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Arte di Amare

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Nell’ “Arte di amare“, Erich Fromm dice espressamente che “non si può amare una persona senza conoscerla”. Il principio vale anche e soprattutto quando si parla di amore per se stessi. Conoscere davvero una persona, spiega Fromm, vuol dire avere chiari i suoi pregi, i suoi difetti, le sue zone d’ombra e accettarla con tutto il bagaglio che si porta dietro. Dobbiamo provare a fare la medesima cosa con noi stessi: riconoscere e amare i nostri punti di forza ma accettare anche le debolezze e le piccole viltà, senza cedere alla tentazione di rimuoverle o negarle per non vederle.

Molte persone desiderano occupare posizioni di rilievo o di leadership: essere il capo, un grande attore, una famosa scrittrice… Queste posizioni, però, non possono comprensibilmente essere adatte per ognuno di noi. Al contrario, la sensazione di centralità rispetto alla vita – che è quello che ci fa stare bene – è un mood esistenziale alla portata di tutti. Anche se non ce ne rendiamo conto, ciascuno di noi, per forza di cose, è un soggetto al centro di un mondo: il proprio. Possiamo dire sì o no, prendere decisioni e assumerci responsabilità. Ma la cosa che più di tutte aiuta a sentirsi centrali è impegnarsi a fondo in ciò che si fa, sia che si tratti di lavoro, di studio, di sport o di volontariato. Prendere le cose sul serio – che non vuol dire con pesantezza – giova moltissimo al nostro io e anche alla reputazione esterna. Siamo noi, con le nostre motivazioni, paure, proiezioni a determinare in buona parte quello che ci succede, nel bene e nel male. Esercitiamoci a misurare quanto abbiamo messo di nostro in ciò che ci accade: nelle esperienze negative (un esame andato male, un rimprovero del capo…) e anche quelle positive. Cerchiamo di scoprire e valorizzare il buono della nostra vita e abituiamoci a prenderci i meriti che ci spettano. Gli affetti, le amicizie, i successi non sono mai solo frutto del caso.

Oltre a conoscerci e accettarci, se vogliamo volerci bene, dobbiamo darci da fare anche per migliorare, non solo dal punto di vista estetico o professionale. Il vero miglioramento riguarda l’interiorità, l’empatia, l’intelligenza emotiva: in altre parole, le abilità relazionali. Per sentirsi al centro, più che un grosso “io” fa gioco infatti averne uno solido. Ma è all’interno delle relazioni significative che l’io acquista solidità e tenuta. Noi tutti, infatti, esistiamo perché inseriti in un sistema di relazioni, ed è fondamentale avere le abilità per coltivarle e curarle. Per affinare queste capacità dobbiamo, in particolare, esercitarci all’ascolto: di ciò che arriva dagli altri e, anche, delle nostre emozioni più profonde. Il miglior esercizio è proprio imparare a comprendere che cosa ci dicono la paura, la noia, la rabbia, il disgusto…registrare il messaggio di queste emozioni anche quando le circostanze e le norme sociali ci impongono di ignorarlo esternamente.

Cerchiamo di darci consigli buoni e spassionati, come faremmo con una sorella o un’amica. Se ciascuno di noi riuscisse a vedersi come la propria migliore amica, in fondo, il gioco sarebbe già fatto. Buon San Valentino, a noi stessi.

Anno nuovo, nuovo, nuovo

Sono giorni questi carichi di aspettativa di un ignoto di esperienze, sapori, colori e momenti che scolpiranno nella nostra memoria ricordi di ciò che verrà. Giorni di vero piacere, se come Leopardi sosteniamo che esso risieda nell’attesa. Giorni di fine anno in cui viene naturale fare un bilancio. Passiamo in rassegna successi, cambiamenti, imprevisti. Ma anche “non decisioni” oppure rinunce: “Come sarebbe andata se…”, “Potessi tornare indietro…”. Proviamo per una volta a pensare a tutto quello che non abbiamo fatto come a una risorsa: i rischi che non abbiamo corso, le opportunità che abbiamo evitato – o che non ci sono state concesse – ci rendono comunque le persone che siamo oggi. E la frustrazione per quello che non abbiamo compiuto ieri non è che il motore che ci fa rimettere in gioco per realizzare i nostri desideri.

Happy ny

Siamo grati lo stesso alle aspettative mancate, ci sarà sempre una “vita che non abbiamo vissuto”, è l’inevitabile conseguenza di ogni scelta. Saperlo ci aiuta a ridare il giusto valore alle cose che abbiamo costruito o che la vita ci ha donato. Essere grati per quello che siamo, per gli obiettivi che abbiamo raggiunto, per gli avvenimenti felici, ma anche per tutti i dolori che siamo riusciti a trasformare in lezioni di vita, ci permette di iniziare le giornate future con un atteggiamento motivante. E ci incoraggia ad essere più gentili con gli altri, innescando un circuito virtuoso di felicità.

Una volta al mese armiamoci di penna e foglio che divideremo in tre colonne: “Quello che ho scoperto e imparato“, “Quello che ha funzionato“, “Idee per il futuro“; mettendo così per iscritto le emozioni, ci permetterà di entrare a contatto con il nostro io più profondo e, al tempo stesso, di guardarci dal di fuori con obiettività. Scrivere è uno stratagemma per fare il punto della nostra vita senza farci condizionare dagli altri. E ci permette di prenderci cura di noi stessi come faremmo con la nostra più cara amica. Una consuetudine che migliora l’autostima: solo creando spazi per noi soli potremo capire quanto valiamo. Ritagliamo del tempo per ciò che ci fa stare bene, dallo sport preferito all’immersione nella lettura, ad un hobby che amiamo. E se proprio siamo oberati da mille impegni, imponiamoci di trovare almeno mezz’ora tutti i giorni per dirci che ci vogliamo bene.

Dedichiamo un pensiero a chi nel 2015 ci ha in qualche modo deluso. Perché è successo? In generale, non corrispondere alle aspettative di qualcuno produce sempre un cambiamento. Forse c’era la voglia di rinnovare quel rapporto…o chiuderlo per sempre. Esprimere quello che si pensa è un’abitudine con un potenziale altissimo perché ci aiuta a costruire relazioni più autentiche. Parlare apertamente è sì impegnativo e conflittuale ma è l’unico modo per entrare davvero in connessione empatica con gli altri. Buon anno nuovo. Nuovo, nuovo.

Siccome è quasi Natale

xmas moodSiccome è quasi Natale, eviterò discorsi tristi, promesso. Mi limiterò a dire che tra le due fazioni, quelli che lo amano e quelli che lo odiano, io sono a metà. Amo tutte le lucine. Quelle dell’albero e quelle dei negozi. I festoni sulle strade e le luminarie dei tram. I bagliori intermittenti che si intravedono dietro le finestre delle case e le candele accese sui tavolini dei bar. I biglietti con l’alce e quelli con il carillon. Le vetrine del centro. L’allegra frenesia che si respira nell’aria. Le gastronomie piene di tartine con la gelatina, mostarde e salmone affumicato. La letterina a Babbo Natale. Il saggio di fine anno. La pace mattutina dei giorni di festa. La colazione tutti insieme con pandoro e ore che si srotolano pigre tra partitone a Risiko e dvd da guardare sdraiati sul divano. Gli abbracci e i baci. I bigliettini sui regali. E i regali: più quelli da fare che quelli da ricevere, dev’essere un segno dell’età che avanza. La mia famiglia, unita e ridanciana. Il panettone senza canditi. Le ghirlande da appendere alla porta. I nastri d’oro e quelli di raso rosso. Lavoro off e nessuno che rompe.

Non amo, invece, le file nei negozi. La metro sempre piena. Le vie del centro in cui non si cammina. Il traffico. Le cene e i pranzi di rappresentanza, con un vicino di posto a cui non sai che dire. I centri commerciali con le loro musichette in loop. I sorrisi gratuiti della gente. L’urgenza di organizzare cose per scambiarsi gli auguri, come se poi non ci si rivedesse più. L’idea regalo che non ti viene. I regali inutili. I regali che non ti piacciono. I regali sempre uguali. I regali troppo ingombranti. I regali che uno vale l’altro. La frase “transazione rifiutata” quando passi il bancomat o la carta e ti assale la certezza di avere speso, anche quest’anno, troppo e male. Il bottone della gonna che tira dopo mangiato. Le multisale affollate. La tv accesa quando hai voglia di leggere. Le scatole delle bambole con duecento gancetti da tagliare. Tutti gli aggeggi a pile, senza pile. Fare ordine. I vestiti della festa troppo stiff. Le scarpe strette. Il veglione di capodanno. I selfie con dietro le lenticchie. Ma anche senza le lenticchie. L’ultimo giorno di vacanza.

Siccome è quasi Natale però, è il caso di pensare anche a chi di questi sentimenti nemmeno conosce l’esistenza. Perché a Natale contano soprattutto i gesti. E sono tantissime le associazioni che chiedono aiuto: basta avere un po’ di tempo e condividere progetti di solidarietà. Come quelli di Coopi contro la malnutrizione infantile (volontaricoopi.org); di Cesvi per la campagna Fermiamo l’Aids sul nascere (cesvi.org); di Ciai per sostenere i bambini dell’Etiopia (ciai.it). Con Progetto Arca si può lavorare nel servizio mensa per i poveri o nelle unità di strada per i senzatetto di Milano, Roma, Napoli (progettoarca.org). L’associazione Salute Donna, invece, cerca persone disponibili a occuparsi dell’orto sinergico di Cascina Rosa a Milano (salutedonna@libero.it). Per le feste, scegliamo e regaliamoci concretezza.

Le emozioni negative

Possono anche farci stare male, ma ci aiutano a orientarci nella vita. Per questo non andrebbero mai ignorate. Quand’è stata l’ultima volta che la gioia, la tristezza, la paura, il disgusto, la rabbia ci hanno riempito il corpo e la mente appannando le nobili sembianze dell’io razionale, e forse spaventandoci o turbandoci, ma di certo facendoci sentire vivi?

Ce lo insegna anche uno dei più bei romanzi di formazione degli ultimi dieci anni, ora al cinema firmato Pixar. “Inside out” rende visibili gli stati d’animo che popolano la testa di una bambina di 11 anni alle prese con il trauma di un trasloco. Nella sua testa si affollano emozioni contrastanti ed il racconto li fa interagire con una credibilità e un’autenticità davvero sorprendenti, a tratti commoventi. Tutta la gamma di emozioni che possediamo è al nostro servizio e vuole il nostro bene. La più temuta per esempio, la paura, può salvarci la vita: è sicurezza, è rispondere violentemente a ciò che tenta di cambiarci, alle novità improvvise. Apre le porte al coraggio e alla fiducia, il più soave dei sentimenti. Fiducia è abbandono alla certezza, rende capaci di districarsi dalle difficoltà contingenti e di vederle per quel che sono, come strettoie momentanee e inevitabili.

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Solidi ricercatori hanno verificato l’efficacia delle manifestazioni di una sana rabbia, come risveglio di offese ricevute in passato da cui oggi vogliamo proteggerci, ritrovando così energia e passione vitali. La rabbia ci fa sintonizzare con chi patisce ingiustizie e diventa spinta etica per prenderci più cura di chi amiamo, allontanandoci da tutto ciò che ci reca disgusto. Anch’esso un’emozione, uno stimolo percepito come ostacolante il nostro benessere. Fin da bambini le situazioni disgustose sono associate a suoni, immagini, sapori; crescendo le reazioni a tali stimoli divengono più ordinate e finalizzate e da adulti veniamo colpiti da una varietà di situazioni molto più vasta: notizie al Tg, articoli di giornale, comportamenti disdicevoli o linguaggi volgari. Quindi provare disgusto ci aiuta a tenere lontano tutto ciò che mina il nostro stato fisico e mentale.

Da vari studi sappiamo che è la tristezza l’emozione che tende a durare di più perché affrontata attraverso una perdita o una delusione, un fallimento o una separazione definitiva. Quando siamo tristi rimuginiamo continuamente sulla situazione di malessere: pensiamo alle cause, alle conseguenze di ciò che ci sta capitando tentando in ogni modo di trovare una soluzione e proprio il rimuginare continuo determina la durata di quest’emozione. Però anche la tristezza serve: pensiamo a quel fatto che genera malessere, alla nostra vita e a noi stessi, approfondiamo la riflessione e diamo attenzione al nostro vissuto. In fondo è questo che serve per crescere, come diceva Madre Teresa di Calcutta: “È necessaria l’infelicità per capire la gioia, il dubbio per capire la verità… la morte per comprendere la vita. Perciò affronta e abbraccia la tristezza quando viene“.

 

Nonni 2.0

Nonni

Chiediamo ad un bambino chi è quella persona che lo fa sentire libero e felice, con la quale scopre un mondo nuovo, mai immaginato, pieno di sorprese, che lo fa sentire al centro dell’attenzione e dell’affetto. La risposta sarà sicuramente: la nonna. O il nonno, s’intende. I nonni 2.0 sono un punto di riferimento per la società, per le famiglie ma soprattutto per i nipoti, figli di madri e padri indaffarati e preoccupati, spesso separati e magari in difficoltà economiche. Se non ci fossero loro, probabilmente anche questa grave crisi sarebbe deflagrata…se in Italia la crisi economica non è degenerata come in Grecia e in Spagna è perché c’è stato un travaso senza precedenti fra le generazioni: i nonni hanno trasferito risorse sui figli, per aiutarli anche a mantenere la famiglia o a farcela da soli. Chi è anziano oggi proviene dalla generazione degli Anni ’50, ’60: uomini e donne che hanno vissuto il benessere della ripresa, che hanno visto il ’68 e magari vi hanno partecipato. Sono cresciuti in un clima culturale che li ha portati a diventare una generazione di persone informate, attive, che ha lavorato, viaggiato e che ha una percezione diversa della vecchiaia. Questa condizione di benessere li rende sereni e ottimisti. Scoprono i nipoti e si godono con loro quel rapporto che spesso non hanno avuto con i figli, magari perché erano a loro volta padri e madri impegnati.

I nonni sopperiscono alle insufficienze dei servizi sociali. Vanno a prendere i nipoti a scuola, perché gli orari non sono compatibili con quelli del lavoro dei genitori, portano i ragazzini dal medico e a fare sport, sempre per gli stessi motivi. Ma la funzione più importante è quella della grande donazione affettiva. La famiglia d’oggi è in crisi, le coppie separate stanno superando quelle sposate; solo i nonni sanno dare continuità e sicurezza a figli e nipoti. E l’aspetto interessante è che queste generazioni sono cambiate insieme. I bimbi d’oggi con una facilità estrema di usare le tecnologie, di conoscere e ragionare, sono per i nonni fonte di conoscenze nuove, insegnano loro a usare cellulari e computer. Dal canto loro, i nonni fanno riscoprire ai bambini l’importanza di usare le mani: con un nonno si va a pescare, si impara a giocare a carte, si fanno le passeggiate, si aggiustano gli aggeggi. Con la nonna si scoprono un mucchio di cose del mondo circostante, si fanno lavoretti e disegni insieme. Questo per i ragazzini di oggi, così preformati, con una vita scandita da corsi e impegni continui, è essenziale, perché rappresenta la libertà e la fantasia, la possibilità di vivere anche fuori dai condizionamenti imposti. Uno scambio reciproco, una qualità di rapporto fiera e complice.

Settembre, nuovo inizio

Accidenti, le vacanze sono finite e quasi non ce ne siamo accorti. Le abbiamo percorse a rotta di collo, lanciati in discesa a bordo di uno skate. Ci siamo presi il vento in faccia, abbiamo annusato gli odori nell’aria, intravisto i colori che sfumavano nella velocità. Non abbiamo forse colto i dettagli, ci siamo persi qualcosa nel tragitto, ma per una volta è stato così bello: correre per correre, senza starci tanto a pensare. Vivendo alla giornata. Sentendo il cuore che rimbalza nella gola e l’adrenalina che scorre nel motore, come una benzina che lo tiene sempre acceso, e al massimo.

September

Carichi di energia post-vacanza, iniziamo così le lunghe liste dei buoni propositi: c’è chi programma di iscriversi in palestra, chi di impegnarsi di più nel lavoro per fare carriera, chi promette di seguire un’alimentazione sana o di ritinteggiare casa. Chi ha voglia di cambiare aria, prospettiva, di tagliare i rapporti con le persone sbagliate, di mutare la visione del mondo, per cucirsi addosso un’esistenza più coerente con i propri sogni. Settembre è un mese bellissimo. È un nuovo inizio, un lungo respiro, un’occasione. A settembre si fa la muta. Si lascia il vecchio e si abbraccia il nuovo. È a settembre che inizia un nuovo anno. E come tutti gli inizi è stupendo perché possiede l’eccitazione dell’attesa, il gusto della sfida, la dolcezza della speranza. Tutto può finalmente ricominciare daccapo. Con più energia ed ottimismo.

Ecco il mio buon proposito settembrino, coltivare l’ottimismo. Perché il buonumore aiuta a vivere meglio ed è contagioso: chi sta bene con se stesso dona felicità agli altri, risollevando l’umore (e le sorti) di chi ci sta intorno. Quindi sorridiamo! Più lo facciamo e più aumentano l’energia e la voglia di meravigliarsi, perfino di innamorarsi. Che è il massimo dell’ottimismo, perché ci porta a vedere lontano, a investire sul futuro vivendo in pieno anche il presente. Fermarsi al lato negativo delle cose è paralizzante, vuol dire non trovare vie d’uscita che potrebbero esserci. Perciò l’ottimista è vincente: anche lui si ferma di fronte a esperienze difficili o dolorose, ma al contrario del pessimista non ci resta impigliato. Cerca (e trova) gli spiragli positivi e li usa per uscirne.

Buon settembre, con il sole di agosto negli occhi.

Shinrin-yoku

È proprio in questo mese di agosto che mi piace pensare a ritmi rallentati, con gli orologi che scorrono più lentamente, gli smartphone spenti – o usati a intermittenza – e invasi dalla voglia di rinfrescare mente e pensieri, sfruttando i benefici della vita all’aria aperta. L’importante è camminare. Non solo per ossigenare e tonificare l’organismo, ma anche per fare scorte di relax e salute. Passeggiare nel verde, soprattutto dove c’è un’alta concentrazione di alberi, respirando a pieni polmoni, è una vera terapia contro le malattie e lo stress quotidiano.

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I giapponesi, che si dedicano a questa pratica considerata medicina alternativa già dagli anni ’80, la chiamano Shinrin-yoku, letteralmente “bagno nella foresta”, capace di potenziare le difese immunitarie, regolarizzare pressione arteriosa e battito cardiaco, abbassare colesterolo e cortisolo, curare la depressione, affievolire la rabbia, aumentare l’energia e stimolare la creatività  grazie alla migliore ossigenazione. Il segreto di questi effetti benefici sarebbero i fitoncidi: oli essenziali contenuti nel legno che vengono emessi dagli alberi in forma volatile per difendersi da parassiti e insetti nocivi. Praticare lo Shinrin-yoku non è una semplice scampagnata, ma un’immersione totale nella natura, con la quale bisogna entrare in connessione profonda. Bisogna respirare profondamente, ascoltare tutti i suoni intorno, prestare attenzione alle sensazioni che ci provocano il tramonto, una leggera brezza o il fruscio del vento. E ancora, godere dei raggi del sole che riscaldano il corpo o dell’effetto rinfrescante della pioggia sul viso. Infine, toccare gli alberi e le piante, cercando di percepirne la superficie e le venature. Insomma, usare tutti gli organi di senso per sentirci veramente parte dell’ambiente e non semplici spettatori. Ogni minuto dedicato a questa pratica è un vero toccasana.

Certo, per i giapponesi è facile: hanno immense foreste di bambù a portata di piede. Noi, però, non siamo da meno: in Italia, da Nord a Sud, parchi e boschi abbondano; il principio guida è che più alberi ci sono, meglio è. E, una volta trovato il luogo adatto, basta veramente poco: abbigliamento sportivo comodo, calze di cotone e scarpe da trekking. Anche la preparazione fisica è semplicissima: giusto un po’ di stretching iniziale per scaldare i muscoli. Si può camminare in gruppo o da soli. L’importante è mantenere il passo costante. Per chi vuole saperne di più: http://www.shinrin-yoku.org.

Vivere con lentezza

Lo dice il proverbio: chi va piano, va lontano. E la marcia dei “lentisti” è ormai inarrestabile. La schiera di persone che hanno scelto di gettare all’aria le carte della propria vita per fermarsi (almeno un po’) è una realtà con cui fare i conti. Se una power woman come Arianna Huffington, fondatrice e direttrice dell’Huffington Post Group, nel suo saggio “Cambiare passo” sprona le donne a rifiutare il modello carriera-soldi-lavoro per cercare un’altra strada, un significato ci sarà…

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C’è voglia di concedersi scenari più umani e rilassati. Anche  a costo di rinunciare a qualche cosa, spiega Bruno Contigiani, co-fondatore dell’associazione Vivere Con Lentezza che è giunta questa settimana alla sua nona edizione. C’è chi ha deciso di dimettersi da un lavoro troppo stressante e chi, semplicemente, di ingegnarsi a vivere a budget ridotto ma con maggiore qualità. E soprattutto, libertà. Una rete in via di sviluppo che unisce persone di tutti i tipi di età, alla ricerca di nuovi modi di vivere e produrre. E l’esito è spesso quello di esplorare nuove abilità condivise: lo conferma il boom dei tanti corsi di auto produzione che insegnano a crearsi in casa pane, formaggi, detersivi, cosmetici, pannelli solari.

Viviamo in un mondo accelerato e maniacale, di cui soprattutto l’universo femminile patisce gli effetti. Chi decide di praticare questa strada alternativa non fugge dalle città, né si isola. Tesse relazioni per condividere un diverso stile di vita: nascono così le social streets, dove si ricrea una solidarietà orizzontale tra vicini di casa e di quartiere, una cittadinanza attiva che si riappropria delle strade e che è frutto solo di rapporti umani. Ci si incontra, ci si aiuta: ci sono mamme che si offrono come babysitter per altri bambini o pensionati tuttofare volontari per lavoretti casalinghi; nessuno spende e nessuno ci guadagna, se non umanamente. Proprio come una famiglia che cerca di migliorare il mondo, partendo da casa.

Tuffarsi nella sharing economy, l’economia della condivisione, sta diventando una faccenda seria destinata a crescere. Perché usare senza possedere, condividere e risparmiare affascina tutti. E si inizia così ad assaporare il piacere di fare le cose con calma, una alla volta.

Una nuova passione

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C’è un bellissimo momento nella vita, in cui non possiamo far altro che prendere la decisione che ci troviamo davanti. Non costa fatica, non ci perdiamo un minuto di sonno. Molliamo un lavoro a cui abbiamo dato tutto, che ci ha dato tanto, e ce ne andiamo a piantare carciofi. O rose. Facciamo un figlio, smettiamo di fumare, lasciamo un uomo. A volte, banalmente, tagliamo i capelli o ci facciamo bionde. Ci abbiamo messo mesi, più spesso anni (ecco, per i capelli magari no), forse non ci eravamo nemmeno accorte che ci stavamo pensando, mentre invece, sotto sotto, quella sana e potente spinta di vita lavorava per noi. In un caso o nell’altro, semplicemente, lo facciamo. Ci svegliamo una mattina, ci buttiamo, e siamo le persone più felici del mondo. Una bella spinta al cambiamento. Un’evoluzione, un progresso, un reinventarsi assecondando un’atavica passione che rimasta sopita e silente troppo a lungo…

Ogni inizio, ogni novità, ogni scoperta ci rinnova. Possiamo rinascere una, cento, mille volte, ricreandoci grazie alla forza vitale che sapremo trovare in noi. Lasciando germogliare e crescere una nuova passione. Può essere un amore, un nuovo lavoro, la nascita di un figlio; assecondare la voglia di un viaggio nella natura o di imparare uno sport. Ogni novità ci fa sperimentare la condizione di quando ci innamoriamo e ancora non sappiamo se saremo riamati. Qualsiasi esperienza nuova, anche coltivare pomodori sul terrazzo, vivere la bellezza in sé, in questo momento di cupa negatività e pessimismo, è una risorsa. Tutto è legato all’invenzione, alla scoperta di ciò che prima non riuscivamo a vedere.

Dice un antico proverbio cinese: “La mente è un terreno fertile, qualsiasi cosa ci pianti crescerà, sia che si tratti di fiori meravigliosi, sia di erbacce“. Saggezza antica, attuale ancora oggi: conoscere i meccanismi della mente è essenziale per mettersi alla guida della propria vita senza lasciarsi trasportare dagli eventi in maniera passiva. La mente non va lasciata a se stessa, ma va nutrita: sta a ognuno di noi capire cosa fare entrare e cosa, invece, mantenere fuori. E come farlo. Il primo passo per cambiare è proprio quello di accettare il fatto che è in nostro potere decidere quale atteggiamento adottare verso gli eventi della vita: dobbiamo capire se preferiamo stare fermi a guardare i problemi e lamentarci o accettare la sfida e provare a risolverli. E solo a quel punto avremo la capacità di sperimentare tante fasi, tante vite, tanti inizi.

La solitudine

solitude1È strano essere conosciuti universalmente eppure sentirsi soli“. Lo ha scritto Albert Einstein, individuando nella solitudine uno dei grandi paradossi della natura umana. Questo stato d’animo non dipende solo dal fatto oggettivo di ritrovarsi a vivere alcuni momenti della vita in solitudine; spesso è una sensazione pressante che si percepisce a prescindere dal numero di persone che ci gravita intorno. La solitudine riveste una certa ambivalenza all’interno dell’animo umano; è una condizione ricercata per poter ristabilire armonia interiore e lucidità, ma nel contempo la si rifugge perché fa paura. È ormai evidente, e dimostrato da diversi studi, che l’uomo moderno ha grandi difficoltà a restare solo. Privato del lavoro, dei passatempi, delle attività domestiche o ludiche, delle distrazioni tecnologiche e digitali, oltre che della compagnia dei propri simili, non sa come passare il tempo. A volte si è talmente destabilizzati all’idea di ritrovarsi soli con i propri pensieri che si preferisce riempire il vuoto con surrogati che illudano di essere parte di un gruppo (più o meno fittizio). C’è chi non si stacca mai dal telefono cellulare (in media, chi usa uno smartphone controlla il suo dispositivo ogni sei minuti e mezzo, per un totale di centocinquanta volte al giorno!), chi vive con la televisione sempre accesa, chi si inventa una vita virtuale chattando in Internet…

Ma perché si cerca disperatamente di riempire i vuoti e non staccare mai i contatti con il mondo? Restare soli induce a guardare profondamente dentro se stessi e a sondare stati d’animo e modalità interiori che non sempre sono gradevoli. Diventare consci di come realmente sono le cose dentro e fuori di noi richiede impegno e una buona dose di coraggio. Nella solitudine emerge ciò che c’è di più vero e profondo: quando si vive senza interferenze da parte di altri è più facile raggiungere il proprio nucleo interiore, scoprire una creatività spesso imprevista che può trasformarsi in un talento. Attingere all’interno di sé le risorse, rende forti, responsabili e vincenti sino a percepire la solitudine come obiettivo da raggiungere e non come stato sgradito e subìto.

Nella lingua anglosassone esistono due parole per indicare la solitudine: “solitude” e “loneliness“. Non sono sinonimi bensì due termini che esprimono concetti differenti. “Solitude” esprime l’appagamento e il senso di tranquillità, sia emotiva che fisica, di chi vive in modo solitario; “loneliness” esprime invece la sofferenza di chi si sente solo. L’attitudine verso i due stati d’animo è differente: il primo è ricercato, il secondo subìto. E si torna alla contraddizione iniziale: la solitudine può essere una tremenda condanna o una meravigliosa conquista.

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