. Non dimentichiamo che nasciamo tutti con la capacità di sorridere. È un fenomeno che si manifesta fin da bambini, molto prima dell’acquisizione del linguaggio. Bisogna solo coltivarlo…

Quando sorridiamo, azioniamo inconsapevolmente un meccanismo complesso che coinvolge e mette in comunicazione tra loro la sfera biologica, emotiva e corporea con quella intellettuale, spirituale ed energetica. Al termine delle scoppio delle risa, invece, si ha un rilascio di endorfina, uno “stupefacente” prodotto dal nostro corpo con effetto calmante, antidolorifico, euforizzante e immunostimolante. Il riso unisce tutto e tutti, scioglie ogni dogma, ogni regola, ogni ipocrisia. È contagioso e infonde tranquillità e fiducia, risvegliando il corpo e rischiarando la mente. Sorridere olia gli ingranaggi della vita sociale, rende qualsiasi incontro più gradevole e offri amicizia. L’espressione del sorriso è la più facile e naturale da assumere: si utilizza un solo muscolo importante, mentre per esprimere emozioni negative come ansia, disgusto, tristezza se ne devono usare molte di più.

Le persone sagge ridono e sorridono di più perchè intuiscono meglio di altre quanto il riso sia essenziale per la qualità della vita, per la felicità e quanto aiuti a ridimensionare i problemi. Se si riesce a coltivare giorno dopo giorno la letizia interiore e a proteggerla dall’accanimento delle paure, avremo fatto una piccola rivoluzione perché comincerà a migliorare il mondo intorno a noi. Chi poi riesce a sorridere e/o ridere in situazioni potenzialmente pericolose è geniale e creativo. Dimostra di avere coraggio, fantasia e una prospettiva ottimistica, sconfiggendo la paura. Spesso veniamo educati a soffrire, per conquistarci un posto nella vita. Manca l’educazione alla gioia, la capacità di vedere il lato comico delle cose, la risata, lo humour, l’autoironia. Non per sfuggire ai problemi, ma per non identificarsi solo nelle difficoltà e farsene sopraffare. E soprattutto per ruotare il nostro punto di vita verso altre posizioni e liberarsi da una visione asfittica della realtà. A questo proposito, mi piace ricordare un passo del Nocciolo d’oliva di Erri De Luca: “La fabbrica fondamentale del creato si è accompagnata con una saggezza sorridente. L’intristito, lo scienziato che non sa sorridere, non può scoprire né immaginare il mondo. La relazione diretta tra risata e benessere è conosciuta da sempre: i cinesi, cinquemila anni avanti Cristo, dicevano che la risata è un’esplosione di energia yang dallo shen (l’allegria, espressione della forza umana) che risiede nel cuore. Dante Alighieri era più o meno della stessa opinione: secondo lui il riso è il lampeggiare della gioia dell’anima. San Francesco parlava di perfetta letizia. I grandi uomini sono spesso stati dei grandi cultori del sense of humour, non ci resta che imitarli.

Mai provato con la gentilezza?

“Abbi coraggio e sii gentile” raccomanda la mamma in punto di morte a Cenerentola, nel film di Kenneth Branagh. Un consiglio prezioso: ingoiate le lacrime, la fanciulla impara a fare della mitezza un’arma vincente. Tra un colpo di ramazza e l’altro sorride e diventa padrona del proprio destino. Come andrà a finire lo sappiamo. Questione di duro lavoro, non di gran c… (vedi in Pretty Woman).

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La gentilezza torna, e non solo al cinema. Dicono basta all’arroganza alcuni libri: una nuova edizione rinnovata dell’ Elogio della gentilezza di Adam Phillips e Barbara Taylor e Il piacere della gentilezza. Piccolo trattato sulla buona educazione nell’era globale di Bertrand Buffon, un agile volumetto da viaggio che ricorda alcuni principi di comportamento utili a tutte le latitudini. Non basta. C’è chi ci crede profondamente e cerca di convincere gli altri a uscire dal tunnel autodistruttivo del narcisismo: il network internazionale World Kindness Movement, per esempio, ha appena festeggiato l’apertura di una sede anche in Francia, mentre in Italia l’associazione affiliata Gentletude (gentletude.com) organizza corsi per tutte le età gestiti da una cinquantina di volontari, e pubblica periodicamente una newsletter. Perché non se ne può più della competizione continua e dell’egoismo sfrenato di questi anni. La meritocrazia come sopravvivenza del più forte e arrogante ha fatto il suo tempo. Entrare in relazione con gli latri, creare un buon clima di convivenza significa saper gestire una situazione. In America è considerato un soft power, tanto da stilarne 10 pilastri per esercitarsi a sviluppare questa potente qualità:

  1. Gentili non si nasce, si diventa. I bambini puntano i piedi e strappano i giocattoli gridando “io, io, io”? Cambieranno. Si spera per loro. Ma devono allenarsi duramente. Se si esercitano fin da piccoli a far sedere le vecchiette sul tram, da grandi non si sdraieranno di traverso con i piedi sui sedili.
  2. Ma non da soli. La gentilezza è il primo passo nelle relazioni. Significa ritenere l’altro degno di rispetto, ascolto. Se regali un mazzo di rose a una ragazza incoraggi le sue emozioni, i sentimenti.
  3. Ingrediente base: la fiducia. Se temi l’altro come un nemico, difficile comportarsi bene. Scuola e famiglia dovrebbero insegnare ad avere fiducia negli altri. Arrivano dei nuovi vicini? Fai un regalino, come si usa in America. Non ci saranno più risse condominiali.
  4. Conviene. Spiegare con garbo ai pazienti perché il primario non si fa vivo, aiuta a non essere presi per il collo. Dimostrare interesse verso un collega al primo giorno di lavoro, rafforza il senso di appartenenza. Alla Olivetti negli anni Cinquanta regalavano una bicicletta ai neoassunti!
  5. Con la crisi, ancora di più. Si potrebbe obiettare; oggi è un lusso che non ci si può permettere, le carinerie sono una perdita di tempo. Invece no. Proprio ora si deve dar valore a quelle piccole cose che fanno stare bene. A volte basta un sorriso.
  6. Aiuta a fare carriera. Una volta l’impiegato gentile era il babbeo del gruppo. Ora è il più furbo: ha capito che l’attenzione agli altri crea coesione. Non si tratta di strumentalizzare il proprio ruolo; però una buona parola oggi, una domani, e i collaboratori daranno il meglio. Un manager gentile è autorevole.
  7. È un deterrente. Importante per smontare l’aggressività (altrui e nostra). Mi tamponano: aggredisco l’energumeno che era al cellulare e non ha frenato? Meglio sorridere e cercare una soluzione pacifica. Chiedere all’investitore “Si è fatto male?” facilita la trattativa.
  8. Conta l’originale, non le imitazioni. La gentilezza è reciprocità, non strumentalizzazione. Non meccanica ripetizione di lezioni imparate controvoglia, come le buone maniere. Si cede il posto alla donna incinta non perché ce l’hanno insegnato ma perché è giusto.
  9. Parole chiave: generosità, autenticità, empatia. Bisogna mettersi nei panni degli altri: quando si è in coda al supermercato, far passare avanti chi ha fretta e un carrello semi vuoto non costa niente. La prossima volta potrebbe toccare a noi.
  10. Niente: mors tua, vita mea. Meglio: vita tua, vita mea. Più facciamo cose per gli altri, meglio stiamo noi. Con la gentilezza, diamo il meglio e facciamo un figurone, anche con noi stessi.

Menù letterari

Indecisi su cosa preparare stasera per cena? E se, invece che dal solito ricettario, ci lasciassimo consigliare da Scott Fitzgerald, Virginia Woolf e Jack Kerouac? Forse non ci abbiamo mai fatto caso, ma anche i personaggi dei nostri romanzi preferiti hanno i loro vizi e stravizi culinari: dalle polpette di Renzo Tramaglino all’iconica madeleine di Marcel Proust. Céline Girard nei suoi Menù letterari ci accompagna in un divertente tour gastronomico alla scoperta delle tavole imbandite fra le pagine di alcuni dei libri più amati di sempre, con tanto di ricette a cui ispirarsi per un pasto da Nobel.

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Si potrebbe cominciare da un bell’antipasto in stile Grande Gatsby. Alle sfavillanti feste organizzate dal protagonista del capolavoro di Fitzgerald di certo non mancava un altrettanto scintillante finger food: per riprodurre un buffet come il suo l’attenzione all’estetica sarà fondamentale. Via libera allora a spiedini di caprese, involtini di zucchine, tacchino e feta, gamberi al cucchiaio, pasticcini salati e chi più ne ha più ne metta. D’altra parte Gatsby non era certo uno che badava a spese…Come primo, direttamente dal banchetto di Donnafugata del Gattopardo, Tomasi di Lampedusa propone il timballo di maccheroni: “l’oro brunito dell’involucro, la fragranza dello zucchero e di cannella che ne emanava non erano che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta“. Non avete anche voi già l’acquolina in bocca?

Se una frittata come secondo vi pare poca cosa, forse non avete mai letto della “celestiale frittata” tanto decantata nel Diario segreto di Gabriele D’Annunzio: in un racconto poetico e allucinato, il Vate racconta di questa mitologica portata realizzata con trentatré uova e tanto di ispirazione divina. Perché l’arte di rivoltare la frittata ha in sé qualcosa di religioso. E come non finire alla grande con quello sregolato di Sal Paradise, protagonista di On the road di Kerouac, che placidamente ammette di non aver mangiato altro durante il suo viaggio da una parte all’altra degli States che torta di mele col gelato? “Sapevo che era nutriente – ammette – ed era anche deliziosa, naturalmente“. Che nessuno si azzardi a contraddirlo! Buona lettura e buon appetito.

La felicità si impara

È vero, non si può decidere di essere felici. Ma è anche vero che ci si può allenare per cogliere al meglio le opportunità per diventarlo. L’epoca in cui viviamo, che ci vuole immersi in un flusso costante di distrazioni e informazioni, disorientamento e paura, ci allontana da quei gesti semplici come il sorridere o il coltivare gentilezza e gratitudine, fondamentali per aumentare la propria gioia di vivere. Fermiamoci, guardiamoci dentro, molliamo tutto, respiriamo: cessiamo di essere un’ombra indaffarata per diventare esseri umani, presenti nel mondo e a noi stessi. E leggiamo. Secondo la scienza, i lettori sono complessivamente più felici dei non lettori e provano più spesso emozioni positive rispetto a coloro che non aprono nemmeno un libro nell’arco di un anno; affrontano la vita in maniera più positiva e sanno godere del tempo libero in modo più ricco e articolato. Ho sempre creduto nella biblioterapia, la prescrizione di narrativa per guarire dagli acciacchi della vita. Un libro può darci conforto e indicarci una direzione, un approccio alle cose, una risposta. Perché, come ricorda Paul Claude, “la felicità non è lo scopo, ma il mezzo della vita“.

fergusonFelicitஓ, di Will Ferguson. La sua particolarità sta tutta nel titolo, straordinariamente sconvolto da quell’esponente che in quel ricciolo di “r” racchiude tutta la sua irriverenza. Il protagonista Edwin de Valu, giovane editor in una casa editrice newyorkese, pubblica un manuale rivoluzionario che rivela a tutti la ricetta perfetta della felicità. Ma quando il mondo inizia a convertirsi alle regole del libro, abbandonando vizi e capricci, e diventando noiosamente perfetto, Edwin sentirà il bisogno di salvare tutte le imperfezioni e le debolezze del genere umano e si scontrerà con i suoi stessi errori e rimpianti, ma avrà la possibilità, forse unica, di sentirsi veramente vivo. L’ironia graffia ogni pagina, portando a riflettere sulla società di oggi e sull’importanza di cogliere l’attimo perché: “I nostri errori passati sono i desideri inappagati. Ciò che rimpiangiamo è ciò a cui aneliamo. È questo a fare di noi ciò che noi siamo”.

piccoloMomenti di trascurabile felicità“, di Francesco Piccolo. Avete presente Charles M. Schulz quando, attraverso i vari personaggi dei Peanuts, da’ le sue definizioni di felicità? “Felicità è un cucciolo caldo”, “felicità è stare a letto mentre fuori piove”, “felicità è passeggiare sull’erba a piedi nudi”, “felicità è il singhiozzo dopo che è passato”… attimi, momenti rapidi, veloci, banali, che racchiudono molto di più di quello che a prima vista potrebbe sembrare. E’ una cosa in cui credo molto, quella della felicità che si trova soprattutto nelle piccole cose. Ed è quello che vuole trasmettere l’autore in questo libro: prende dei momenti di felicità, di cui dovremmo ricordarci più spesso, e li trasforma in parole. Sono istanti, sono gesti, sono pensieri, sono situazioni spesso insignificanti ma capaci di cambiare per un momento la giornata e renderla felice.

vonnegutQuando siete felici, fateci caso“, di Kurt Vonnegut. Un elogio della semplicità, della felicità, delle piccole cose che possono cambiare il mondo. Ma non tutto il mondo, Kurt Vonnegut non è così presuntuoso. Possono cambiare il nostro piccolo quotidiano e renderlo un posto migliore: praticare un’arte, cantare sotto la doccia, ballare ascoltando la radio, raccontare storie, amare e non abbandonare mai i libri e lo studio, perché potranno essere dei grandi compagni per la vita. L’importante – che sia una limonata, un’anguria durante il temporale, un traguardo ambizioso o il sorriso di tuo figlio – è sempre farci caso. Perché essere felici e non rendersene conto è uno spreco imperdonabile. E se amare il proprio destino e riconoscere la felicità sono un impegno, capire quando se ne ha abbastanza di qualcosa è un dovere.

zevinLa misura della felicità“, di Gabrielle Zevin. Elogio delle seconde possibilità, che tutti molto probabilmente ci siamo ritrovati a chiedere, o che abbiamo concesso. Come la seconda possibilità di A.J, il libraio protagonista, che non è un uomo cattivo, scontroso e insensibile come appare. Ma addolorato e col cuore a pezzi a causa della morte della moglie Nic, e tutto questo lo porta ad allontanare le persone, a chiudersi in se stesso e a rimuginare sul passato. Ma una cosa inaspettata e sconvolgente gli succede quando trova la dolcissima bambina orfana Maya abbandonata nella sua libreria. Una bambina che cambia il modo di vedere il mondo, gli fa guardare le cose e la vita in maniera diversa. E il suo presente cancella il suo passato. Una piccola perla di romanzo che insegna che per ogni momento della vita, c’è un libro giusto pronto per aiutarci ad affrontare le sfide che giungono sul nostro cammino.

vermalleLa felicità delle piccole cose“, di Caroline Vermalle. Un mix di dolcezza, semplicità, emozione. Il protagonista è Frédéric Solis, un affascinante avvocato 40enne in carriera, l’esempio tangibile del successo. Ma non vi è traccia di amore nelle sue giornate: finché un ignoto benefattore metterà in moto una serie di circostanze imprevedibili tra misteri e sorprese. Un romanzo pro-memoria che ci mette in guardia dal dimenticare che è attraverso lo studio delle piccole cose che noi raggiungiamo la grande arte di subire la minor infelicità e di godere della maggior felicità possibile: “Le persone non credono più alla loro buona stella, ed è un peccato. Si sbagliano, non c’è dubbio: lei c’è per tutti, bisogna solo prendersi la briga di cercarla. A volte brilla dentro alle piccole cose, cose minuscole. In una presenza, per esempio. Al mondo siamo in sette miliardi, eppure, per una sorta di miracolo, basta una voce, un cuore, un certo modo di vedere le cose per illuminare tutto di colpo”

Lettori si diventa

Lettori non si nasce, si diventa. Ma diciamolo, oggi non è facile invogliare all’apertura di un libro chi è bombardato da stimoli e ha possibilità di tuffarsi ogni due per tre nel mondo parallelo di smartphone e tablet. Eppure non ci sono dubbi: poche attività tranquille hanno lo stesso valore della lettura, che sa stimolare la fantasia e tenere compagnia senza bisogno di Wi-Fi o carica batterie. E’ però compito di noi adulti valorizzare il momento della lettura nei nostri bambini, dando valore al tempo che si dedica a tale attività: l’interesse e la curiosità verso un libro nascono con la conoscenza e la frequentazione.

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Il primo rapporto di un bambino con la lettura sono le fiabe lette ad alta voce, che lui sa capire ancora prima di aver imparato a leggere. La classica favola delle buonanotte è un momento bellissimo, intimo, magico da passare con i nostri figli. Quando questi ci invitano ad andare avanti a leggere, con domande incalzanti: “E allora? E poi? E dopo?” siamo già a buon punto…la magia ha funzionato, la storia li ha catturati. È così che invogliamo i piccoli ad ascoltare racconti interessanti che poi da grandicelli potranno ritrovare nei libri e nei tanti mondi che possono contenere. Tra le pagine ci sono cose bellissime e meno piacevoli, argomenti che possono anche fare molta paura, senza però fare male davvero. Per insegnare questa verità è perfetto l’esempio della scatola magica: una magic box all’interno può avere di tutto, ma siccome in realtà niente può uscire da lì, alla fine chi è fuori rimane al sicuro.

Una volta stimolata la curiosità, fondamentale sarà non imporre come compito la lettura: se si legge un libro a dei bambini pensando solo al suo contenuto educativo, trasformeremo il momento da gioioso a pesante. Invece bisogna divertirsi con loro, condividendo anche attimi di commozione. Quando ho letto ai miei piccoli la fine de Il barone rampante, con il protagonista che muore, piangevamo tutti. Oppure quando abbiamo letto insieme le avventure di Pippi Calzelunghe, ci siamo commossi pensando alla solitudine che permeava la vita di questa strana bambina dai capelli rossi.

Succederà che mentre raccontiamo una storia, il nostro bambino possa dire “E se la continuassimo così?”. Una modalità che non va ostacolata perché i piccoli lettori amano trasformare gli intrecci che ascoltano. Una tendenza che oggi si è diffusa anche via internet con le comunità delle cosiddette fan fiction, che modificano addirittura i romanzi, come è il caso di Twilight, nato proprio in questo modo. È come se i ragazzi avessero l’idea che le storie continuano a trasformarsi perché sono costantemente raccontate. In tal senso è come se ci fosse un ritorno all’oralità che, a partire da Omero, è stata all’origine della letteratura. In tal senso leggere aiuta la fantasia perché le immagini sono descritte e non illustrate, permettendo lo svolgimento di un vero e proprio film nella mente che può essere più appassionante di un cartone animato.

La Praga letteraria

La scelta di un week end pre-natalizio a Praga deriva dalla nomea gotica della città, così intrisa di magia, di misteri irrisolti, in un crogiuolo di culture e religioni che si intrecciano e si evolvono. La profonda cultura ebrea – Praga conta forse la comunità ebraica più radicata nel tessuto urbano e sociale di qualsiasi altra città europea – su cui aleggia ancora la figura del rabbino Loew, si inframmezza a un tessuto civile prevalentemente cristiano. La storia ne è permeata: le bizze religiose scrivono il libro di Praga, le defenestrazioni degli Hussiti, i Golem del Mastro Rabbino e infine il Castello, sfondo letterario e monarchico. Un week end sufficiente a riempirmi un poco gli occhi, gustando panini con würstel e crauti e vin brulè nella fredda Piazza Vecchia sotto le decorazioni natalizie circondate da carretti di dolciumi, salumi e ogni altra golosità. 

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Era tarda sera, quando K. arrivò“: l’attacco forse più bello che la letteratura moderna ci abbia regalato. Benchè tutto ora sia ben ordinato, regolamentato e perfettamente sfruttato per il ritorno economico, qualcosa nel Castello mantiene ancora il fascino che Kafka, nel suo celebre romanzo, gli consegna. Così come la facciata neoclassica e i cancelli ottocenteschi di ferro battuto e ori non riescono a nascondere le guglie gotiche della cattedrale di San Vito che, vero cuore storico del Castello, ne disegna inconfondibilmente la vista dalla Moldava. È una città nella città, il Pražský Hrad: con il cambio della guardia, le stradine risistemate e abbellite per i turisti della Zlata Ulicka (il “vicolo d’oro”) che oggi accolgono boutique ma che, un tempo, vedevano le botteghe di alchimisti, poeti, artigiani.

Più della Cattedrale, che pur magnifica nel suo gotico rimaneggiato è tanto grande da poterci volare dentro, ciò che affascina è la vivibilità delle corti, dei vicoli, degli spazi in cui pubblico e governo si intrecciano e sfiorano. Ho alloggiato nello Staré Mesto (la “città vecchia”), che si snoda in stradine strette traboccanti di turisti, di boutique che vendono tutto tranne quel che serve, di palazzi male invecchiati, benché molti siano stati restaurati, e che ha i suoi fulcri di richiamo nella bellissima piazza su cui si affacciano alcuni dei simboli della Praga classica: il Municipio con il celeberrimo orologio armillare, il palazzo Golts_Kinsky, e la facciata e le guglie scure e severe di Tynsky chram (la famosissima chiesa di Tyn). È qui che muovo i primi, sbigottiti passi. Alle spalle ho la Moldava, che è struggentemente bella la sera, illuminata da mille lampioni, dalla sagoma imperiosa del Castello e dal meraviglioso edificio del Teatro Nazionale con il suo tetto a carena fatto come il cielo stellato: di blu zaffiro e stelle d’oro.

karluv

Attraversare Karluv Most significa rileggere la storia di Praga. La silhouette delle statue che ne segnano il corso, ciceroni diurni al turista munito di libri, diventano severissime figure buie che si stagliano sul cielo dell’ultimo tramonto e incombono, a notte, sull’anima di chi attraversa il ponte. Non è poi difficile, con un po’ di fantasia, immaginare la nebbia kafkiana che, umida e gelida, si alzava dalla Moldava nel periodo invernale e tramutava la città in un dedalo gotico ricco di mistero e magia. Molti spunti di riflessione mi regala la visita al cimitero ebreo e il lungo itinerario che attraversa parte della città e ne dipana la cultura ebraica: particolare e voluto lo struggente silenzio e abbandono in cui versano le tombe, così vicine le une alle altre da sormontarsi.

strahovLunghe camminate mi portano a visitare la meravigliosa quanto attesa biblioteca del monastero di Strahov, talmente delicata da non essere visitabile ma solo sbirciata e fotografata di nascosto dall’ingresso. Si cammina e si attraversa la città in lungo e in largo, passando dall’orto botanico (di cui si può benissimo fare a meno) alla bellissima e molto raccolta casa che ospita il museo dedicato ad Antonin Dvorak, al tempo dimora dell’artista…la lascio con la sensazione che casa mia avrebbe dovuto essere così e che difficilmente troverò qualcosa di altrettanto singolare e armonico.

I grandi libri

ME-Autunno

Non credete a chi dice che la macchina del tempo sia una fantasia irrealizzabile. Esiste e funziona da un sacco di tempo, è facile da utilizzare e molti l’hanno in casa. È il libro. Come ha detto Umberto Ecochi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito…“. Emozioni, cultura, conflitti, misteri, un’apertura verso mondi sconosciuti che nulla come la lettura ci può donare. E ci sono libri che rappresentano un patrimonio comune ineludibile. Libri importanti, non perché necessariamente ispirati alla realtà, ma perché toccano la vita, hanno sostanza, ci danno il diritto di agire in base a ciò che apprendiamo. I grandi classici che arricchiscono la nostra vita, “…quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato…quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti“, ha definito Italo Calvino.

Guerra e pace“, Lev Tolstoj. Ma potrebbe essere qualsiasi altro titolo (anche più breve), perché Tolstoj scrive come se fosse davvero una donna che ama fino alla morte (“Anna Karenina“) o un oscuro funzionario che banalmente muore (“La morte di Ivan Il’ic“). “Guerra e pace” contiene milioni di romanzi. Se lo si sceglie di rileggere è perché quando compare Natasha, in quella stessa stanza e nella nostra vita, irrompono tutte le ragazzine del mondo. Riappare l’istante in cui l’infanzia finisce.

Delitto e castigo“, Fëdor Dostoevskij. Una droga che prende la testa e sostituisce i pensieri. I processi mentali dello studente Rashkolnikov, imbevuto di Nietszche e tormentato da febbre e da fame, si sostituiscono ai nostri fino a farci sentire che la distanza tra gli esseri umani, per quanto siano diversi e perfino schifosi, non è mai così grande da renderli estranei. È un libro pericoloso, andrebbe venduto con la ricetta…

Orgoglio e pregiudizio“, Jane Austen. Il migliore manuale di seduzione al mondo. Agli uomini svela lo stupefacente miscuglio di sentimentalismo e pragmatismo delle donne. Alle donne insegna che per un uomo non ci si deve truccare perché bisogna avere l’orgoglio di non fingersi diverse. Scivola via come un fiume in cui la ribelle Elizabeth e lo snob Darcy si inseguono fino a fermarsi nell’attimo in cui la cattura è ancora un gesto e non un possesso.

Cent’anni di solitudine“, Gabriel García Márquez. “Nei giorni di luglio in cui il sole sembrava sciogliere il mondo, avrei voluto che mio padre mi portasse a conoscere il ghiaccio”. Dalla prima frase all’ultima, è una cascata, un’invasione di farfalle e personaggi che non si dimenticano: rivoluzionari sconfitti, zingari astronomi e donne che aspettano la morte contando i battiti del proprio cuore. Una favola insieme lontanissima e vicinissima che, descrivendo un mondo distante e sconosciuto, ci parla di noi.

Madame Bovary“, Gustave Flaubert. Emozioni e sensazioni di una desperate housewife dell’Ottocento che ha sposato un farmacista di paese buono e noioso, e non accetta che la vita sia tutta lì tra le mura domestiche, e dunque insegue un amore da romanzo rosa. “Madame Bovary c’est moi”. È tutti noi, eterni insoddisfatti in un mondo che pone troppi vincoli ai desideri e alle aspirazioni. È il desiderio eroico e miserabile di avere di più.

Lo straniero“, Albert Camus. Un libro che buca l’anima. Anche riletto decenni dopo. Il protagonista Mersault non ha ambizioni, non ha affetti né amici, non percepisce le proprie emozioni. Si lascia vivere, non soffre per la perdita della madre, non è in grado di apprezzare l’amore di Maria, la fidanzata, che come molte donne masochiste lo ama nonostante tutto. Chi non prova empatia, non riesce neanche a suscitarne. E lo straniero viene condannato più per come è fatto che per ciò che ha fatto.

Il barone rampante“, Italo Calvino. L’assurdo gesto di ribellione – l’arrampicarsi sul ramo di un albero e decidere di non scendere più per il resto della vita – racconta qualcosa che ancora oggi ci riguarda da vicino: la capacità di ribellarsi dei giovani è il motore che può produrre una visione nuova del mondo. Un libro semplice, da leggere anche ai bambini, che insegna che si può rimanere fedeli a tutto e che tutto può trasformarsi in vita. Basta non aver paura. Una vera lezione.

Social Book Day

So cosa si prova. Si chiude l’ultima pagina e ci si sente appagati. Riapriamo gli occhi sulla realtà e tutto appare in modo diverso, più pieno, colorato, intenso. Un’esperienza talmente potente che si vorrebbe riprovarla subito. Un’evasione sana, che ci ha fatto viaggiare per un po’ e raggiungere un “altrove”. Perché immergersi in un romanzo vuol dire dimorare in altri universi e ampliare gli orizzonti. Al termine di un racconto che ci ha reso particolarmente felici, si pensa di non poter più provare certe sensazioni straordinarie vissute assieme a quei personaggi, in quei luoghi, seguendo l’intreccio di una trama, che pian piano è diventata parte della nostra vita. Chiunque ami leggere lo sa: quando scatta la passione, arriva la dipendenza e non si smette più. Si vuole tornare in quel mondo parallelo dove ci siamo abbeverati, nutriti di nuove conoscenze, sfumature, suoni e luci completamente differenti.

autumn books

I libri possono far scattare un sentimento, ma anche essere oggetto e insieme luogo di incontro tra due cuori. L’esempio nella memoria di tutti è il poema cavalleresco che ha unito le anime di Paolo e Francesca, nell'”Inferno” di Dante, ma succede pure nel libro appena uscito di Carole Lanham “L’ora di lettura” che, complice un legame intenso è più di un romanzo: sullo sfondo del Mississippi degli Anni ’20, la protagonista Lucinda, viziatissima  rampolla di una ricca famiglia, inizia alla lettura il garzone Hadley, facendogli leggere e ricopiare i passaggi più arditi di romanzi proibiti come “Anna Karenina” e “L’amante di Lady Chatterley“.  In tema di emozioni i libri hanno effetti strabilianti a tutto campo, lo insegna “Qualcosa che somiglia al vero amore” di Cristina Petit: Clémentine il personaggio chiave, legge romanzi ai bambini in difficoltà, aiutandoli a superare le loro paure e mostrando altri mondi. Perché curare le ferite dell’anima grazie a narrativa e dintorni, sortisce effetti incredibili…”Ritratto di signora” è un balsamo per l’ansia, “Il giovane Holden” uno specchio col quale spazzare via l’angoscia, “Jane Eyre” ci insegna a superare le pene d’amore con la forza della dignità. “I miserabili” se vogliamo imparare ad essere perdonati, “L’Odissea” per affrontare un viaggio di cambiamento senza temere il ritorno. E se la guarigione non è assicurata, potremo contare su un piacevole momento d’evasione o un’occasione per riflettere.

Oggi, Social Book Day, ci invita a riflettere sull’esperienza totalizzante che è la lettura.Ci sentiamo meno soli e più compresi semplicemente entrando in contatto con i personaggi di una storia. Leggere dà felicità perché è come se ci reinventassimo, catapultandoci in un’esperienza inedita e viaggiando sulla stessa lunghezza d’onda dei protagonisti. Possiamo baciare Heathcliff o sconfiggere un Nazgùl…meraviglioso, no?

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