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Generatività

Confesso di aver comprato il libro “Generativi di tutto il mondo unitevi!” perché uno dei due autori, Chiara Giaccardi, è stato mio docente universitario in sociologia della comunicazione e grazie alla sua clemenza e a un 26 non proprio meritato non ho dovuto rimandare troppo in là la presentazione della tesi. Ma appena ho avuto tempo di imbattermi nelle dense pagine del saggio, ho avuto subito la sensazione che mi aiutasse ad imparare a vivere in modo più positivo.

genSecondo la Giaccardi e il marito Mauro Magatti, economista e sociologo nonché co-autore del libro, la società occidentale agisce in continua tensione verso ciò che vorrebbe raggiungere e l’ansia di perdere ciò che si è già ottenuto. Siamo ossessionati dalla performance e dall’individualismo estremo, entrando in un loop di solitudine, ansia  e  smarrimento. “Pieni di cose, di esperienze, di relazioni, ma perfettamente vuoti e soli”, legati ad una libertà che manca di senso del futuro, ripiegata su se stessa, che risucchia e annulla l’altro; da qui l’idea di generatività come soluzione, impegnativa ma rigogliosa, di valorizzare in maniera piena intelligenza, umanità e creatività. Generatività come capacità di dare risposte agli eventi investendo energia per soluzioni che non prevedano solo se stessi e il soddisfacimento dei propri bisogni immediati, ma anche l’arricchimento degli altri. Esempi significativi sono le realtà che escono dalla crisi in maniera creativa. O le no profit istituite da familiari di ammalati o vittime di un crimine, che danno un senso al loro dolore mettendosi al servizio di altri. Ma anche le aziende floride che mettono in atto strategie di welfare aziendale, come la Brunello Cucinelli Spa, dove il profitto è importante in quanto generatore di benessere non solo economico ma psicologico nei riguardi di chi lavora in azienda.

Generativo è colui che desidera qualcosa, concepisce un’idea per metterla al mondo e infine la lascia andare. Generativo è chi decide di avere un figlio anche se le condizioni non sono perfette, chi accoglie un anziano in casa anche se lo spazio è poco, chi non ragiona secondo la logica di un risultato immediato, ma chi semina per fare in modo che magari qualcuno dopo di lui goda dei frutti delle sue azioni. Chi cerca di essere creativo trovando risposte nuove e recuperando un’unità tra azioni, intenzioni e pensieri.

Quando le mamme non si divertono

Ore 11.00 di questa mattina. Occhiaie da panda, capelli da istrice e borsellino vuoto, mi ritrovo a farmi offrire un caffè da un’amica che non vedo da tempo. Ancora single. Ancora ai vertici della carriera. Ancora curatissima. Ancora con mille progetti per la testa. E ancora annoiata, disillusa e invidiosa della vita della maggior parte delle coetanee sposate e con figli: “Beata te, sei mamma di due bambini stupendi, cosa vuoi di più?!”

Proprio questo il punto. Alle madri non è mai stato concesso lamentarsi. Dovevano essere felici per principio. Ma è davvero così? Certo che no. Avere un bambino è un’esperienza magnifica, ma ribalta la vita e, a volte, può essere frustrante. Soprattutto ora che lavoriamo e abbiamo mille interessi. Nel libro “Tanta gioia nessun piacere, quando le mamme non si divertono“, la giornalista Jennifer Senior analizza l’infelicità crescente delle madri moderne. Secondo l’autrice e soprattutto secondo la quantità di studi e ricerche citate a supporto della tesi, essere genitori non è per niente piacevole. Anzi: è per lo più uno sfinimento, prima di tutto fisico – come dimostrano le enne volte in cui ogni giorno mi chino a raccogliere giochi, carte, scarpe da terra – e psichico, perché la vita di famiglia oggi è diventata estremamente complicata e richiede performance altissime. La concezione ottocentesca dell’idea romantica di maternità, fatta di delizie e dedizione, un momento beato dove la donna si realizzava a star chiusa in quattro mura col neonato estasiata Modern woman can't stand a house messda bacini e pannolini, non ha più logica d’esistere negli ultimi decenni, in cui i cambiamenti tecnologici e sociali sono stati così radicali che il mestiere stesso di genitore è cambiato e i figli di oggi sono molto diversi da quelli del passato: non sono più nostri dipendenti, ma sono diventati i nostri capi. Una volta si affidavano alle balie, ai nonni, ai maestri, e nessuno si scandalizzava, ora è già tanto se ci si può permettere un aiuto qualche ora alla settimana…

Un tempo diventare madri era una conseguenza naturale del matrimonio, accettata con una certa sottomissione, oggi si è passati dalla natura alla cultura, dal caso alla scelta, e questo porta una doppia responsabilità nel mettere il bambino al centro della propria vita, con la forte percezione di quel che si perde, in termini di libertà e autonomia. Insomma, se si vogliono avere figli, bisogna uscire dalla mistica e prepararsi alla realtà. Molta gioia nel cuore sì, ma da guadagnare tutta. Un incastro di decisioni difficili, colazioni rovesciate, vestiti nuovi e tanti dispetti. Un groviglio di attenzioni e svogliatezza, orgoglio e desolazione. È come tutte le storie d’amore: sfiancante. E indispensabile.

Libreriamo

Oggi, 15 ottobre, l’amore per la lettura si festeggia con il Social Book Day: tutta la cultura in digitale, da facebook a twitter, da youtube ai blog, è coinvolta in un “invito alla lettura globale, che parte dalle pagine e le community dedicate ai libri per coinvolgere tutti”. Parola di Libreriamo, piazza digitale per chi ama i libri e la cultura, che ha ideato e promosso l’iniziativa.

Woolf diceva “Un romanzo? E’ come una tela di ragno attaccata, sia pure per un filo, in tutti e quattro gli angoli della vita“. Un romanzo ci aiuta a crescere, riesce a fare emergere parti di noi sconosciute. A volte è persino premonitore, in quanto mette in gioco delle eventualità. Ma soprattutto la letteratura, come ha dimostrato una recente ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista Science, sviluppa l’empatia, la capacità di entrare in profondo contatto con gli altri, quasi fino a leggerne i pensieri e le emozioni. Leggere fa bene a tutti. E’ educativo, formativo, sviluppa emozioni, senso critico e autocritico.

beautiful girl with book in the autumn parkCi aiuta a comprendere noi stessi: siamo noi, con la nostra storia personale, le nostre emozioni, il nostro vissuto, a interagire con quello che viene esposto. In certe figure letterarie, magistralmente costruite e indagate dai loro autori, proiettiamo senza rendercene conto parti di noi stessi, le nostre aspettative. Possiamo riconoscerci per analogia in alcuni tratti, desideri, o anche in esperienze che abbiamo vissuto. Alla fine la riflessione viene spontanea, se ne esce più consapevoli, più arricchiti. Perfino quando il personaggio di cui leggiamo ci sembra negativo…anche lì può esserci una presa di coscienza, una sorta di autocritica, perché magari possediamo alcuni difetti di quel suddetto personaggio. Soprattutto i romanzi “classici”, che si focalizzano sui personaggi, sui loro caratteri. Che possiedono infinite sfaccettature, molteplici qualità o difetti. E’ proprio questo che li rende universali e del tutto simili a persone reali.  Del resto, per conoscere qualcuno ci si sforza a capirlo e questo esercizio mentale ed emotivo – fatto con certi grandi personaggi della letteratura – ci porta a ragionare meglio anche nella relazione con i nostri simili. Un esempio banale? Rileggendo dopo anni un romanzo, la percezione che ne abbiamo è sempre diversa. Si colgono aspetti che prima, anche per una semplice questione anagrafica, non avevamo percepito. Da qui la grandezza della letteratura.

Bookdate

Book with heartDue giorni fa è andato in scena presso la libreria Open di Milano il primo Bookdate, variante letteraria dello speed date, dove i single partecipanti si scoprono poco a poco, raccontando la trama del proprio libro preferito. Perché le parole su carta hanno la capacità di rafforzare il significato di pensieri e stati d’animo e discutendo sulle proprie storie del cuore, si arriva a sentire un’affinità fortissima con chi ha i nostri stessi gusti.

Dal XIX secolo, molti romanzi hanno condiviso e alimentato la ricerca del partner ideale, considerato generalmente come il modo migliore per garantirsi la felicità. Eppure, due secoli di letture ci hanno forse reso migliori, più saggi? Oppure siamo diventanti così perfezionisti che rischiamo di cercare un ideale che non esiste? Molti di noi seguono ancora il terribile esempio di Linda Radlett, la protagonista di “Inseguendo l’amore” di Nancy Mitford, che, pur partendo dalla certezza che il vero amore arriva solo una volta nella vita, lo cerca utilizzando lo stesso metodo con cui compra i vestiti: li prova per vedere se le stanno bene, sposando due partner sbagliati prima di trovare finalmente quello giusto. Certo, spesso capita che “quello giusto” lo incontriamo presto ma, o per nostra mancanza, o per colpa sua, non riusciamo a riconoscerlo. Un esempio del primo caso è “Emma“, l’eroina di Jane Austen: ci mette un intero romanzo a sviluppare abbastanza consapevolezza di sé da essere finalmente colpita dalla freccia di Cupido e capire, con assoluta certezza, che il suo uomo ideale è il vicino di casa, toh guarda! Un esempio del secondo caso, invece, è Elizabeth Bennet in “Orgoglio e pregiudizio“: il suo signor Darcy deve risolvere qualche difetto di carattere prima di essere il candidato perfetto per lei.

La letteratura stessa lascia quindi intendere che è bene rivolgere le proprie attenzioni alle cose che ci appassionano, ci fanno crescere e diventare persone migliori e più interessanti, come la lettura e l’approfondimento di un bel libro. Un romanzo può diventare un’ancora, un legame. E addirittura, con il Bookdate, una via per conoscere la nostra metà.

Tutto ciò che conta

oprah1Una laurea ad honorem, una rete tv, una rivista che porta il suo nome. La prima miliardaria nera degli Stati Uniti, Oprah Winfrey, che per 25 anni ha inchiodato gli americani al suo talk show, che cosa fa? Scrive un libro su quel che davvero è importante nell’esistenza. Lei il cui talento l’ha portata a diventare una opinion leader a livello globale e la sua attività filantropica l’ ha fatta diventare una delle figure pubbliche più amate e rispettate dei nostri giorni, ha attraversato burrasche e rinascite senza mai arrendersi ed è diventata un modello per milioni di donne. In “Tutto ciò che conta” prova a dirci che cosa fa di una vita una vita felice. Già: che cosa?

Il personaggio di un romanzo di Andrea De Carlo diceva: “Felicità è essere contento di essere con chi sei, dove sei e come sei“. Per me è proprio così: quello che conta nella vita è raggiungere questa naturalezza miracolosa. E’ una ricerca, non si nasce così. Ed è il contrario di un affannoso accumulo. Bisogna sfrondare per arrivare a quelle poche cose che hanno senso. Ed è importante avere tempo per capire cosa davvero ci regala serenità autentica e non di facciata, avere tempo per conoscersi e comprendere in quali valori crediamo e cercare di essere fedeli ai nostri ideali, non quelli della società. Fondamentale è avere entusiasmo, passione e trasporto in tutto quello che si fa: un lavoro per cui si è studiato e faticato tanto, un matrimonio nel rispetto reciproco, la crescita dei figli nell’educazione e nell’integrità morale. Non conta tutto quel che non arriva a dopodomani. Quello per me è superfluo. Il clamore, gli applausi sono belli per un istante, ma sono secondari rispetto a ciò che può durare per sempre. Credo sia davvero importante guardarsi alle spalle e dire: “Ecco, ho creato questa storia”.

La felicità ha bisogno sì di tempo e sforzo per essere raggiunta, ma anche di un sincero rapporto con se stessi e con l’anima dei luoghi. Imparando a stare bene da soli, senza il continuo bastone della famiglia o degli amici, troppo facile…dice una poesia di Konstantinos Kavafis: “E se non puoi la vita che desideri / cerca almeno questo / per quanto sta in te: non sciuparla / nel troppo commercio con la gente / con troppe parole in un viavai frenetico/…fino a farne una stucchevole estranea“.

Bookcrossing

libraryTante, troppe librerie rischiano la stessa fine delle care vecchie Flaccovio, Edison e Guida, che hanno dovuto chiudere i battenti per colpa della crisi. Quando chiude una libreria, perdiamo un mucchio di amici. Quelli che ci tengono compagnia quando nessun altro lo fa e che ci sono sempre: basta regalarci il lusso di passare del tempo con loro. Ogni buon libro è un mondo e ogni libreria un contenitore di mondi, uno spazio a disposizione di tutti, la sua presenza rende un quartiere più ospitale…per questo quando chiude, la città cui appartiene si ritrova meno vivibile. Non solo si spengono le luci delle sue vetrine, ma anche le voci che contiene e le storie che se ne stavano lì, pazienti, ciascuna ad aspettare i suoi lettori.

Prima che la lista si allunghi, sarebbe bello se la comunità dei lettori decidesse di adottare le librerie a rischio, magari facendo nascere microcircoli per “l’incrocio di libri”. Il cosiddetto bookcrossing: ufficialmente creato nel 2001 da Ron Hornbaker e da sua moglie Kaori con l’apertura del sito omonimo che oggi conta oltre 1,6 milioni di iscritti in 192 Paesi e oltre 10 milioni di libri registrati. Bookcrossing può essere considerato pure il contagio virale di un libro che consideriamo imperdibile e che passiamo di mano in mano a tutte le persone cui teniamo, cosicché, quando il libro ritorna a noi, se ne possa magari discutere a cena. A Milano nella piccola libreria “Il mio libro” (http://www.ilmiolibromi.it), sta crescendo l’idea dei “libri sospesi”, ovvero la sana abitudine di lasciare pagato un libro amato per un successivo cliente, né più né meno come il generoso rito del caffè sospeso napoletano.

D’altronde, oltre ai libri che si leggono e rileggono, ci sono anche quelli che transitano nelle nostre case, i famosi “pensierini”, i “non serviva che ti disturbassi”. Categorie che sono certa debordino anche dai vostri scaffali e richiedono una ferma decisione: liberarsene. E come meglio farlo se non mettendoli a disposizione della comunità, anziché cestinarli?

Letture da vacanza

beach girlIl tempo lento delle vacanze aiuta a viaggiare con la mente, a riflettere.

Leggere un buon libro è sorprendersi, non sentirsi soli; è mettere in discussione le proprie certezze e avere dubbi che ci fanno crescere; è piangere, ridere e persino soffrire; è innamorarsi e impedire al tempo di scivolare via. E’ avere storie da raccontare, come queste due: strani legami tra uomini e donne, difficili, sorprendenti ed eccitanti.

Viviane Èlisabeth Fauville di Julia Deck. Un romanzo-calamita: noir, psicothriller e soprattutto ritratto di una donna. Contemporanea, confusa, forte, come tante. Ha 42 anni, un buon lavoro, una figlia neonata e un marito che la tradisce. Un paio di volte alla settimana va dallo psicoanalista. Solo che un pomeriggio, invece di sdraiarsi sul lettino, impugna un coltello e lo affonda nel torace dello strizzacervelli. Dopo, è tutto un delirio: Viviane sfugge ai flic girovagando come una pazza per Parigi e, nel frattempo, cerca di non deragliare dalla routine casa-figlia-lavoro. Il gioco funziona per un po’, poi la protagonista si disintegra sotto i colpi dello stress. Finisce alla neuro. Forse si riprenderà. Dopo il colpo di scena finale. Da tuffo al cuore.

Paradiso coniugale di Alice Ferney. Tutte le sere Elsa Platte, ex ballerina con le gambe ancora bellissime, le calze trasparenti, si rannicchia (o meglio, si nasconde) sul divano e guarda un film, sempre quello: Lettera a tre mogli, una commedia sentimentale americana degli anni Cinquanta, con protagoniste tre donne, tre amiche che ricevono una lettera da una quarta donna: lei scrive loro che è fuggita con il marito di una di loro, ma non dice quale. Elsa Platte ha barattato la propria vita e il proprio matrimonio con quel film. Di sera in sera, mentre i suoi quattro figli si preparano per dormire o si siedono sul divano con lei, mentre suo marito le accarezza una caviglia sperando di farsi notare da lei, Elsa cade dentro quel mondo, riflette sull’evoluzione di un amore, sulle rinunce, sulla insoddisfazione che la prende alla gola, sull’assenza. Le protagoniste del film vivono la vita al posto suo e gliela spiegano, lei con loro si sente in compagnia, multipla e universale, si guarda allo specchio. Elsa Platte cerca una rivelazione, mentre i giorni passano. O una consolazione. Una specie di sortilegio, la realtà e la finzione che si legano stretti, e l’incapacità di muovere un altro passo: succede tutto questo, mentre sembra non accadere nulla. Succede la vita.

E poi ci sono le riletture, quelle con cui sei cresciuto e che ogni tot anni è bene riprendere per capire come le proprie emozioni siano cambiate col tempo: “Il giovane Holden” di J.D. Salinger o “A sangue freddo” di Truman Capote. “Di qua dal Paradiso” di Francis Scott Fitzgerald o il vero inno alla spiritualità, “Shantaram” di Gregory David Roberts.

Buone vacanze e buona lettura!

Donne al vertice

Una che si dimette è una notizia interessante e da leggere. Una seconda che si dimette nello stesso giorno è una tendenza da analizzare e ponderare. Sì perché nel giro di poche ore due icone tostissime del potere femminile, con la responsabilità di risolvere sfide difficili, sono scese dal potere di comando. O meglio, licenziata la prima e costretta alle dimissioni la seconda…perché?

Jill Abramson, 60 anni, giornalista d’inchiesta con passato da inviata e caporedattrice della sede di Washington, è la prima donna chiamata nel 2011 a dirigere il quotidiano più prestigioso del mondo, il New York Times. Con un obiettivo: risollevarne le vendite. Nonostante lo scopo centrato, viene rottamata con un annuncio sul sito della testata, i motivi? Tanti e nessuno certificato, ma la verità più facile è quella del gap salariale…pare che Abramson avesse chiesto di avvicinare il suo stipendio a quello del predecessore Bill Keller. Bingo! Perché una donna a parità di mansioni deve prendere meno di un uomo, soprattutto in ambienti che non accettano l’autorità di una donna e dunque si ribellano con grande scioltezza rispetto alla fatica che costerebbe loro sfidare un vertice al maschile. Simil storia per la 46enne Natalie Nougayrède, a cui nel 2013 era stata affidata la direzione del francese Le Monde per gestire il rinnovo del piano editoriale e il passaggio al digitale. Costretta alle dimissioni dopo la sfiducia della redazione.

Depositphotos_1230546_xsAttaccate, contestate, probabilmente estenuate, hanno preferito andare via, lasciando a noi una grande occasione per riflettere: spesso alle donne si offrono incarichi su cui ci si gioca la carriera e dato che hanno poche occasioni prestigiose, loro di norma accettano il rischio. Arrivate al vertice però, sono accolte da ostilità e pregiudizi. Rispetto a un uomo, a una donna si chiede sempre qualcosa in più. Bisogna prendere atto di questa disparità di trattamento aggirando gli ostacoli con furbizia e non agire con la stessa durezza dei maschi, perché altrimenti il sistema ci respinge: è frutto di secoli di storia di discriminazione. Lo stile manageriale femminile è diretto e poco incline ai compromessi, risulta decisivo in situazioni complesse ma passata l’emergenza può dare fastidio. Ecco perché tante donne al top decidono di ritirarsi: meglio fuori che dentro con le mani legate.

 

“L’infinito viaggiare”

Io in queste vacanze di Pasqua ho viaggiato. Ho visto e imparato tante cose. Gli occhi e la mente, ancora pieni del viaggio appena concluso. Ma non sazi, non appagati. Pronti a ripartire ancora.

All’inizio la Spagna, nell’indefinito luogo della Mancia (“piatta, quasi sempre uguale sotto il cielo, solo vero confine l’orizzonte“), sulle orme di don Chisciotte. Da Argamasilla de Alba, da dove è partito, passando per El Toboso (che “è anzitutto una gamma di colori assoluti: il bianco abbagliante delle case, il blu indaco intenso del cielo e dei bordi dipinti sui muri; anche il vento sembra avere la chiarità di un colore luminoso“) sono arrivata a Campo de Criptana, dove ho visto veramente i “giganti”, quattro grandi mulini a vento, stagliati in lontananza sulla collina, ed ho capito: “La follia di don Chisciotte è sempre, in qualche modo, realista e veggente; certo molto più della miopia di chi vede solo la facciata delle cose e la scambia per l’unica e immutabile realtà. Sono i don Chisciotte ad accorgersi che la realtà si sgretola e può cambiare; i pretesi uomini pratici, orgogliosamente immuni da sogni, credono sempre, sino al giorno prima della sua caduta, che il Muro di Berlino sia destinato a durareDon Chisciotte non ha paura; si offre all’incertezza del vivere, che gli porta disastri, legnate, porcherie, umiliazioni. Ma egli non ha fede nella vita, che non sa quel che fa, bensì nei libri, che dicono non la vita ma ciò che le dà senso, le sue insegne. Per queste insegne egli si batte e viene quasi sempre ridicolmente battuto, perché quasi sempre il bene perde e il male vince. Ma nemmeno disarcionato egli dubita di quelle insegne“.

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Vagabondando, errando, mi sono spinta fino in Cantabria e da lì il richiamo irresistibile del mare mi ha portato su, fino alle Scilly, le mitiche Isole Fortunate, le Esperidi degli antichi. Aspre e brulle sul versante esposto all’oceano, miti e rigogliose sul lato interno, svelano il doppio volto del mare: “Sulla spiaggia affacciata all’aperto, ma anche fra gli scogli e gli isolotti, è il mare di tempeste e uragani, dei trecento e più naufragi avvenuti dal XVII secolo ad oggi sulle Scilly con perdita di tante vite umane: è il luogo dell’avventura e della sfida, della prova, della lotta. Dall’altra parte è il luogo della felicità, della grande persuasione e del grande abbandono, del sì incondizionato che si dice alla vita, lasciandosi andare alle onde o restando distesi sulla spiaggia, in quell’armonia col puro e assoluto esistere privo di ogni attività e di ogni determinazione, col lento e vuoto ruotare delle ore che è forse la percezione più libera, più intensa e più beata del mondo… Il mare è assoluto, intenso fino al punto di diventare talora doloroso. Tra questi colori dell’acqua e della sabbia di granito che la fa splendere d’una candida fosforescenza ci si spoglia di tutto ciò che è banale, accidentale, relativo: si vorrebbe afferrare l’essenza della vita, liberarsi di tutti gli ingranaggi dell’esistenza che ci impediscono di vivere, togliersi di dosso i meccanismi della retorica come ci si toglie i vestiti. Si leva una buccia dopo l’altra alla vita falsa per afferrare quella vera, la felicità, e si ha la sensazione di avvicinarsi a un nucleo così essenziale, così puro da assomigliare al nulla“.
Ma poi, di nuovo sulla terraferma, fino a San Pietroburgo, in quel Nord che “è essenzialmente la sua luce e in particolare quella del pomeriggio avanzato, quando il giorno trapassa in una sera annunciata già da qualche ora ma che sembra non calare mai, indefinitamente rinviata da una chiarità tenace. Una luce tersa, che rende l’aria trasparente e avvolge le cose nel bagliore di una struggente lontananza, nella nostalgia di tutto ciò che manca“. Al Nord, per smascherare il mondo guardandolo dai margini di un fiordo.

Sono rientrata a casa oggi, appena voltata l’ultima pagina de “L’infinito viaggiare” di Claudio Magris, uno dei libri più belli che abbia mai letto.

Curarsi con i libri

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Facciamo finta per un momento che siate persone ordinate e che i libri se ne stiano sugli scaffali della vostra libreria secondo un preciso criterio, magari alfabetico, o suddivisi per casa editrice. Dopo aver letto “Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno” di Ella Berthoud e Susan Elderkin potreste essere colpiti da un terribile effetto collaterale. Peraltro non dichiarato in nessun bugiardino allegato al volume. Potrebbe, in effetti, venirvi voglia di riorganizzare la biblioteca di casa per malanno/malessere. Dalla A di “Abbandono” alla X di “Xenofobia”, per citare la prima e l’ultima patologia affrontata nel libro.

L’idea che i libri possano curare, se non altro la psiche, non è nata ieri. Nei Paesi anglosassoni sono molti i testi dedicati all’argomento. Questo è un bel saggio, da prendersi però con le pinze dell’ironia che, oltretutto, è la panacea di tutti i mali. Fabio Stassi ha curato l’edizione italiana, togliendo i titoli da noi sconosciuti, mai tradotti o introvabili, e aggiungendo gli scrittori italiani. Nella versione inglese venivano citati solo Alessandro Baricco, Diego Marani e Tomasi di Lampedusa. Tutti e tre presenti ovviamente anche nell’edizione nostrana: Baricco con “Seta” come rimedio per lo struggimento in generale, Marani con “Nuova grammatica finlandese” per curare le crisi d’identità, “Il Gattopardo” per guarire dall’inappetenza. Il principio generale è omeopatico: i libri funzionano come un vaccino, si inocula una piccola dose di virus per immunizzarsi dalla malattia; un vaccino può far venire  la febbre, all’inizio si sta peggio, ma poi si guarisce. I libri tonificano l’immaginazione che in fondo funziona come un muscolo e che ha bisogno di essere tenuta in esercizio.

Dolori, brividi, febbre, mal di gola, naso che cola? Non sono niente in confronto alla volontà di scoprire il colpevole prima di Poirot nel romanzo di Agatha Christie “L’assassino di Roger Ackroyd“. Mal di denti? Il dolore che si prova è insopportabile, è vero, ma potrebbe andare peggio, come succede al protagonista di “Tempo di uccidere” di Ennio Flaiano. Oppure siete affetti da spocchia, pensate cioè di sapere tutto, avete perfettamente sotto controllo la vostra vita e magari anche quella di chi vi sta intorno? Ecco, fermatevi un attimo, entrate in libreria e chiedete “La morte di Pizia” di Friedrich Dürrenmatt, in cui i colpi di scena sono così inaspettati che vi verrà voglia di rileggere con altri occhi l’agenda. Avete rotto con qualcuno? Il cuore spezzato? Nell’elenco dei migliori romanzi di tutti i tempi sulla fine di una relazione, al primo posto si trova “Alta fedeltà” di Nick Hornby, dove il protagonista Rob passa in rassegna i cinque più memorabili fallimenti sentimentali scoprendo la sua incapacità di prendersi un impegno e permettendo a chi legge di imparare dai suoi errori .

Insomma qualunque sia il vostro disturbo, la ricetta di questo saggio è semplice: un romanzo (o più d’uno) da leggere a intervalli regolari. Alcuni trattamenti porteranno a una completa guarigione, altri semplicemente conforto, ma tutti offriranno un temporaneo sollievo dai sintomi, grazie al potere di distrarre e trasportare della letteratura.

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