Best of Moods

Settembre nuovo, anno nuovo

Settembre andiamo, è tempo di migrare“.  E non certo dagli stazzi verso il mare come scriveva Gabriele D’Annunzio, ma dal mare agli stazzi della metropoli. Le vacanze sono finite e quasi non ce ne siamo accorti. Le abbiamo percorse a rotta di collo, lanciati in discesa a bordo di uno skate. Ci siamo presi il vento in faccia, abbiamo annusato gli odori nell’aria, intravisto i colori che sfumavano nella velocità. Non abbiamo forse colto i dettagli, ci siamo persi qualcosa nel tragitto, ma per una volta è stato bello così: correre per correre, senza starci tanto a pensare. Vivendo alla giornata. Sentendo il cuore che rimbalza nella gola e l’adrenalina che scorre nel motore, come una benzina che lo tiene sempre acceso al massimo.

Carichi di energia post-vacanza, iniziamo così le lunghe liste dei buoni propositi: c’è chi programma di iscriversi in palestra, chi di impegnarsi di più nel lavoro per fare carriera, chi promette di seguire un’alimentazione sana o di ritinteggiare casa. Chi ha voglia di cambiare aria, prospettiva, di tagliare i rapporti con le persone sbagliate, di mutare la visione del mondo, per cucirsi addosso un’esistenza più coerente con i propri sogni. Settembre è un mese bellissimo. È un nuovo inizio, un lungo respiro, un’occasione. A settembre si fa la muta. Si lascia il vecchio e si abbraccia il nuovo. È a settembre che inizia un nuovo anno. E come tutti gli inizi è stupendo perché possiede l’eccitazione dell’attesa, il gusto della sfida, la dolcezza della speranza. Tutto può finalmente ricominciare daccapo. Con più energia ed ottimismo.

Ecco il mio buon proposito settembrino, coltivare l’ottimismo. Perché il buonumore aiuta a vivere meglio ed è contagioso: chi sta bene con se stesso dona felicità agli altri, risollevando l’umore (e le sorti) di chi ci sta intorno. Quindi sorridiamo! Più lo facciamo e più aumentano l’energia e la voglia di meravigliarsi, perfino di innamorarsi. Che è il massimo dell’ottimismo, perché ci porta a vedere lontano, a investire sul futuro vivendo in pieno anche il presente. Fermarsi al lato negativo delle cose è paralizzante, vuol dire non trovare vie d’uscita che potrebbero esserci. Perciò l’ottimista è vincente: anche lui si ferma di fronte a esperienze difficili o dolorose, ma al contrario del pessimista non ci resta impigliato. Cerca (e trova) gli spiragli positivi e li usa per uscirne.

Buon settembre nuovo, con il sole di agosto negli occhi.

(Sor)ridere

Momenti di leggerezza, di allegria. Viverli è importante. Per l’umanista francese François Rabelais, sorridere libera la gioiosa verità sul mondo, prigioniero della falsità e della paura, che generano a loro volta la pesantezza del vivere e la violenza, quindi pure la sofferenza. Secondo Sigmund Freud invece, è un atto liberatorio, visto come canale di sfogo delle energie represse nell’inconscio, verso le quali si esercita spesso un controllo molto forte. Questo spiega perché, dopo una bella risata, proviamo una sensazione di piacere e leggerezza. Non dimentichiamo che nasciamo tutti con la capacità di sorridere. È un fenomeno che si manifesta fin da bambini, molto prima dell’acquisizione del linguaggio. Bisogna solo coltivarlo…

Quando sorridiamo, azioniamo inconsapevolmente un meccanismo complesso che coinvolge e mette in comunicazione tra loro la sfera biologica, emotiva e corporea con quella intellettuale, spirituale ed energetica. Al termine delle scoppio delle risa, invece, si ha un rilascio di endorfina, uno “stupefacente” prodotto dal nostro corpo con effetto calmante, antidolorifico, euforizzante e immunostimolante. Il riso unisce tutto e tutti, scioglie ogni dogma, ogni regola, ogni ipocrisia. È contagioso e infonde tranquillità e fiducia, risvegliando il corpo e rischiarando la mente. Sorridere olia gli ingranaggi della vita sociale, rende qualsiasi incontro più gradevole e offri amicizia. L’espressione del sorriso è la più facile e naturale da assumere: si utilizza un solo muscolo importante, mentre per esprimere emozioni negative come ansia, disgusto, tristezza se ne devono usare molte di più.

Le persone sagge ridono e sorridono di più perchè intuiscono meglio di altre quanto il riso sia essenziale per la qualità della vita, per la felicità e quanto aiuti a ridimensionare i problemi. Se si riesce a coltivare giorno dopo giorno la letizia interiore e a proteggerla dall’accanimento delle paure, avremo fatto una piccola rivoluzione perché comincerà a migliorare il mondo intorno a noi. Chi poi riesce a sorridere e/o ridere in situazioni potenzialmente pericolose è geniale e creativo. Dimostra di avere coraggio, fantasia e una prospettiva ottimistica, sconfiggendo la paura. Spesso veniamo educati a soffrire, per conquistarci un posto nella vita. Manca l’educazione alla gioia, la capacità di vedere il lato comico delle cose, la risata, lo humour, l’autoironia. Non per sfuggire ai problemi, ma per non identificarsi solo nelle difficoltà e farsene sopraffare. E soprattutto per ruotare il nostro punto di vita verso altre posizioni e liberarsi da una visione asfittica della realtà. A questo proposito, mi piace ricordare un passo del Nocciolo d’oliva di Erri De Luca: “La fabbrica fondamentale del creato si è accompagnata con una saggezza sorridente. L’intristito, lo scienziato che non sa sorridere, non può scoprire né immaginare il mondo. La relazione diretta tra risata e benessere è conosciuta da sempre: i cinesi, cinquemila anni avanti Cristo, dicevano che la risata è un’esplosione di energia yang dallo shen (l’allegria, espressione della forza umana) che risiede nel cuore. Dante Alighieri era più o meno della stessa opinione: secondo lui il riso è il lampeggiare della gioia dell’anima. San Francesco parlava di perfetta letizia. I grandi uomini sono spesso stati dei grandi cultori del sense of humour, non ci resta che imitarli.

Amar(si)

La relazione perfetta? Non è in vendita in nessun negozio, sorry. Essere in coppia , amarsi, è come fare un viaggio: si parte insieme per arrivare a destinazione e durante il tragitto va da sè che gli imprevisti e i cambi di programma sono inclusi. Un rapporto d’amore è un lavoro costante che richiede trasformazione e promette una continua evoluzione. Siamo tutti convinti di saper amare ma, in genere, quando una persona parla della sua relazione in crisi, o dell’amore che non ha, dice “io mi aspetto…” e fa un elenco di cosa desidera, mentre non dice mai quello che è pronto o pronta a dare. Invece di chiederci cosa può offrirci una persona, dovremmo domandarci cosa noi siamo in grado di fare per l’altro. Basta sapere cosa ci dà felicità e farne dono alle persone che amiamo.

Siamo più portati a innamorarci, a provare emozioni forti per un breve periodo, piuttosto che a impegnarci a costruire una relazione che duri, e dunque ad amare veramente. Al minimo problema tendiamo alla fuga, preferiamo deviare, uscire e vedere cosa c’è in giro, cosa offre il mercato senza faticare troppo. Risultato: nessun confronto, solo rancore. Anche se non c’è una formula magica, di sicuro per far funzionare una relazione bisogna lavorare e comunicare parecchio. E smettere di pensare che tutto arrivi dall’esterno, che il mondo ci debba qualcosa. Solo l’amore per noi stessi ci permette di trovare la felicità e di provare l’amore per l’altro. Imparare ad amarsi non vuol dire essere narcisisti, persone che hanno bisogno di esibire cose e comportamenti, ma vuol dire invece stimarsi, avere fiducia e rispetto per le proprie esigenze, la propria persona, i propri desideri, la propria felicità. Vuol dire applicarsi per ottenerla. Quando ci amiamo, diventa più facile incontrare l’amore. 

Una relazione sana non è di dipendenza né di indipendenza dall’altro: è basata sull’interdipendenza. Che significa: “Io sto bene indipendentemente dal fatto che ci sia tu, ma se ci sei, sto meglio”. Non è infatti Amore quando l’altro ci migliora? Spesso invece usiamo la relazione per soddisfare le nostre carenze, riempire i nostri vuoti. Ma la relazione non è e non deve essere mai compensazione, bensì condivisione, crescita, trasformazione. L’altro non ha il compito di renderci felici. La felicità è una ricerca personale che non può essere delegata in toto al proprio compagno. La prospettiva è rovesciata: più sono una persona bella, risolta, che sta bene, più la relazione funziona. Solo chi è in grado di essere felice da solo, è capace di una vera, gioiosa condivisione. Buon San Valentino.

Hygge. Il segreto danese della felicità

Le mani fredde che si scaldano intorno a una tazza di tè profumato, una cena tra amici illuminata da un camino scoppiettante, una coperta morbida che ci avvolge mentre stiamo leggendo un libro che non vorremmo finisse mai. Tutto ciò ha un sapore intimo, sincero, semplice ma speciale, che accarezza i sensi in un piccolo universo esclusivo. Ma soprattutto è molto Hygge. O per meglio dire “hue-ga”, come vuole la pronuncia danese. Rapida, schietta e per nulla onomatopeica, che stride persino un po’ con quell’idea di lentezza e serenità che ne descrivono in piccola parte il concetto. Perché Hygge in realtà è molto di più. È Hakuna Matata, è ciò che si trova alla fine dell’arcobaleno, è l’essenza della felicità stessa, per provare a capirci. È un modo di vivere ed essere che appartiene da secoli alla cultura danese ed è forse l’ingrediente segreto che da oltre mezzo secolo consente alla Danimarca di essere al primo posto nella classifica dei paesi più felici del mondo secondo le Nazioni Unite, alla faccia dei suoi inverni rigidi e bui. Per quanto il mondo guardi all’Hygge con invidia (e i guru del lifestyle siano già pronti ad esportarla), non esiste una corrispondenza in altre lingue che le renda giustizia. Poco si sa anche sull’origine del termine, che sembra derivare dalla parola germanica ottocentesca “hyggia”, ovvero “premura” e “attenzione”, oltre che vantare una parentela con l’inglese “hug”, “abbraccio”, con cui condividere non solo la sonorità ma anche il senso di comfort e sicurezza. Una cosa è certa: l’Hygge non è stata pensata per essere tradotta, ma per essere sentita. Creare l’Hygge per un danese significa dar vita ad un momento in cui ciò che ci circonda (gli oggetti, la natura, le persone) ed il nostro atteggiamento sono in grado di far stare bene noi e gli altri. È un rifugio, un piumino che ci isola dalla realtà quotidiana e ci regala un senso di appagamento il cui ricordo piacevole resterà con noi fino all’occasione successiva. E la vita non è altro che un susseguirsi di Hygge. Ma quali sono allora i segreti di questa beatitudine? Ne sono stati individuati quattro:

Semplicità. Che la felicità risieda nelle piccole cose, non è certo una novità. Se però a dirlo sono coloro che detengono il titolo di “più felici della terra” forse conviene crederci. E sul serio. Nonostante i danesi siano tra i cittadini più benestanti del mondo, con un alto livello di servizi e di benessere economico sono anche celebri per il loro understatement ed il loro stile di vita modesto, a contatto con la natura, scevro da ogni desiderio di ostentazione. Le loro case sono senza frivolezze, il design è essenziale, funzionale, leggero. E nonostante ciò, straordinariamente bello.  Sapersi circondare di oggetti belli e semplici, ma anche funzionali e fruibili aiuta a creare il contorno perfetto per un’atmosfera Hygge, dove trascorrere del tempo con se stessi, con la famiglia e dove chiunque può sentirsi a proprio agio.

Essere se stessi. La spontaneità è un elemento fondamentale dell’Hygge. Essere se stessi è la condizione necessaria per permettere a se e agli altri di aprire il proprio cuore e di sentirsi parte di un gruppo, senza prevaricazioni. Se temiamo di rimanere i soli ad abbassare la maschera, sappiamo che la spontaneità è il desiderio segreto di tutti. Ed è terribilmente contagiosa.

Perfetto è noioso. Non aspettiamo che la nostra dimora sia perfetta per invitare gli amici. E allo stesso modo non aspettiamo di avere il frigo pieno di prelibatezze per organizzare una cena. Per dar vita a un’atmosfera Hygge può bastare un buon tè, dei biscotti serviti con attenzione su un piatto da portata e della buona musica. La cura con cui si fanno le cose, sinonimo di attenzione verso gli altri, è molto più hyggelig della perfezione.

Caldo, dentro e fuori. In una casa Hygge non mancano mai soffici coperte sotto cui rannicchiarsi davanti alla tv, tazze ampie da stringere con entrambe le mani, dei lumini per illuminare balconi e aggiungere una luce calda alle pigre serate d’inverno. Un dono è hyggelig quando scalda il cuore, senza alcun desiderio di ostentare.

2017: basta crederci

Quest’anno, per la prima volta, non ho fatto una lista interiore di buoni propositi da disattendere. Niente illusioni su diete, palestre, ordine negli armadi, nessun elenco di città da visitare entro ottobre, regali per il prossimo Natale da comprare un po’ per volta e non il 24 dicembre alle sei del pomeriggio. Niente promesse di bontà, gentilezza, perfezione, generosità, disciplina. Soprattutto niente quaderni con le cose da fare, da barrare una volta fatte, come se la vita fosse un elenco per punti. Faccio pace con il tumulto, con il disordine, con l’imperfezione costante. Non sarà lo spinning abbandonato alla seconda lezione a raccontare chi sono, non saranno tutte le cose che ho perso, dimenticato o mai finito, a dire che è stato un anno sprecato. Per ogni fallimento ci sarà una vittoria, magari minuscola, impercettibile, come un fiore quando ancora non è sbocciato, e non si sa nemmeno se sboccerà. Ma dentro questo scambio fra i sì e i no, fra i “non ce la faccio” e i “posso”, fra la vita piccola dei giorni e la vita grande di quello che accade nel nostro mondo, credo che ci sia una sola cosa davvero importante: ricordarci chi siamo.

E pare che stavolta facciamo tutti sul serio, me compresa. Mai come per il 2017 ho respirato così tanta voglia di cambiamento, di benessere, di tranquillità. Anche io, più che mai, sono fiduciosa. La buona notizia è che siamo tutti positivi, per adesso, la cattiva è che non sarà un anno tranquillo (eccetto per quelli che vivono su un’isola deserta) perché, non essendo nomadi, ma vivendo in un periodo di guerra, saremo comunque influenzati dal clima di costante tensione che caratterizzerà i prossimi 12 mesi. Ma sperare aiuta a esorcizzare. Leggere gli oroscopi aiuta a non pensare e reincarnandomi nella versione più ovvia di Miss Italia, desidero la pace nel mondo, la libertà di potere andare dove mi pare, anche a Parigi, Istanbul o Berlino, e di smettere d’indignarmi e piangere.

L’anno che sta per chiudersi è stato tremendo, agitato, come se qualcuno avesse sparpagliato polvere da sparo dal cielo: troppe cattive notizie, tante persone care passate a miglior vita, tantissime coppie scoppiate, tantissimi amici licenziati e altrettanti che hanno deciso di cambiare vita o Paese in cerca della felicità, quando la felicità è prima di tutto dentro di noi. Siamo stati dei vulcani in ebollizione che continuano tuttora a brontolare, mentre altri sono già eruttati. Adesso siamo come una città distrutta, aspettando o un “investitore” che ci rifaccia nuovi, o un caterpillar che ci demolisca per poter rinascere con le nostre gambe. Siamo ancora inquieti, tristi, ma dei bravi motivatori in primis di noi stessi, talmente tanto che siamo già autoconvinti che improvvisamente l’Italia offrirà più posti di lavoro, che i liberi professionisti saranno agevolati, che troveremo tutti l’ Amore della vita e che né a Roma né a Milano ci saranno attentati. Tutto quest’anno, perché è giusto così. Perché qualcuno ci ha detto che dopo tanta sofferenza viene la pace.

Dichiariamo l’anno nuovo stress-free. Puntando su mappe astrologiche favorevoli e su di noi. Basta lamentarsi, prendersela con gli altri se le cose non girano, far dipendere dagli altri la possibilità di essere felici. Siamo esigenti con noi stesse, senza chiedere troppo. Chiediamo agli altri semmai, senza vergogna: rispetto, ascolto, attenzione, baci. Almeno un “come stai?” quando si torna la sera. Caro 2017, crediamo, per finta o per davvero, tutti in te, non ci puoi prendere in giro.

Mai provato con la gentilezza?

“Abbi coraggio e sii gentile” raccomanda la mamma in punto di morte a Cenerentola, nel film di Kenneth Branagh. Un consiglio prezioso: ingoiate le lacrime, la fanciulla impara a fare della mitezza un’arma vincente. Tra un colpo di ramazza e l’altro sorride e diventa padrona del proprio destino. Come andrà a finire lo sappiamo. Questione di duro lavoro, non di gran c… (vedi in Pretty Woman).

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La gentilezza torna, e non solo al cinema. Dicono basta all’arroganza alcuni libri: una nuova edizione rinnovata dell’ Elogio della gentilezza di Adam Phillips e Barbara Taylor e Il piacere della gentilezza. Piccolo trattato sulla buona educazione nell’era globale di Bertrand Buffon, un agile volumetto da viaggio che ricorda alcuni principi di comportamento utili a tutte le latitudini. Non basta. C’è chi ci crede profondamente e cerca di convincere gli altri a uscire dal tunnel autodistruttivo del narcisismo: il network internazionale World Kindness Movement, per esempio, ha appena festeggiato l’apertura di una sede anche in Francia, mentre in Italia l’associazione affiliata Gentletude (gentletude.com) organizza corsi per tutte le età gestiti da una cinquantina di volontari, e pubblica periodicamente una newsletter. Perché non se ne può più della competizione continua e dell’egoismo sfrenato di questi anni. La meritocrazia come sopravvivenza del più forte e arrogante ha fatto il suo tempo. Entrare in relazione con gli latri, creare un buon clima di convivenza significa saper gestire una situazione. In America è considerato un soft power, tanto da stilarne 10 pilastri per esercitarsi a sviluppare questa potente qualità:

  1. Gentili non si nasce, si diventa. I bambini puntano i piedi e strappano i giocattoli gridando “io, io, io”? Cambieranno. Si spera per loro. Ma devono allenarsi duramente. Se si esercitano fin da piccoli a far sedere le vecchiette sul tram, da grandi non si sdraieranno di traverso con i piedi sui sedili.
  2. Ma non da soli. La gentilezza è il primo passo nelle relazioni. Significa ritenere l’altro degno di rispetto, ascolto. Se regali un mazzo di rose a una ragazza incoraggi le sue emozioni, i sentimenti.
  3. Ingrediente base: la fiducia. Se temi l’altro come un nemico, difficile comportarsi bene. Scuola e famiglia dovrebbero insegnare ad avere fiducia negli altri. Arrivano dei nuovi vicini? Fai un regalino, come si usa in America. Non ci saranno più risse condominiali.
  4. Conviene. Spiegare con garbo ai pazienti perché il primario non si fa vivo, aiuta a non essere presi per il collo. Dimostrare interesse verso un collega al primo giorno di lavoro, rafforza il senso di appartenenza. Alla Olivetti negli anni Cinquanta regalavano una bicicletta ai neoassunti!
  5. Con la crisi, ancora di più. Si potrebbe obiettare; oggi è un lusso che non ci si può permettere, le carinerie sono una perdita di tempo. Invece no. Proprio ora si deve dar valore a quelle piccole cose che fanno stare bene. A volte basta un sorriso.
  6. Aiuta a fare carriera. Una volta l’impiegato gentile era il babbeo del gruppo. Ora è il più furbo: ha capito che l’attenzione agli altri crea coesione. Non si tratta di strumentalizzare il proprio ruolo; però una buona parola oggi, una domani, e i collaboratori daranno il meglio. Un manager gentile è autorevole.
  7. È un deterrente. Importante per smontare l’aggressività (altrui e nostra). Mi tamponano: aggredisco l’energumeno che era al cellulare e non ha frenato? Meglio sorridere e cercare una soluzione pacifica. Chiedere all’investitore “Si è fatto male?” facilita la trattativa.
  8. Conta l’originale, non le imitazioni. La gentilezza è reciprocità, non strumentalizzazione. Non meccanica ripetizione di lezioni imparate controvoglia, come le buone maniere. Si cede il posto alla donna incinta non perché ce l’hanno insegnato ma perché è giusto.
  9. Parole chiave: generosità, autenticità, empatia. Bisogna mettersi nei panni degli altri: quando si è in coda al supermercato, far passare avanti chi ha fretta e un carrello semi vuoto non costa niente. La prossima volta potrebbe toccare a noi.
  10. Niente: mors tua, vita mea. Meglio: vita tua, vita mea. Più facciamo cose per gli altri, meglio stiamo noi. Con la gentilezza, diamo il meglio e facciamo un figurone, anche con noi stessi.

Potere del sorriso

“È l’accessorio più bello che una donna possa indossare” diceva Audrey Hepburn. E non bisogna mai dimenticare di sfoggiarlo un bel sorriso, perché può cambiare la nostra giornata e quella degli altri. Tante ricerche attestano che ridere fa bene a corpo e mente, ma spesso tensioni e stress frenano ogni entusiasmo. Allora basta imparare a utilizzare il sorriso come strumento e non come punto d’arrivo…non pensare “sorriderò quando sarò felice” ma “quando sorriderò sarò felice”. Perché la vita è uno specchio, se sorridiamo, ci sorriderà. La sua funzione è di portata talmente potente e benefica che Harvey Ball, il papà dello Smile, gli ha dedicato una giornata: il World Smile Day.  E ci insegna ad allenarci a tirar fuori in modo autonomo la gioia, sfruttando corpo, movimento e linguaggio.

smile

Partiamo dall’atteggiamento. Molti studi hanno dimostrato che se ci comportiamo e muoviamo da persone gioiose, lo diventiamo davvero. Tenendo le spalle e le braccia aperte e sorridendo per qualche secondo con la bocca spalancata e con lo sguardo rivolto verso l’alto, scoppieremo a ridere o quantomeno a sorridere: secondo lo psicologo Paul Edman, il nostro cervello ha in memoria quell’espressione del volto abbinata a emozioni positive fin da quando eravamo bambini. Ripetiamo più volte l’esercizio, soprattuto quando siamo sopraffatti da ansia e cattivi pensieri. Gli attori comici si affidano alla tecnica della visual comedy, la comicità fisica, in base alla quale gesti ed espressioni fanno scattare in modo spontaneo l’ilarità, come la mossa dello “spiazzamento”, che ricrea la risata automaticamente: basta continuare a sorridere tirando fuori la lingua con 2-3 colpetti veloci.

Veniamo al linguaggio. Cambiare il proprio vocabolario, in primis quello interiore, ci aiuta a non farci prendere dallo sconforto e dalla negatività, che tolgono slancio ad ogni nostro proposito. Impegniamoci ogni giorno a convertire le fasi di sfiducia e demotivazione in espressioni comiche, motivanti. Ad esempio, quando parliamo coi colleghi, evitiamo di dire: “Oggi sarà una giornata pesante”, ma sostituiamola con “Oggi sarà una giornata di sfide”. Incoraggeremo così non solo il nostro benessere, ma anche quello di chi ci circonda. Sorridere è un linguaggio universale capace di sormontare ogni barriera linguistica o culturale. È un efficace mezzo di comunicazione perchè predispone ai rapporti sociali in tutto il mondo.

E arriviamo allo stile di vita. Secondo il libro “La dieta del sorriso” di Alain Mességué, guru delle diete e delle erbe, il buonumore è spesso legato all’apporto giornaliero di triptofano, un amminoacido precursore della serotonina, l’ormone della felicità. Si trova soprattutto nelle proteine animali, come sogliola, ostriche e frutti di mare, ma anche nella frutta oleaginosa, come le mandorle. Le erbe fresche e gli aromi possono aiutarci a sorridere grazie alle loro proprietà rivitalizzanti: cannella, vaniglia e santoreggia da bere come tisane per combattere tristezza e pessimismo. Oltre al cibo, anche la respirazione è alla base del nostro equilibrio fisico e mentale; più è profonda, più saremo calmi e lucidi. Proviamo questo esercizio almeno una volta al giorno: da seduti, prendiamo aria dalla bocca aperta al massimo, sorridendo come se ricevessimo una sorpresa. Ripetiamo 3 volte. Stupefacente. E a fine giornata, prima di addormentarci sereni e risvegliarci ottimisti, concentriamoci su tre cose positive successe durante il giorno. Soffermiamoci su ognuna, recuperando dalla memoria le immagini che abbiamo visto e le emozioni che abbiamo sperimentato: riattiveremo la stessa sensazione di gioia di quel momento. Così ci gratifichiamo e diventiamo coscienti che siamo gli unici leader del nostro stato d’animo.

Digital Detox

Digital detox

Siamo agli sgoccioli delle vacanze: alzi la mano chi, dopo le giornate piacevoli e rilassanti passate in riva al mare o sui sentieri di montagna, facendo il pieno d’aria buona e sole, non prova un leggere senso d’angoscia al pensiero di tornare alla routine degli orari fissi e alla costrizione dei luoghi chiusi. Niente paura: in settembre (e nelle prime settimane d’autunno) il clima è ancora mite e, soprattutto nel fine settimana, possiamo continuare a sfruttare i benefici della vita all’aria aperta e del silenzio.

Ma saremmo in grado di pagare per essere privati dei nostri dispositivi tecnologici? Niente iPad, iPhone, BlackBerry, computer, per un long weekend? O anche di più? Detto così sembra pazzesco ma in California, a Navarro, Camp Grounded è una versione nostalgica dei vecchi campi scout e offre proprio questo con grande successo: obbligo di lasciare all’ingresso tutto, ma proprio tutto per vivere in mezzo alla natura, mangiare, meditare, nuotare, dormire nei sacchi a pelo, partecipare a workshop sui colori e serate in silenzio. La Digital Detox – un nome, un programma – società con base a Oakland, California, ha lanciato l’idea l’anno scorso e i trecento posti per le tre sessioni di giugno sono andati esauriti in una settimana. Segno che di gente esaurita ce n’è parecchia e la coscienza di essere pericolosamente sovraesposti alla tecnologia comincia ad affiorare. È una singolare coincidenza che esperti di neuroscienze, monaci antropologi siano arrivati, partendo da punti diversi, alla stessa conclusione: tv sempre accesa, cene dove nessuno parla perché c’è un tweet da spedire o un whatsapp a cui rispondere, sono il frutto di un’accelerazione che ci toglie il tempo di pensare e sfiora la patologia: nello sforzo di restare connessi con gli altri perdiamo la connessione con noi stessi. Passiamo ore al computer, sviluppiamo interessi e contatti attraverso la Rete. Se questi comportamenti diventano un’abitudine, la costante e non l’eccezione della nostra vita, alla fine stravolgeremo i nostri ritmi biologici e sociali.

Esercizi di disconnessione ce ne sono a dismisura: nell’arco della giornata e della settimana concediamoci momenti in cui possiamo visitare una mostra, fare una lunga camminata nel verde con il cellulare spento, rilassarci con un’ora di yoga, praticare uno sport, pregare in una chiesa deserta o semplicemente stare un’ora seduti sul divano senza fare niente e non mangiare lavorando al pc. Non abbiamo nessuna necessità di essere sempre “connessi”. Non siamo macchine, né mai lo saremo. Cerchiamo di trovare spazio per i nostri muscoli, il nostro respiro, il nostro cuore, la nostra interiorità per disconnetterci dal mondo e riconnetterci con se stessi.

Autenticità

L’avevamo persa di vista, da qualche tempo in qua. Sedotte dagli slogan overpromising della pubblicità. Perse a obbedire a quella assurda regola che ci chiede di sembrare quello che non siamo. Tutte giovani, a qualsiasi età, tutte magre, tutte trendy, tutte belle allo stesso modo. Chissà com’è successo – quando? – che abbiamo deciso che solo le donne con bocche grandi e nasi all’insù e seni gonfiati da pornostar fossero sexy e femminili, come le caricature dei cartoni animati o i tatuaggi dei marinai. Dimenticando che c’è stato un tempo in cui la bellezza si declinava al plurale e aveva le facce tutte diverse delle Sophie Loren, delle Claudie Cardinale, delle Moniche Vitti, ognuna magnifica a modo suo, in quell’alchimia perfetta di labbra sottili e occhi immensi, di perfezioni e imperfezioni. Chissà com’è successo – quando? – che abbiamo deciso che dovessimo tutte issarci su tacchi altissimi, anche alle 4 del pomeriggio, anche per prendere i figli a scuola, o strizzarci in quegli skinny che stanno bene solo a Kate Moss, per essere… fashion ( parola che si addice più a una 13enne o a una Bratz, che a una “signora” pur giovane dentro).

authenticAdesso facciamo che basta, che si fa di testa nostra. L’autenticità è nell’aria, la sento. Guardarsi allo specchio e riconoscersi. Non fingere di essere ciò che non si è. Per paura di non piacere. Per paura di invecchiare. Perché il problema delle donne sta tutto lì, nel sentirsi “normali”: ci guardiamo allo specchio e quello che vediamo è “solo” una donna. E questo non riusciamo ad accettarlo. Il paradosso è che nello sforzo di avvicinarci all’ideale estetico del momento, ci banalizziamo in modo spaventoso. Basta dare un’occhiata in giro per rendercene conto. Le donne considerate “belle” sono tutte uguali, tutte pettinate e vestite nello stesso modo. E anche quelle più avanti negli anni, fateci caso, si assomigliano in modo impressionante. Non sarebbe invece meglio rilassarci e valorizzare quello che abbiamo? Portare il proprio corpo come se fosse il vestito che uno stilista ha confezionato solo per noi? Modello Esclusivo. Particolare, unico, irripetibile.

C’è una frase che nel tempo ho interiorizzato e sulla quale invito a riflettere: l’anima ha bisogno di un luogo. E questo luogo è il corpo. Corpo come espressione dell’anima. Non mortifichiamolo, non adattiamolo al modello delle dive e delle indossatrici. La moda è una cosa bella, ma deve essere un gioco, allegria di forme e di colori. E il gioco richiede leggerezza, stile. Il nostro corpo è il nostro stile. Inventiamolo, valorizziamolo e mostriamolo. Curiamolo per stare bene con noi stesse. Ripeto: noi stesse, non un’altra che fagocita la nostra personalità. Dice Aristotele che c’è qualcosa di dolce nel vivere: l’energia del movimento, il ritmo del camminare, passarsi le dita nei capelli fanno parte di questa dolcezza. Non è questione di specchi e neanche di sforzi intellettuali. La dolcezza del corpo la sentiamo da dentro, come una specie di danza che ciascuna sa ballare con la propria cadenza interiore. Seguire il proprio passo non significa solo rispettarsi, ma amarsi. Questa forma singolare del nostro corpo veniva già amata da nostra madre prima ancora che venissimo al mondo. La forma singolare del nostro corpo, aspetta solo una carezza.

Non omologhiamoci. Siamo uniche. Chi resta se stessa non passa mai di moda.

Ascolta la tua voce guida

Sono al telefono con un’amica che assomiglia ad un fiume di lamentele in piena e non riesco ad arginarla, anche se ho mille cose da fare e sono in un ritardo pazzesco. Così parlo e intanto preparo gli ingredienti per la merenda dei bambini che non danno tregua, e affetto le verdure perché stasera ho gente a cena ma non l’ho invitata io, è stata un’idea di mio marito. Sbaglio mira, mi taglio un dito, volano cellulare e coltello: il telefono si apre e si scompone in mille pezzi, il coltello lascia uno sbrego sul parquet. Sono arrabbiata: verso di me e la mia incapacità di fissare le priorità e difendere i miei spazi, anche nei piccoli gesti della vita quotidiana. Continua a sfuggirmi il punto in cui finisco io e cominciano gli altri. Mi sento invasa e al tempo stesso dipendente dalle richieste esterne. Lo sbrego sul parquet resterà a memoria perenne di questa sensazione?

Sono certa che questo malessere, dai confini imprecisati ma maledettamente persistente, sia più diffuso di quanto si creda. Che si manifesti con una sensazione fisica, un flash visivo o un invito che viene dal profondo, tutti dovremmo dare più ascolto alla voce guida che conosce i nostri desideri più autentici e sa indicarci la strada migliore per realizzarli. Non è detto che sia sempre un percorso senza ostacoli, ma di certo è quello che più ci appartiene. Rappresenta ciò che siamo nel profondo e, se ben utilizzata, può guidarci nel processo di crescita come una bussola perché è l’impronta psichica più vicina alla nostra indole. Può capitare, però, che nel corso della vita venga soffocata da altre voci, come quelle della società e della famiglia, o dagli aspetti più razionali della personalità che puntano a farci muovere solo su strade sicure e già battute. Queste voci obbediscono a convenzioni, per questo è più facile seguirle…i richiami “conformisti” hanno un ruolo ma non possono avere ragione su tutto. Non è sbagliato cercare di far felici gli altri, ma se viviamo solo in funzione del loro giudizio rischiamo di dimenticare ciò che vogliamo veramente.

inner1Certo, nella complessità della vita non è sempre facile fidarsi dell’istinto, comprendere quanto ci sta spingendo verso la giusta direzione…i “rumori” della giornata – le voci delle persone, i pareri, le discussioni, i consigli ricevuti – spesso risuonano nella nostra testa anche la sera a letto…se non riusciamo ad escluderli, cerchiamo almeno di abbassarne un po’ il volume, proprio come si fa con la manopola di una radio. A questo punto, possiamo cambiare frequenza e provare a sintonizzarci sul nostro canale interiore e una volta trovata la giusta lunghezza d’onda, sarà più facile riconoscere la nostra voce guida che non usa ragionamenti lunghi e contorti ma poche parole, semplici e ripetitive. Non è lì per rimproverarci, ma per avvertirci di un pericolo e indicarci una via d’uscita. Seguendola acquisteremo fiducia in noi stessi e riusciremo finalmente a dirigere la nostra personale sinfonia.

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