Best of Moods

Wonder Woman non esiste

La presidente di un famoso college americano, Debora Spar, col suo libro “Wonder Women vuole dare un messaggio ad ogni donna: basta con questo delirio di onnipotenza, non possiamo fare tutto al meglio! E’ una trappola che ci riempie di frustrazioni e sensi di fallimento, e di colpa.

Super mother with newborn baby - cleaning, shopping, talking by

Tornare a casa in tempo per il bagnetto. Andare alla recita dell’asilo. Non saltare la palestra. Eccellere sul lavoro. Carriera, quality time con i figli e tempo per sé: come conciliare tutto questo? Convincersi a mettere qualcosa tra parentesi. Dirsi: in questa fase della vita posso fare questo, e non quest’altro. Se vogliamo la carriera , forse dobbiamo mettere in conto di non avere figli, e viceversa. Prima lo capiamo, prima evitiamo a noi stesse, e agli altri, anni di frustrazioni e sofferenze.

E se si prende la strada carrieristica, secondo una recente ricerca LinkedIn, oggi le donne che siedono nella board-room (sala di comando) di un’azienda, se la cavano meglio in epoca di crisi. Lo stile femminile di leadership sarebbe più empatico, più capace di creare relazioni nel team, di tenere insieme aspetti diversi, è strutturato, attento ai dettagli. Tutte le donne che hanno successo lo descrivono come una conseguenza della passione per ciò che fanno.
Dove la sensibilità femminile si esprimerebbe al meglio? Nel prevenire i problemi, che se non vengono affrontati non solo creano problemi tra le persone ma rallentano gli obiettivi.

Ma la conciliazione tra la vita lavorativa e quella privata, anche tra le donne al potere, rimane comunque sempre un miraggio…corri qua, corri là, giorni di ferie bruciati, baby-sitter strapagate, nonni e parenti stressati e oberati di responsabilità non loro.

E basta! Wonder woman non esiste!

New domesticity

E’ così che la chiamano negli Stati Uniti la neo-casalinghitudine, ovvero la scelta di moltissime donne di crescere i figli, fare gli amministratori delegati dell’impresa famiglia e sentirsi libere da orari e obblighi impartiti da terzi. Negli anni 50 era un destino, nel 2014 una scelta: stare a casa e sentirsi realizzate così, magari con una laurea o un master alle spalle.

E’ quello che io stessa ho deciso di fare da quasi un anno, dopo una laurea in Lingue e letterature straniere e più di 6 anni di lavoro d’ufficio e salti mortali per riuscire a mettere insieme l’essere mamma-moglie-donna. Con la nascita del secondo figlio ho resistito un anno e poi ciao…però non è stato solo per loro: è che a me stare a casa ad occuparmi della famiglia piace, e anche di mio marito. Non sono una fissata, nessuna vocazione da Martha Stewart! Se devo stirare e poi viene un’amica, chi se ne importa, la pila resta lì, anche per giorni. Però magari mi prendo un pomeriggio per cucinare un piatto elaborato, d’estate curo i fiori, faccio la spesa per bene. E dei figli me ne occupo io, niente nonni nè tate (che si fanno strapagare). E che meraviglia non dover più chiedere permessi per una visita medica, non avere più l’ansia per 10 minuti di ritardo o subire tensioni con capi o colleghi. Sono io che decido del mio tempo. Lusso puro.

I dati sono significativi: in cinque anni fino al 2011, l’occupazione femminile è calata di 4 punti e mezzo, come mai prima.
In Italia le casalinghe sono quasi 5 milioni di cui una buona parte felici. C’è poi una quota crescente di attiviste dell’homemade e del downshifting: propongono uno stile di vita etico e low cost tra orti urbani e baratto su siti (naturalmentefelici.com) e libri come La mia mamma sta con me di Claudia Porta (lacasanellaprateria.com).

Perché stare a casa è anche un modo creativo di affrontare, e contenere, la crisi. La new domesticity è (anche) una risposta creativa a questa situazione: c’è dentro uno spirito imprenditoriale, l’uso della tecnologia, un nuovo lifestyle.

Trenta e più

Post dedicato a noi che eravamo piccole (appena quindicenni) per Sex and the city – guardavamo i più casti Beverly Hills 90210 o Dawson’s Creek – e che ora siamo troppo grandi per identificarci con gli appartamenti condivisi di Girls, ovvero noi dei 30 o poco più…

Il web è infestato da urla di panico di giovani donne in attesa dell’inevitabile declino psico-fisico che dovrebbe affliggerci, non avendo già raggiunto la mitica (nel senso di inesistente) trinità di soddisfazione amore-lavoro-famiglia. Ma è davvero così?
Basta guardare al circolo delle amiche ed ex compagne di scuola per capire che a trent’anni qualsiasi tipo di paragone perde di senso: tra il classico coniugata-single ed occupata-disoccupata si staglia un arcobaleno di possibilità in cui ognuna ha trovato la propria nicchia.
A 18/20 anni si pensa di avere idee e opinioni molto chiare, mentre a 30 si inizia a capire quali sono nostre e quali derivano dalla paura del giudizio degli altri. Se una trentenne era per definizione “accasata”, oggi sappiamo che la realtà è molto più variegata.
Le apprensive mamme delle over trenta ancora single rompono per un bel matrimonio, se siete sposate si augurano l’arrivo di un nipote o addirittura di riceverne un secondo (o un terzo nel mio caso…). Insomma, è chiaro che il problema non è “sistemarsi” quanto piuttosto riuscire a zittirle…
Dovremmo aver imparato che è perfettamente accettabile volersi sposare oppure no, volere un figlio, più di uno o nessuno. E rimane il sospetto che sentirsi sempre alla rincorsa di qualcosa sarà una costante a ogni età: meglio combatterla fin da subito.

blasutta

Veniamo alle conquiste: dalle vicissitudini amorose dell’ultimo decennio abbiamo almeno iniziato a fare una distinzione tra dolore (che può anche essere utile) e sofferenza (che non lo è mai).
E soprattutto abbiamo salvato il cellulare dell’amica giusta tra i numeri “veloci”. Finalmente sappiamo cosa tra ciò che propinano riviste e stilisti ci dona grazia eterea o ci fa sembrare tre volte il nostro peso. Ci siamo accorte che la borsa-dei-desideri non dà la felicità ma ci riappacifica per il prossimo trimestre (persino semestre se comprata a metà prezzo. Sappiamo anche qual è il miglior calzolaio da cui portarla a riparare, proprio accanto a quell’unica tintoria in grado di smacchiare gli abiti di seta. Questa stagione un capo cult della nostra adolescenza debutta come vintage, leggi il ritorno del bomber (furba chi l’ha conservato).

Sconvolte da reazioni impreviste del nostro corpo, che rifiuta di rispondere come una volta alle sollecitazioni gastronomico-alcoliche, abbandoniamo (diminuiamo?) rum e cola e ci prepariamo a un doloroso addio ai CBFF (Carboidrati Best Friends Forever). Consapevoli che alcune incognite sono invariabili nel tempo (lunghezza delle gambe, larghezza delle anche e misura del reggiseno), capiamo che è il momento di investire negli ambiti più fruttuosi. Non di certo nella pensione (chimera leggendaria), quanto nel capitale salute-bellezza: ancora pochi anni per riparare, perché pare che dopo si potrà solo compensare. Struccante serale, fattore Spf anche in città e in pieno inverno e crema idratante anti-accartocciamento non sono più optional da rimandare, ma urgenze da procurarsi hic et nunc. Qualità al posto di quantità vale per il cibo come per le amiche, con le quali sappiamo confrontarci senza distruggere i rapporti.

Cala il desiderio di essere apprezzate da tutti, ma non da noi stesse: ancora le più restie nell’accettare la somma 30+1,2,3,4,5,…La prossima decade però si preannuncia piena di (belle) sfide, dicono le più grandi. Auguri!

Tira fuori la stronza che c’è in te

Parlo della stronza sana, intelligente e buona che tutte noi abbiamo dentro anche se non lo ammettiamo.

Sì perchè c’è una potente stronzaggine in ognuna di noi, fondamentale per farsi rispettare e per ottenere ciò che amiamo (e non essere costrette ad amare ciò che otteniamo).
Il segreto è tirarla fuori nel modo giusto. Come? Imitando e prendendo a modello i comportamenti delle stronze per eccellenza. Ovvero quelle che parlano poco di se stesse – riducendo così la possibilità di fare emergere i loro punti deboli – e che fanno sempre tante domande per conoscere le fragilità degli altri. Sono donne che non sfuggono il conflitto, anzi sono le prime ad aprirlo se serve ad ottenere un risultato: una brava stronza sceglie con cura le battaglie per cui combattere e alzare l’asticella, sono quelle in cui deve tutelare la sua libertà, la sua dignità, la sua volontà. Sa usare la sua spregiudicatezza con giudizio.
Ma la sua vera forza è un’altra: non ha paura che le appiccichino addosso l’etichetta di stronza  – e dunque che le voltino le spalle – perchè sa che alla fine non succede. Le stronze ottengono sempre considerazione.

Rachel Simmons nel best seller La maledizione della brava ragazza, insegna quattro cose da fare subito per liberarsi dell’etichetta di buona ma fessa:

  1. Vantarsi spesso:  la modestia non paga (e gli altri non faranno mai a gara a dirti: “Complimenti”). Ecco  perchè è importante mettere in mostra i risultati che si ottengono
  2. Scusarsi solo quando è necessario: non dire in nessun caso “E’ colpa mia”. Assumersi una responsabilità non deve equivalere all’autocrocifissione
  3. Parlare a voce alta: chi si esprime timidamente non ha quasi mai voce in capitolo
  4. Evitare reazioni emotive esagerate: la stronza perfetta è fredda e distaccata. Per sfogarsi, meglio aspettare di essere in splendida solitudine

Fare la stronza è un dovere sociale! Sì perchè – come dice Giulio Cesare Giacobbe nella sua guida Come diventare bella, ricca e stronza – chi possiede quello che lui chiama fattore S non pretende che siano gli altri a trovare una soluzione ai suoi problemi, non chiede continuamente aiuto; è una persona autonoma, dal momento che sa di potere contare solo su se stessa.

Vi sembra triste? Io la trovo molto saggia invece, e assolutamente da imitare.

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