Favoritismo

L’imparzialità ad ogni costo? Più che un’utopia, è un errore. Interessante lo studio americano condotto dal filosofo Stephen Asma, che con il suo saggio Against Fairness rivendica le virtù del favoritismo.

Partendo dalla considerazione peraltro incontrovertibile che anche Gesù aveva un discepolo prediletto, procede a dimostrare attraverso la biologia, la neuroscienza, la filosofia, Confucio, Nietzsche e Johnny Cash, che non solo avere delle preferenze è naturale ma in molti casi anche legittimo. Secondo lui è normale e lecito avere l’amica del cuore, il figlio adorato, l’allievo più motivato. E fa pure bene alla società: raccomandare, iperproteggere e preferire qualcuno creerebbe forti legami sociali che sono alla base della felicità individuale.

Il tema si fa più caldo all’interno delle famiglie: il figlio preferito è uno dei primi tabù dell’umanità (già la Bibbia parla di tale Abele che l’ha pagata cara) e uno degli ultimi a non essere stato sdoganato. Ad avere il “prediletto” sarebbero il 43 per cento delle mamme (quasi una su due) ed il 19 per cento dei papà. Il prescelto sarebbe in genere il figlio di successo. Per le madri però scatta anche la preferenza per il cucciolo più bisognoso, il cosiddetto “cocco di mamma”, un bambino iperprotetto e quello su cui si hanno più aspettative legate ai propri bisogni insoddisfatti.

La preferenza è un atteggiamento irrazionale, di cui a volte non ci si accorge. Se invece è riconosciuta, può portare ad un sentimento di vergogna: ci si sente genitori ingiusti…ma avere un figlio preferito – sostiene sempre Asma – non vuol dire trattarlo come “the golden child” e bistrattare gli altri. E non vuol dire nemmeno comprare al diletto chili di gelato e nutrire gli altri a broccoli! Anzi, si potrebbe essere più severi col preferito perchè da lui ci aspettiamo di più.
Il suo ragionamento non fa una piega. Però – e qui si apre il dibattito – ci sono mille sfumature, mille inezie comportamentali prima di arrivare ai broccoli.
Dov’è la linea di confine tra avere una predilezione e fare preferenze? Per quanto mi concerne non ho da riportare episodi tangibili, differenze reali di trattamento.
Eppure quel sentirmi o essere vista un millimetro sotto rispetto a una sorella me lo ricordo bene…

Tira fuori la stronza che c’è in te

Parlo della stronza sana, intelligente e buona che tutte noi abbiamo dentro anche se non lo ammettiamo.

Sì perchè c’è una potente stronzaggine in ognuna di noi, fondamentale per farsi rispettare e per ottenere ciò che amiamo (e non essere costrette ad amare ciò che otteniamo).
Il segreto è tirarla fuori nel modo giusto. Come? Imitando e prendendo a modello i comportamenti delle stronze per eccellenza. Ovvero quelle che parlano poco di se stesse – riducendo così la possibilità di fare emergere i loro punti deboli – e che fanno sempre tante domande per conoscere le fragilità degli altri. Sono donne che non sfuggono il conflitto, anzi sono le prime ad aprirlo se serve ad ottenere un risultato: una brava stronza sceglie con cura le battaglie per cui combattere e alzare l’asticella, sono quelle in cui deve tutelare la sua libertà, la sua dignità, la sua volontà. Sa usare la sua spregiudicatezza con giudizio.
Ma la sua vera forza è un’altra: non ha paura che le appiccichino addosso l’etichetta di stronza  – e dunque che le voltino le spalle – perchè sa che alla fine non succede. Le stronze ottengono sempre considerazione.

Rachel Simmons nel best seller La maledizione della brava ragazza, insegna quattro cose da fare subito per liberarsi dell’etichetta di buona ma fessa:

  1. Vantarsi spesso:  la modestia non paga (e gli altri non faranno mai a gara a dirti: “Complimenti”). Ecco  perchè è importante mettere in mostra i risultati che si ottengono
  2. Scusarsi solo quando è necessario: non dire in nessun caso “E’ colpa mia”. Assumersi una responsabilità non deve equivalere all’autocrocifissione
  3. Parlare a voce alta: chi si esprime timidamente non ha quasi mai voce in capitolo
  4. Evitare reazioni emotive esagerate: la stronza perfetta è fredda e distaccata. Per sfogarsi, meglio aspettare di essere in splendida solitudine

Fare la stronza è un dovere sociale! Sì perchè – come dice Giulio Cesare Giacobbe nella sua guida Come diventare bella, ricca e stronza – chi possiede quello che lui chiama fattore S non pretende che siano gli altri a trovare una soluzione ai suoi problemi, non chiede continuamente aiuto; è una persona autonoma, dal momento che sa di potere contare solo su se stessa.

Vi sembra triste? Io la trovo molto saggia invece, e assolutamente da imitare.

Carrello mezzo pieno o mezzo vuoto

Ci sono cose di cui non puoi fare a meno. Più le hai, più ti mancano le altre, quelle opposte. Ecco la legge misteriosa del carrello mezzo pieno o mezzo vuoto.
Tutto quello che abbiamo, se da qualche parte avvertiamo che non ci basta, che non mette a tacere la vocina interiore che ci sussurra “voglio di più”, a cosa serve esattamente? Non lo so. E non lo sanno Tea ed Erica, le protagonisti di “Quattro etti di amore, grazie” di una bravissima Chiara Gamberale, che di quella vocina sono vittime.

quattro etti d'amoreErica, una delle due protagoniste ha due figli che crescono, un marito devoto, un posto fisso. E soprattutto agli occhi di Tea, l’altra protagonista attrice di successo ma donna eternamente inquieta ed incapace di stabilire una relazione solida e duratura, Erica ha un carrello sempre traboccante di cose buone e giuste, simbolo di una specie di pace, di un equilibrio profondo, invidiabile. Erica ne è consapevole? No. Perchè mentre Tea spia la sua spesa, lei fa altrettanto. Spia quella di Tea. E sarebbe pronta a rinunciare a tutto quello che ha nel carrello, addirittura al carrello stesso, per il senso di avventura che le misere pizze surgelate di Tea le ispirano.
A che le serve dunque un carrello pieno? A garantire serenità e benessere alla sua famiglia, certo. Perchè non le basta? Perchè più la lista della sua spesa è dettagliata, più sembra non dare la possibilità a un certo prodotto di essere suo. Ha a che fare con la gioia di vivere quel prodotto. Con il cuore che batte e arriva in gola pazzo, maleducato e dalla gola esce, si sbatte addosso al mondo. Erica avverte che non ci sarebbe nessun carrello abbastanza grande per accompagnarlo, per contenerne l’energia…
Come dire donne uguale ansiose di ricerca. Bisognose di fuga. Incapaci di esaurirci tutte in una cosa sola. Fosse pure quella che ci piace più fare. Potremmo essere l’unica possibile soluzione a tutte le cose che ci servono ma, maledizione, non ci bastano. Potremmo, certo. Peccato che siamo noi il problema.

Letture consigliatissime

Il mio comodino straripa di libri. La mia grande passione è la lettura, sono capace di stare sveglia senza accorgermene una notte intera se le pagine di un nuovo libro meritano.
In base al mood del momento scelgo quale libro aprire, da quale storia farmi prendere.

Su ogni rivista che si rispetti si trova una rubrica dedicata a romanzi d’esordio o consigli di lettura. E’ su Elle di aprile che ho scoperto due libri che dal comodino sono passati presto allo scaffale perchè divorati entrambi in pochi giorni.

le cose che non hoIl primo s’intitola “Le cose che non ho“, romanzo di massimo successo in Francia e pubblicato un mese fa qui in Italia. La protagonista è una donna qualsiasi dalla vita qualsiasi, sposata, con due figli, che preferisce la realtà ai sogni. Un giorno gioca al lotto e vince 18 milioni di euro. Ma cosa può farsene se ha già tutto ciò che la rende felice? In famiglia non ne parla, nasconde il biglietto vincente, si accontenta di scrivere le liste dei suoi bisogni e desideri. Ma si sa, il denaro è pieno di pericoli e può portare dolore..libro delizioso di pensieri femminili scritto da un uomo, Grégoire Delacourt, famoso pubblicitario francese.

elda lanzaIl secondo libro da menzionare è stato scritto da Elda Lanza, signora del costume e della comunicazione e pioniera della tv italiana: suo il primo volto femminile del piccolo schermo quando la televisione era ancora un esperimento, autrice e conduttrice di programmi sia per ragazzi che per signore. Qualche mese fa ha debuttato come scrittrice di gialli con “Niente lacrime per la signorina Olga” che le è valso l’appellativo di “Camilleri in gonnella” per l’umanità che racconta al di là del giallo. La storia della signorina Olga è qualcosa di cui i vicini di casa spettegolano da quando il suo cadavere viene ritrovato nella mansarda che aveva affittato; sarà compito del commissario Gilardi e del suo vice Santino d’Urso scoprire il mistero della morte dell’anziana condomina seguendo le tracce di un quadro rubato. Nonostante faccia parte del filone mistery, è una lettura assai rilassante, senza voli pindarici nè descrizioni di scene splatter, non ci sono urla nè svarioni linguistici.
Consiglio entrambi a chi ha voglia di letture semplici ma dense di pensiero e mistero.

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