L’eccesso va di moda

Milano, fine febbraio. Un passante qualsiasi incrocia uno dei tanti capannelli di folla variopinta che, di ora in ora, si radunano davanti ai luoghi delle sfilate durante la fashion week. Con ogni probabilità vicina al 100%, si starà chiedendo come diavolo vada vestita certa gente. Quasi fossero pennellate accese, a tratti disordinate, signore di ogni età rendono quell’effimero tableau vivent un’opera d’arte in continuo divenire. È la moda, bellezza. Cioè il regno dell’opinabile, e stare al sicuro all’interno dei suoi confini significa per lo più non osare mai troppo. Qui, per una volta, avviene il contrario. Solo le più impavide si avventurano nei territori di frontiera. E lo fanno con coraggio proporzionale alla propria consapevolezza stilistica. Senza paura di sbagliare (o forse sì, chissà). Spesso, ma non sempre, si tratta di addette ai lavori, fashion editor, blogger autorevoli o celeb con un occhio particolarmente attento all’eleganza.

Tenendo pur fermo il punto di una massima latina “De gustibus non est disputando“, non posso esimermi dal mettere l’accento su tutta una serie di look che in più di un’occasione ahimè hanno fatto strabuzzare gli occhi, ingarbugliare la lingua, tremare la mano. Sarebbe del resto consigliabile tenere sempre bene in mente che il Carnevale cade solo una volta all’anno, non lo si può festeggiare ogni santo giorno…le passerelle di Milano Moda Donna per l’autunno-inverno 2017-2018 sono state generose in questo senso, trasformando in più di un’occasione la celebre fashion week in un grande, rutilante circo. La sfilata di Gucci ha fatto da apripista ispirandosi ai film horror degli Anni ’80:

Seguito a ruota da Prada, ovvero come ti trasformo la femminilità in cavernosità primitiva:

Ma l’Oscar del trash è stato vinto a mani basse da Moschino che si schiera dalla parte della sostenibilità, a discapito della vestibilità:

Questo è il vero lusso? Quand’è che sconfina nell’ eccesso? E allora va esibito o nascosto? Un fatto è certo, in passerella vale tutto e il contrario di tutto. C’è chi regala certezze e chi scombina continuamente il mazzo. E c’è anche chi pensa che la new wave barocca, da diverse stagioni uno dei trend più affermati, sia il segno di certa propensione al cattivo gusto diventata di fatto una moda. L’idea stessa di lusso è cambiata negli ultimi 10 anni. Le domande, o meglio, le risposte, sono sempre più aperte: oggi, per esempio, è diventato impossibile stabilire se sia più chic una pelliccia o un’ecopelliccia, una clutch fatta di materiali preziosi o una borsa in tessuto riciclato, un abito firmato da migliaia di euro o uno di serie che ne costa meno di cento. Ogni giudizio vale. A riprova: non c’è settimana in cui una principessa si astenga dal presentarsi al più formale dei rendez vouz vestita Zara o H&M. Cheap ma di buon gusto.

Amar(si)

La relazione perfetta? Non è in vendita in nessun negozio, sorry. Essere in coppia , amarsi, è come fare un viaggio: si parte insieme per arrivare a destinazione e durante il tragitto va da sè che gli imprevisti e i cambi di programma sono inclusi. Un rapporto d’amore è un lavoro costante che richiede trasformazione e promette una continua evoluzione. Siamo tutti convinti di saper amare ma, in genere, quando una persona parla della sua relazione in crisi, o dell’amore che non ha, dice “io mi aspetto…” e fa un elenco di cosa desidera, mentre non dice mai quello che è pronto o pronta a dare. Invece di chiederci cosa può offrirci una persona, dovremmo domandarci cosa noi siamo in grado di fare per l’altro. Basta sapere cosa ci dà felicità e farne dono alle persone che amiamo.

Siamo più portati a innamorarci, a provare emozioni forti per un breve periodo, piuttosto che a impegnarci a costruire una relazione che duri, e dunque ad amare veramente. Al minimo problema tendiamo alla fuga, preferiamo deviare, uscire e vedere cosa c’è in giro, cosa offre il mercato senza faticare troppo. Risultato: nessun confronto, solo rancore. Anche se non c’è una formula magica, di sicuro per far funzionare una relazione bisogna lavorare e comunicare parecchio. E smettere di pensare che tutto arrivi dall’esterno, che il mondo ci debba qualcosa. Solo l’amore per noi stessi ci permette di trovare la felicità e di provare l’amore per l’altro. Imparare ad amarsi non vuol dire essere narcisisti, persone che hanno bisogno di esibire cose e comportamenti, ma vuol dire invece stimarsi, avere fiducia e rispetto per le proprie esigenze, la propria persona, i propri desideri, la propria felicità. Vuol dire applicarsi per ottenerla. Quando ci amiamo, diventa più facile incontrare l’amore. 

Una relazione sana non è di dipendenza né di indipendenza dall’altro: è basata sull’interdipendenza. Che significa: “Io sto bene indipendentemente dal fatto che ci sia tu, ma se ci sei, sto meglio”. Non è infatti Amore quando l’altro ci migliora? Spesso invece usiamo la relazione per soddisfare le nostre carenze, riempire i nostri vuoti. Ma la relazione non è e non deve essere mai compensazione, bensì condivisione, crescita, trasformazione. L’altro non ha il compito di renderci felici. La felicità è una ricerca personale che non può essere delegata in toto al proprio compagno. La prospettiva è rovesciata: più sono una persona bella, risolta, che sta bene, più la relazione funziona. Solo chi è in grado di essere felice da solo, è capace di una vera, gioiosa condivisione. Buon San Valentino.

Pizzerie gourmet

Da quando sono stata in Costiera Amalfitana, il criterio per valutare una pizza è il confronto con la margherita assaggiata Da Franco a Sorrento. L’attesa che gli avventori devono affrontare per accedere ai tavoli  è ampiamente ripagata all’assaggio. Pasta morbida e sottile, bordi alti (il “cornicione”), pomodoro quasi a crudo, mozzarella fior di latte freschissima, basilico e un generoso giro d’olio extra vergine spremuto a freddo. Dire “pizza” ha sempre significato far riferimento ai confini di Spaccanapoli. Ma da alcuni anni, con gran disappunto dei puristi, le cose stanno cambiando: la nuova pizza italiana affonda le sue radici in impasti sempre più calibrati e salutari, farine che vengono dal passato, sperimentazioni e topping presi in prestito dai grandi ristoranti con un equilibrato apporto salutistico per l’organismo e dalle caratteristiche organolettiche inconfondibilmente mediterranee. Ecco la nascita delle “pizzerie gourmet”. Dal francese “garzone”, “gourmet” è un vocabolo che ultimamente sempre più spesso sentiamo nell’ambiente gastronomico. Già presente negli scritti della Francia del XVII secolo, stava a significare una persona dal palato fine, un buongustaio. Con l’avanzare delle arti culinarie, il termine sta ad indicare l’elite di un determinato campo. A Milano come il prezzemolo sono fiorite diverse pizzerie gourmet, che si distinguono dalle classiche per gli accostamenti creativi, le farine biologiche di lunghe lievitazioni, prezzi più alti e impiattamento d’effetto:

La Taverna Gourmet (via Maffei 12, http://www.latavernagourmet.it). In zona Porta Romana, la pizzeria più costosa di Milano (dai 14 ai 35 euro) propone solo lievito madre, 48 ore di lievitazione, impasti integrali al basilico, al germe di grano, al nero di seppia. Ingredienti d’altissima qualità come il pomodoro del Piennolo, il gambero rosso di Mazara o i limoni di Sorrento. Fette sottili e croccanti.

Berberè (via Sebenico 21, http://www.berberepizza.it). Nel quartiere Isola, ad un passo dall’omonima fermata della metro lilla, la premiata ditta bolognese dei fratelli Aloe è l’ultima ad aprire i battenti nel capoluogo meneghino con l’idea vincente dell’impasto a idrolisi, ovvero senza lievito, oltre a quelli integrale e al kamut. Convivialità, ingredienti buoni e genuini e leggerezza. Da provare la classica con bufala di Caserta e capperi e la gustosa zucca, porcini e grana. In quanto a digeribilità, in assoluto la migliore per me.

Lievità (via Ravizza 11 e via Sottocorno 17, http://www.pizzeria-lievita.com). In piena valorizzazione dei DOP, IGP e dei presidi Slow Food, Lievità utilizza solo farina Petra del Mulino Quaglia di tipo 1 o integrale e lievito madre. A fare da protagoniste sono le ben 9 varietà di margherita, ognuna condita con fior di latte e/o pomodoro differente (di cui è espressa la dolcezza in una scala da uno a cinque). A fargli compagnia si affiancano le pizze periodiche, farcite con ingredienti di alta gamma come i limoni di Sorrento, le alici di Cetara, il pesto di pistacchi di Bronte, la glassa balsamica di Modena o la culaccia di Parma.

Thursday Pizza (via delle Foppette 2, http://www.thursdaypizza.com). In una traversa nascosta di via Savona, ha fatto capolino da meno di un anno la pizzeria più attenta all’ambiente che conosca: solo energia proveniente da fonti rinnovabili e attrezzature elettriche per non produrre CO2 (compreso lo scooter per il delivery). Posate e piatti in materiale riciclabile e per ogni pizza ordinata il locale farà piantare un albero. Curiosa la ricetta dell’impasto, a base di farina semi-integrale tipo 1 e soia che rende la pizza fresca e croccante più a lungo. Ottima la Decima, con cotto, pomodoro San Marzano, rucola, bufala e olio tartufato. E dal gusto sorprendentemente dolce la Sopraffina, con datterino giallo, fior di latte, gorgonzola, mele, noci, limone, aceto balsamico, salvia, e miele.

Briscola Pizza Society (via Piero della Francesca 31 e via Fogazzaro 9, http://www.briscolapizza.it). Eletta nel 2015 la migliore pizzeria d’Italia, gioca sul formato ludico dei “pizzini”: due o più pizze da 18-20 cm, da dividere con i compagni di tavolo, eliminando una volta per tutte l’imbarazzo della scelta che ci coglie sovente davanti al menù. Una pizza conviviale preparata con farina di grano tenero e ricca di germe di grano vitale, proveniente da cereali sani di prima scelta, lavati in acqua come si faceva una volta e macinati lentamente senza nessun imbiancamento artificiale. Si sceglie alla cassa fra versioni classiche o particolari, come quella con mortadella e crema di pistacchi o la genovese con il pesto o il pecorino, e si attende al tavolo di essere chiamati per ritirare il proprio ordine.

Hygge. Il segreto danese della felicità

Le mani fredde che si scaldano intorno a una tazza di tè profumato, una cena tra amici illuminata da un camino scoppiettante, una coperta morbida che ci avvolge mentre stiamo leggendo un libro che non vorremmo finisse mai. Tutto ciò ha un sapore intimo, sincero, semplice ma speciale, che accarezza i sensi in un piccolo universo esclusivo. Ma soprattutto è molto Hygge. O per meglio dire “hue-ga”, come vuole la pronuncia danese. Rapida, schietta e per nulla onomatopeica, che stride persino un po’ con quell’idea di lentezza e serenità che ne descrivono in piccola parte il concetto. Perché Hygge in realtà è molto di più. È Hakuna Matata, è ciò che si trova alla fine dell’arcobaleno, è l’essenza della felicità stessa, per provare a capirci. È un modo di vivere ed essere che appartiene da secoli alla cultura danese ed è forse l’ingrediente segreto che da oltre mezzo secolo consente alla Danimarca di essere al primo posto nella classifica dei paesi più felici del mondo secondo le Nazioni Unite, alla faccia dei suoi inverni rigidi e bui. Per quanto il mondo guardi all’Hygge con invidia (e i guru del lifestyle siano già pronti ad esportarla), non esiste una corrispondenza in altre lingue che le renda giustizia. Poco si sa anche sull’origine del termine, che sembra derivare dalla parola germanica ottocentesca “hyggia”, ovvero “premura” e “attenzione”, oltre che vantare una parentela con l’inglese “hug”, “abbraccio”, con cui condividere non solo la sonorità ma anche il senso di comfort e sicurezza. Una cosa è certa: l’Hygge non è stata pensata per essere tradotta, ma per essere sentita. Creare l’Hygge per un danese significa dar vita ad un momento in cui ciò che ci circonda (gli oggetti, la natura, le persone) ed il nostro atteggiamento sono in grado di far stare bene noi e gli altri. È un rifugio, un piumino che ci isola dalla realtà quotidiana e ci regala un senso di appagamento il cui ricordo piacevole resterà con noi fino all’occasione successiva. E la vita non è altro che un susseguirsi di Hygge. Ma quali sono allora i segreti di questa beatitudine? Ne sono stati individuati quattro:

Semplicità. Che la felicità risieda nelle piccole cose, non è certo una novità. Se però a dirlo sono coloro che detengono il titolo di “più felici della terra” forse conviene crederci. E sul serio. Nonostante i danesi siano tra i cittadini più benestanti del mondo, con un alto livello di servizi e di benessere economico sono anche celebri per il loro understatement ed il loro stile di vita modesto, a contatto con la natura, scevro da ogni desiderio di ostentazione. Le loro case sono senza frivolezze, il design è essenziale, funzionale, leggero. E nonostante ciò, straordinariamente bello.  Sapersi circondare di oggetti belli e semplici, ma anche funzionali e fruibili aiuta a creare il contorno perfetto per un’atmosfera Hygge, dove trascorrere del tempo con se stessi, con la famiglia e dove chiunque può sentirsi a proprio agio.

Essere se stessi. La spontaneità è un elemento fondamentale dell’Hygge. Essere se stessi è la condizione necessaria per permettere a se e agli altri di aprire il proprio cuore e di sentirsi parte di un gruppo, senza prevaricazioni. Se temiamo di rimanere i soli ad abbassare la maschera, sappiamo che la spontaneità è il desiderio segreto di tutti. Ed è terribilmente contagiosa.

Perfetto è noioso. Non aspettiamo che la nostra dimora sia perfetta per invitare gli amici. E allo stesso modo non aspettiamo di avere il frigo pieno di prelibatezze per organizzare una cena. Per dar vita a un’atmosfera Hygge può bastare un buon tè, dei biscotti serviti con attenzione su un piatto da portata e della buona musica. La cura con cui si fanno le cose, sinonimo di attenzione verso gli altri, è molto più hyggelig della perfezione.

Caldo, dentro e fuori. In una casa Hygge non mancano mai soffici coperte sotto cui rannicchiarsi davanti alla tv, tazze ampie da stringere con entrambe le mani, dei lumini per illuminare balconi e aggiungere una luce calda alle pigre serate d’inverno. Un dono è hyggelig quando scalda il cuore, senza alcun desiderio di ostentare.

Il magico potere del riordino

Pensavo proprio a lei mentre, concentrata e impanicata, mi accingevo a riordinare la mia cabina armadio, ed ecco che la trovo col suo libro già più volte sottolineato tra la pila di romanzi da terminare di leggere sul mio comodino. Anche io, come Marie Kondo, adoro l’ordine sin da quando ero piccola. I miei quaderni erano tutti in carta di Varese, senza orecchie perché li pressavo con le graffette, i libri ricoperti in carta trasparente perché non si sgualcissero, allineati sulla libreria in ordine decrescente di altezza in certi periodi ingenui della vita, per argomenti in altri più consapevoli. Già allora ritenevo che le tazzine da tè o da caffè dovessero essere allineate con i braccini a destra, per comodità ergonomica. Crescendo ho proseguito con costanza: a inizio anno mi piace rimettere in ordine l’armadietto dei medicinali, più o meno con lo stesso metodo cartesiano organizzo il frigorifero, e siccome è nei dettagli che si nascondono le insidie, mi piace girare scatole, vasetti e barattoli dalla stessa parte, per amor di simmetria. Questo mio ordine certosino eccelle tra il soggiorno e la cucina, continua nei corridoi e nei bagni ma scema poderosamente negli armadi e nei cassetti del guardaroba, dove il caos prende il sopravvento.

Leggo su “Il magico potere del riordino” che l’azione del disordinare è un meccanismo di difesa o comportamento compensativo che istintivamente facciamo scattare per distrarci dall’essenza di un problema. Per questo affrontare le proprie cose, selezionarle, può risultare doloroso. Ci costringe a confrontarci con le nostre imperfezioni, con le scelte che abbiamo fatto nel passato. Ma esaminando ciò che possediamo, siamo in grado di capire quello che per noi è importante. Questo procedimento ci aiuta a identificare con chiarezza i nostri valori e a fare scelte per noi giuste nella vita. L’arte di piegare i vestiti è una delle cose che hanno più colpito noi lettori di Marie Kondo, che non siamo diventati grandi nella cultura dell’origami.

Con tanta forza di volontà butto a terra tutti i vestiti e prendo in esame un capo per volta, lo tocco, lo guardo, lo avvicino al mio corpo: “Mi emoziona ancora?”, se sì, rimane. Altrimenti via. Metà della roba finisce in 3 sacchi pieni. Spariscono quelli che non indosso da più stagioni, le gonne e gli abiti che non vanno più. I golf infeltriti, le giacche e i cappotti con le spalline che oggi aborro. Calze rammendate, T-shirt mai messe, costumi slabbrati. Poi riordino seguendo alla lettera quello che ha scritto la musa del Sol Levante. Appendo a sinistra gli indumenti più lunghi, dai tessuti più pesanti e i colori più scuri; e verso destra quelli più corti, leggeri, chiari. A operazione conclusa mi sento più leggera. Ho buttato via una parte di me. Passo ai cassetti: povere calze, le ho sempre sottoposte a una tensione costante. “Mai annodarle o rivoltarle altrimenti non riposano in pace“, afferma la Kondo. “Inoltre se hanno la sfortuna di finire sul fondo, la loro esistenza viene dimenticata per così tanto tempo che l’elastico si allenta irrimediabilmente e, nel momento in cui ci ricordiamo di loro, non possiamo che notare che sono sformate senza rimedio“. Verissimo. Quindi ripiego i collant, come non avevo mai fatto. Sovrappongo la parte sinistra a quella destra e li piego a metà longitudinalmente. Poi li ripiego in modo da formare tre parti uguali in lunghezza, lasciando l’elastico in vita nel punto più esterno. A questo punto, partendo dal lato opposto dell’elastico inizio ad arrotolarli e li ripongo nel cassetto in verticale come rotoli di sushi. Insomma, seguo pedissequamente tutte le indicazioni suggerite dalla bibbia del riordino. Passo da categoria a categoria, lasciando in ultimo i feticci del passato, ovvero gli strazianti ricordi. E sentirmi più in armonia con il resto del mondo, è un attimo.

2017: basta crederci

Quest’anno, per la prima volta, non ho fatto una lista interiore di buoni propositi da disattendere. Niente illusioni su diete, palestre, ordine negli armadi, nessun elenco di città da visitare entro ottobre, regali per il prossimo Natale da comprare un po’ per volta e non il 24 dicembre alle sei del pomeriggio. Niente promesse di bontà, gentilezza, perfezione, generosità, disciplina. Soprattutto niente quaderni con le cose da fare, da barrare una volta fatte, come se la vita fosse un elenco per punti. Faccio pace con il tumulto, con il disordine, con l’imperfezione costante. Non sarà lo spinning abbandonato alla seconda lezione a raccontare chi sono, non saranno tutte le cose che ho perso, dimenticato o mai finito, a dire che è stato un anno sprecato. Per ogni fallimento ci sarà una vittoria, magari minuscola, impercettibile, come un fiore quando ancora non è sbocciato, e non si sa nemmeno se sboccerà. Ma dentro questo scambio fra i sì e i no, fra i “non ce la faccio” e i “posso”, fra la vita piccola dei giorni e la vita grande di quello che accade nel nostro mondo, credo che ci sia una sola cosa davvero importante: ricordarci chi siamo.

E pare che stavolta facciamo tutti sul serio, me compresa. Mai come per il 2017 ho respirato così tanta voglia di cambiamento, di benessere, di tranquillità. Anche io, più che mai, sono fiduciosa. La buona notizia è che siamo tutti positivi, per adesso, la cattiva è che non sarà un anno tranquillo (eccetto per quelli che vivono su un’isola deserta) perché, non essendo nomadi, ma vivendo in un periodo di guerra, saremo comunque influenzati dal clima di costante tensione che caratterizzerà i prossimi 12 mesi. Ma sperare aiuta a esorcizzare. Leggere gli oroscopi aiuta a non pensare e reincarnandomi nella versione più ovvia di Miss Italia, desidero la pace nel mondo, la libertà di potere andare dove mi pare, anche a Parigi, Istanbul o Berlino, e di smettere d’indignarmi e piangere.

L’anno che sta per chiudersi è stato tremendo, agitato, come se qualcuno avesse sparpagliato polvere da sparo dal cielo: troppe cattive notizie, tante persone care passate a miglior vita, tantissime coppie scoppiate, tantissimi amici licenziati e altrettanti che hanno deciso di cambiare vita o Paese in cerca della felicità, quando la felicità è prima di tutto dentro di noi. Siamo stati dei vulcani in ebollizione che continuano tuttora a brontolare, mentre altri sono già eruttati. Adesso siamo come una città distrutta, aspettando o un “investitore” che ci rifaccia nuovi, o un caterpillar che ci demolisca per poter rinascere con le nostre gambe. Siamo ancora inquieti, tristi, ma dei bravi motivatori in primis di noi stessi, talmente tanto che siamo già autoconvinti che improvvisamente l’Italia offrirà più posti di lavoro, che i liberi professionisti saranno agevolati, che troveremo tutti l’ Amore della vita e che né a Roma né a Milano ci saranno attentati. Tutto quest’anno, perché è giusto così. Perché qualcuno ci ha detto che dopo tanta sofferenza viene la pace.

Dichiariamo l’anno nuovo stress-free. Puntando su mappe astrologiche favorevoli e su di noi. Basta lamentarsi, prendersela con gli altri se le cose non girano, far dipendere dagli altri la possibilità di essere felici. Siamo esigenti con noi stesse, senza chiedere troppo. Chiediamo agli altri semmai, senza vergogna: rispetto, ascolto, attenzione, baci. Almeno un “come stai?” quando si torna la sera. Caro 2017, crediamo, per finta o per davvero, tutti in te, non ci puoi prendere in giro.

Regali con un click

 

 

 

Per noi shopping addicted questa cosa che si può comprare anche fuori orario, sedute in poltrona con il plaid addosso e una tazza di tè, è micidiale. Già ci aveva sconvolto l’apertura domenicale dei negozi, ma qui siamo ben oltre ogni nostra possibilità. Il Natale è un’ottima scusa per surfare tra un e-store e l’altro a caccia di occasioni, facendo cadere anche l’ultima leggenda metropolitana: la corsa affannosa per i regali il 24 dicembre pomeriggio. Niente come la rete (lo dice il nome stesso) mette il mondo intero a disposizione. Ecco i dotcom e i dotit da consultare.

Sceglie il destinatario. Sul sito Wishlist (wishlist.it) si può comprare con un click un cofanetto virtuale: si stabilisce la cifra che si vuole spendere e compariranno una serie di oggetti a seconda del tema che si sceglie (dalla casa allo sport, dai bijoux alla tavola). Il destinatario del regalo riceverà via email questo “contenitore” che comprende circa 100 prodotti, tutti dello stesso valore. Sarà lui a decidere quale oggetto preferisce, ordinandolo dal sito.

Un regalo in capo al mondo. Mai sentito parlare di e-gifting? Il sito 4gifters (4gifters.com) consente di fare un regalo in tempo reale a una persona lontana unendo l’e-commerce ai social networks. Funziona così: si entra nel sito, si sceglie il regalo, si segnala la sua mail. Il fortunato destinatario del nostro pensiero materiale riceverà un codice per poter ritirare in negozio l’oggetto scelto da noi.

Doni super selezionati. Per le offerte di Natale su Yoox – il primo store online di moda, arte e design – c’è una pagina ad hoc (yoox.com/yooxmas) per trovare il regalo perfetto scegliendo tra i best seller, sotto i 100 euro, wow gift, gli infallibili e gli essenziali d’inverno. Impossibile sbagliare.

Non conta solo il pensiero. L’intenzione di chi regala e la soddisfazione di chi riceve spesso non corrispondono…la soluzione la offre Snoblesse (snoblesse.com): un cofanetto che contiene una carta prepagata che permette di fare shopping nei negozi partner come Fratelli Rossetti, Gallo, Moleskine, Trussardi, Brooks Brothers…

Sì, viaggiare…Far provare il lusso in vacanza? Dormire in alberghi 4 e 5 stelle o in boutique hotel? Basta entrare in Secret Escapes (secretescapes.com), il club specializzato in soggiorni presso hotel de luxe con sconti fino al 70%. Bisogna però essere velocissimi perché le offerte sono flash. Ma c’è di tutto: testare la prima neve dell’Austria, assaporare la gastronomia umbra, godersi le bellezze nascoste della Costa Azzurra.

Arredamento e addobbi per la casa. Le decorazioni domestiche rimangono le più amate nel periodo natalizio. Albero e presepe sono i veri simboli delle festività ed il fai da te è l’ideale per trascorrere momenti creativi in compagnia. Su sito di Dalani (dalani.it) si trovano tutte le idee più originali per decorare l’albero e non solo, apparecchiare la tavola e fare bei regali per tutti.

 

 

 

 

Avvento a Innsbruck

Come ogni anno tornano gli immancabili mercatini di Natale, tra artigianato ricercato, gourmandise locali e un’atmosfera romantica. Se si ha voglia di scoprirne di nuovi, ma non troppo lontano, le soluzioni migliori sono i mercatini austriaci di Innsbruck, a poche ore d’auto dal confine. Dal 15 novembre il centro della città si trasforma in un enorme villaggio di Natale, dove imbattersi in musichieri e cantastorie all’ombra del Tettuccio d’Oro, perdersi tra le bancarelle del Vicolo delle Fiabe o stupirsi di fronte ai 170.000 cristalli dell’albero di Natale Swarovski sulla riva dell’Inn. Letteralmente “ponte sull’Eno”, Innsbruck unisce dentro sé lo spirito di un’elegante e moderna città austriaca alla forza travolgente delle cime montuose che la circondano. È il connubio natura-cultura la vera forza della città. La Nordkette, la catena montuosa meta delle gite degli abitanti di Innsbruck è ben visibile dalla piazzetta del tettuccio d’oro e ben collegata al centro grazie alla funicolare Nordkettenbahn.

Il tour dei principali mercatini prevede:

Christkindlmarkt Altstadt Innsbruck” nel centro storico, sotto al famoso “Goldenes Dachl“, il Tettuccio d’Oro, simbolo della città, circondato dalle magnifiche facciate dei palazzi medievali della vecchia Innsbruck. Tra degustazioni di “Kiachln” (frittelle) e di “Spatzln” (gnocchetti tipici tirolesi), ci si riscalda con vin brulè e si trovano in vendita articoli artigianali, candele profumate, giocattoli di legno e decorazioni per l’albero di Natale. Da non perdere la “Märchengasse“, la strada delle Fiabe che ha inizio dal vicolo Kiebachgasse e termina nella piazzetta Kohleplatz. E’ qui che le finestre dei palazzi vengono animate con oltre una ventina di pupazzi provenienti dal mondo delle fiabe più famose, che lasciano a bocca aperta grandi e piccini.

Christkindlmarkt Marktplatz“, nella piazza del mercato di Innsbruck, sulla sponda del fiume Inn. Concepito soprattutto per le famiglie con bambini che si divertiranno sulla giostra o partecipando agli spettacoli di burattini per loro organizzati ogni pomeriggio, mentre i genitori ammireranno il magnifico albero di Swarovski alto 20 metri o passeggeranno bevendo un tè caldo o un punch e assaggiando i tipici würstel. Anche qui non mancano bancarelle piene di berretti e calze di lana, bicchieri e vasi lavorati da artigiani locali.

Christkindlmarkt Maria-Theresen-Straße“, la Maria Theresen Strasse, la strada principale di Innsbruck, viene  illuminata per l’occasione da una marea di luci e cristalli e una trentina di bancarelle offrono una grande varietà di oggetti natalizi e una vasta offerta di prodotti enogastronomici della tradizione tirolese. Obbligata anche la sosta nei numerosi centri commerciali che costeggiano la lunga via, per uno shopping o una cioccolata calda agli alti piani per godere dall’alto di un panorama a 360 gradi (360-grad.at).

Quando stufi del troppo caos, basta concedersi una dolce sosta al Sacher café (sacher.com): un ambiente molto elegante, nel cortile del neo-barocco Palazzo Imperiale, dove il tempo sembra essersi fermato a un secolo e mezzo fa…le cameriere vestono di nero con la crestina e il grembiulino bianco muovendosi con eleganza e discrezione tra i tavoli di marmo, quasi a non voler disturbare il ristoro degli avventori. La Sacher Torte è eccellente e viene servita con un ciuffo di panna montata. Con le calorie ingerite si sfida il freddo e ci si concede una lunga passeggiata costeggiando il fiume Inn e ammirando le deliziose case della sponda opposta, tutte perfette e colorate. Si dice che questi colori furono voluti dalle donne che abitavano questo quartiere che, stanche di aspettare il ritorno dei mariti ubriachi, fecero dipingere le facciate di un forte colore, in modo tale che questi le riconoscessero senza sbagliarne l’ingresso…anche simpatici questi austriaci!

Militarismi

military

L’ultima delle raffinatezze modaiole è la divisa militare, con buona pace di chi crede che su certe cose non si scherza. Infatti come si fa a sdrammatizzare una cosa terribile come la guerra? Mai come oggi è instabile la vita reale, mai come oggi la guerra è un rischio reale. Eppure tutto serve per ricordarci che esiste e colpisce buona parte del nostro pianeta. Certo, non basta indossare una camicia mimetica, marsine o un paio di anfibi per cambiare le cose, ma è un modo per dimostrare che un simbolo di morte e distruzione può essere magari usato anche per divertirsi. Questo sta facendo la moda: si appropria con nonchalance di oggetti e feticci identici o quasi a quelli di truppe ed eserciti di mezzo mondo solo per trasformarli nel loro esatto opposto: simboli di pace, di eguaglianza, di condivisione. Cancellando come per incanto ogni traccia di rivalità, ogni accenno alla violenza. A partire dall’estate del 1968 a Woodstock, quando esibire fiori, frange e coroncine, insieme alle giacche verde militare dei reduci del Vietnam era, più che una moda, un modo di essere. Pacifisti. Ieri a Woodstock, oggi a Coachella: fra le star radunate a inizio estate al festival hippie del momento, le piastrine di riconoscimento dei soldati si portavano con i ciondoli peace&love.

military3Per tutta la stagione invernale, il cappotto con gli alamari, lo stivale da moschettiere o il colbacco sovietico svettano nella lista dei capi indispensabili. Ma tant’è. Private di ogni finalità tattica, perfino cotte, redingote e mostrine mantengono integro il fascino dell’uniforme. E se da Valentino il camouflage delle tende da campo è diventato un’arte – applicata su scarpe e borse femminilissime, ma piene di borchie – scovare un pezzo militare nel guardaroba e rieditarlo per l’inverno è un obbligo. Ecco allora la sahariana come giacca da tailleur, preferibilmente con la gonna; mentre il trench si porta anche di sera, sull’abito di chiffon e senza calze. I cappotti lunghi con i bottoni d’oro o i parka che sono così comodi per chi gira in motorino. Con l’arguta aggiunta di strass e patch di ogni genere, bordi di pelliccia e di velluto, borchie e paillettes. La divisa militare si porta sempre, dal giorno alla sera. Basta smorzare il datato effetto asburgico con un paio di jeans, una gonna vezzosa o un abito in seta fantasia. Niente total look con pantaloni da ufficiale. È noioso e scontato. Siamo donne, siamo femminili, piuttosto sfoggiamo un paio di sexy cuissardes.

Dove e quando comprare a Milano: La Fiera di Sinigaglia, tutti i sabati 8.00-18.00, Ripa di Porta Ticinese, nel tratto da via Paoli a via Barsanti, Milano. Naviglio Più, abbigliamento militare, Ripa di Porta Ticinese, 33, Milano. Militalia, Fiera del collezionismo militare, 31 ottobre-1 novembre, via Novegro, Segrate.  Online i migliori negozi sono midwest-vintage.com e troph-e-shop.com.

Mai provato con la gentilezza?

“Abbi coraggio e sii gentile” raccomanda la mamma in punto di morte a Cenerentola, nel film di Kenneth Branagh. Un consiglio prezioso: ingoiate le lacrime, la fanciulla impara a fare della mitezza un’arma vincente. Tra un colpo di ramazza e l’altro sorride e diventa padrona del proprio destino. Come andrà a finire lo sappiamo. Questione di duro lavoro, non di gran c… (vedi in Pretty Woman).

kind

La gentilezza torna, e non solo al cinema. Dicono basta all’arroganza alcuni libri: una nuova edizione rinnovata dell’ Elogio della gentilezza di Adam Phillips e Barbara Taylor e Il piacere della gentilezza. Piccolo trattato sulla buona educazione nell’era globale di Bertrand Buffon, un agile volumetto da viaggio che ricorda alcuni principi di comportamento utili a tutte le latitudini. Non basta. C’è chi ci crede profondamente e cerca di convincere gli altri a uscire dal tunnel autodistruttivo del narcisismo: il network internazionale World Kindness Movement, per esempio, ha appena festeggiato l’apertura di una sede anche in Francia, mentre in Italia l’associazione affiliata Gentletude (gentletude.com) organizza corsi per tutte le età gestiti da una cinquantina di volontari, e pubblica periodicamente una newsletter. Perché non se ne può più della competizione continua e dell’egoismo sfrenato di questi anni. La meritocrazia come sopravvivenza del più forte e arrogante ha fatto il suo tempo. Entrare in relazione con gli latri, creare un buon clima di convivenza significa saper gestire una situazione. In America è considerato un soft power, tanto da stilarne 10 pilastri per esercitarsi a sviluppare questa potente qualità:

  1. Gentili non si nasce, si diventa. I bambini puntano i piedi e strappano i giocattoli gridando “io, io, io”? Cambieranno. Si spera per loro. Ma devono allenarsi duramente. Se si esercitano fin da piccoli a far sedere le vecchiette sul tram, da grandi non si sdraieranno di traverso con i piedi sui sedili.
  2. Ma non da soli. La gentilezza è il primo passo nelle relazioni. Significa ritenere l’altro degno di rispetto, ascolto. Se regali un mazzo di rose a una ragazza incoraggi le sue emozioni, i sentimenti.
  3. Ingrediente base: la fiducia. Se temi l’altro come un nemico, difficile comportarsi bene. Scuola e famiglia dovrebbero insegnare ad avere fiducia negli altri. Arrivano dei nuovi vicini? Fai un regalino, come si usa in America. Non ci saranno più risse condominiali.
  4. Conviene. Spiegare con garbo ai pazienti perché il primario non si fa vivo, aiuta a non essere presi per il collo. Dimostrare interesse verso un collega al primo giorno di lavoro, rafforza il senso di appartenenza. Alla Olivetti negli anni Cinquanta regalavano una bicicletta ai neoassunti!
  5. Con la crisi, ancora di più. Si potrebbe obiettare; oggi è un lusso che non ci si può permettere, le carinerie sono una perdita di tempo. Invece no. Proprio ora si deve dar valore a quelle piccole cose che fanno stare bene. A volte basta un sorriso.
  6. Aiuta a fare carriera. Una volta l’impiegato gentile era il babbeo del gruppo. Ora è il più furbo: ha capito che l’attenzione agli altri crea coesione. Non si tratta di strumentalizzare il proprio ruolo; però una buona parola oggi, una domani, e i collaboratori daranno il meglio. Un manager gentile è autorevole.
  7. È un deterrente. Importante per smontare l’aggressività (altrui e nostra). Mi tamponano: aggredisco l’energumeno che era al cellulare e non ha frenato? Meglio sorridere e cercare una soluzione pacifica. Chiedere all’investitore “Si è fatto male?” facilita la trattativa.
  8. Conta l’originale, non le imitazioni. La gentilezza è reciprocità, non strumentalizzazione. Non meccanica ripetizione di lezioni imparate controvoglia, come le buone maniere. Si cede il posto alla donna incinta non perché ce l’hanno insegnato ma perché è giusto.
  9. Parole chiave: generosità, autenticità, empatia. Bisogna mettersi nei panni degli altri: quando si è in coda al supermercato, far passare avanti chi ha fretta e un carrello semi vuoto non costa niente. La prossima volta potrebbe toccare a noi.
  10. Niente: mors tua, vita mea. Meglio: vita tua, vita mea. Più facciamo cose per gli altri, meglio stiamo noi. Con la gentilezza, diamo il meglio e facciamo un figurone, anche con noi stessi.

1 2 3 4 25

Copyright 2013 - 2014 © Best of Mag