Book operator

Non c’è niente da fare: in mezzo a due giorni pari ce n’è sempre uno dispari, quello in cui va tutto storto. Come in mezzo a due gioie si annida un dolore e a ogni inspiro segue un espiro. È il ritmo della vita: salite ripide e piani su cui tirare il fiato. Si tratta solo di vedere il disegno intero, di cambiare atteggiamento e umore per poter cogliere l’opportunità che si cela dentro ogni difficoltà. Non sono dispetti dell’Olimpo: è che il vecchio si sta crepando per fare uscire dal guscio il nuovo. Affrontiamole così le vacanze estive: pensando che le avversità sono le buone notizie di un cambiamento che sta arrivando. E allora è molto importante stare concentrati in questi passaggi, per esempio sfogliando un libro che ci ispiri e ci traghetti verso orizzonti diversi. A ciascuno il suo book da mettere in valigia o nel tablet:

Umami di Laia Jufresa. Un libro a matrioska con una struttura tutta sua che saltella qua e là nel corso degli anni. Le quattro parti in cui è suddiviso sono composte a loro volta da cinque capitoli che sono anni, ognuno di essi raccontato da una voce differente. Ana, Marina, Alf, Luz e Pina sono i protagonisti a cui è stato dato il compito di ricostruire le vicende, una struttura solo apparentemente complicata perché Umami, in realtà, è un libro che scivola via, pagina dopo pagina…ogni personaggio è vivo, è un insieme di gesti, di modi di dire che lo caratterizzano, di vite che sono un voler continuare a essere ciò che sono, nonostante la morte. Perché Umami è soprattutto un libro sul lutto, un lento dondolarsi e soffermarsi sull’evoluzione e trasformazione della sofferenza, con una continua ricerca delle parole più adatte per descrivere situazioni, persone, attimi. I colori sono stati d’animo, ogni piccolo gesto un lascito di esperienze passate, un voler vivere al meglio ogni singolo istante.

Una storia nera di Antonella Lattanzi. Vito è violento da sempre, Carla subisce da sempre. Anche dopo il divorzio, chiesto da lei e accettato malvolentieri da lui, fra di loro le cose sono difficili. Ma quando Mara, la figlia più piccola, compie gli anni, Carla decide di organizzare una cena con i tre figli e invitare anche Vito, per un momento di vita famigliare insieme. Dopo quella serata Vito scompare. È l’inizio di un gioco di specchi abilissimo e crudele, di un romanzo dalla struttura impressionante, dove tutti i temi – l’amore, l’odio, la violenza degli uomini, la reazione delle donne, gli sguardi dei figli – sono affrontati e niente è come sembra. Una storia nera, che pensiamo di conoscere e invece ci sorprende fino all’ultima pagina. Qualcosa degli struggimenti della scrittrice Goliarda Sapienza, qualcosa dei terrori materni, delle condanne ingiuste, delle detenzioni orrende. La storia magnifica scritta dalla Lattanzi è soprattutto un viaggio nella paura, una traversata affannosa della vita.

Amica della mia giovinezza di Alice Munro. Con questa raccolta, la settima, si aggiunge un altro prezioso anello alla catena di racconti che Alice Munro ci ha regalato: dieci storie che si muovono sullo sfondo di piccole città di provincia del Canada, luoghi chiusi dove ognuno ha un ruolo preciso, assegnato perlopiù dagli altri, dove chiunque pensa di sapere tutto di tutti. Ma dei suoi protagonisti Munro ci mostra invece la faccia più nascosta, i pensieri, i segreti, i desideri e le paure. Ritratti densi che in pochissime pagine inseguono la progressione inesorabile dei loro sentimenti, il modo in cui l’amore e la passione nascono, scivolano o resistono cambiando nel tempo. Di ognuno, andando avanti e indietro con flashback nelle loro vite, la scrittrice canadese ci dice quello che davvero ha contato per farli diventare quello che sono. Ci svela i loro punti di forza, l’intelligenza, la voglia di sognare; ma anche le viltà, le bugie, i fallimenti.

Le aggravanti sentimentali di Antonio Pascale. C’è un momento perfetto, appena prima che gli eventi siano sul punto di precipitare. Nella luce del tramonto, al Gianicolo, un uomo solo è seduto su una panchina e guarda di fronte a sé. La sua famiglia è partita per il mare, lui è uno scrittore, ha quasi cinquant’anni e pensa alla felicità, contempla il cielo, pensa alle donne, agli amici, al libero arbitrio. Antonio Pascale racconta con una voce inquieta e unica il tentativo di tenere fuori il dolore, l’impossibilità di farlo davvero, racconta persone smarrite fra la terra e il cielo, e l’allegra tristezza che le guida: chissà se è il caso, chissà se è la volontà a farci sbagliare così spesso, nonostante la disinvoltura, la cultura, il senso dell’amore. Chissà se basta solo fare quello che ci piace, avere il controllo, per essere felici. I personaggi di questa dissertazione romanzesca, digressione filosofica, comica e carnale sulle nostre vite in bilico, inseguono la felicità, la perdono, a volte la ritrovano.

Fato e furia di Lauren Groff. Che tra di loro ci sia passione divorante si capisce dalla prima scena, sulla spiaggia. Al centro del romanzo c’è l’amore forsennato tra Lancelot, detto Lotto, e Mathilde: si conoscono a una festa ai tempi dell’università, si innamorano perdutamente, si sposano prima ancora di finire gli studi. Il destino, e anche il tempo, sembrano dalla loro parte. Lotto e Mathilde sognano di diventare vecchi insieme, farsi sorprendere da una battuta che risveglia un ricordo, mettersi a tavola, cenare presto, addormentarsi davanti a un film mano nella mano. Ma può un matrimonio crescere confinato in questo spazio intimo, immutabile, rassicurante? Il mito di due cuori e una capanna, poveri ma felici, si schianta contro la vita insieme a New York, dove il tracollo sarà emotivo e psicologico. La storia viene narrata da due prospettive, quella della moglie e quella del marito, componendo una verità che sembra sempre sfuggirci. Il tempo salta avanti e indietro e si muove per omissioni e anticipazioni in una scrittura che attira come un vortice, proprio come il vero amore. E si capisce che la vita coniugale non è solo sesso, sole e spiaggia, perché in ogni matrimonio si intromette quel granello di polvere, una piccola bugia necessaria, che alimenta un buio che può farsi notte oscura.

Milano dall’alto

Anche dall’alto, Milano sa essere affascinante. Basta elevarsi di alcuni metri per osservare la città da una prospettiva diversa: campanili, tetti in mattoni, grattacieli, la Madonnina, giardini verticali, attici di acciaio e vetro, reticoli di strade che abbracciano i palazzi.

Torre Branca (Viale Shakespeare): negli anni ’30 la città che sale costruisce il suo totem nella radura del Parco Sempione. Disegnata da Gio’ Ponti, la torre è considerata una vera opera d’arte, “in cui l’architettura moderna e la tecnica nuova trovano un punto di contatto”. Esile e trasparente, vera “sfida” architettonica, viene eretta a tempo di record, in soli due mesi e mezzo nel 1933, in occasione della V mostra Triennale, insieme a sei grandi “archi isolati”, temporanei, progettati da Sironi. Milano acquista così l’esclusiva europea di una “esposizione internazionale triennale delle arti decorative e industriali moderne e della architettura moderna”. Salire in cima (in ascensore), è spettacolare. Dall’alto dei suoi 108 metri si gusta un panorama unico sulla città: il Duomo, il Castello Sforzesco, la Torre Velasca, Porta Garibaldi e, se la giornata è tersa, si possono vedere le Alpi, il Monte Rosa, il Resegone e gli Appennini.

 

Terrazza Triennale (Viale Alemagna 6): al fianco della Torre Branca, troviamo lo spazio progettato dallo studio di architettura milanese OBR interpretando la tradizione della Triennale con una soluzione leggera, rigorosa e dinamica. Salendo sulla Terrazza Panoramica del Palazzo dell’Arte si viene accolti all’interno di una serra trasparente, immersa nel verde e sospesa sul Parco Sempione, con una vista spettacolare del Castello Sforzesco e dell’intero skyline di Milano. Terrazza Triennale è anche lo spazio presso cui ha aperto l’omonimo ristorante e cocktail bar. Qui si possono gustare i piatti preparati dallo chef stellato Stefano Cerveni o sorseggiare un ottimo drink accompagnati da una delle migliori viste di Milano.

 

 

Belvedere, (Piazza Città di Lombardia 1, angolo via Restelli): il nuovo palazzo della Regione Lombardia è aperto gratuitamente al pubblico quasi tutte le domeniche e permette di salire al 39° piano, fino al belvedere, per ammirare Milano in tutta la sua maestosità. Guardare la città da ben 161 metri di altezza fa un effetto notevole e, durante le giornate col cielo limpido si possono vedere le Alpi in tutto il loro splendore. Il panorama è immenso e si staglia sul vicino quartiere Porta Nuova, con una vista assolutamente privilegiata sul famoso Bosco Verticale e la maestosa Torre Unicredit, fino ad arrivare alla Stazione Centrale e al grattacielo Pirelli. Portare con sé un binocolo, renderà più semplice identificare i luoghi più rappresentativi della città come la cupola della Galleria Vittorio Emanuele II, il Duomo, lo stadio Meazza, il Castello Sforzesco.

Terrazza12 (Brian&Barry Building, via Durini 28): al decimo e ultimo piano del Brian&Barry Building, department store milanese con un ampio e ricercato mix merceologico, troviamo il Terrazza12, lounge bar dall’atmosfera sofisticata e dal design Anni ’50. La drink list ha un’ispirazione internazionale: oltre i grandi classici della mixology, 12 signature cocktail inediti, creati appositamente per Terrazza12. Dall’apice di The Brian&Barry Building si domina il cuore pulsante della metropoli, affacciata a 360° sulla Madonnina e sullo skyline della nuova Milano dopo Expo. Leggere pareti in vetro e una copertura orientabile rendono possibile l’utilizzo della terrazza 365 giorni l’anno.

Radio Rooftop Milano (Hotel ME Milan, piazza della Repubblica 13): da una parte c’è il verde di piazza della Repubblica e quello, appena più in là, dei giardini di Porta Venezia. Dall’altra lo skyline di Porta Nuova: il Bosco Verticale, la Torre Diamante, la Torre Unicredit. Ovunque si lanci lo sguardo, dalla terrazza del Radio Rooftop Milano (elegante lounge bar al decimo piano dell’Hotel ME Milan Il Duca), la vista è mozzafiato. Il bar è naturalmente aperto anche a chi non è cliente dell’hotel (aperto nell’estate 2015), dalla colazione del mattino fino a sera tardi. Un momento ideale per godersi il panorama sui grattacieli è l’aperitivo: dalle 18 alle 21, quando il sole cala, potete assaggiare i cocktail (18 euro) accompagnandoli con i finger food serviti al tavolo. L’ambiente è moderno ed elegante, ideale tanto per un incontro di lavoro quanto per un appuntamento galante.

Il potere delle fotografie postate

 

Recentemente ha avuto molto successo Five, un’app per capire chi siamo partendo da quello che postiamo. Analizza le parole utilizzate nei post delle fotografie pubblicate e traccia un ritratto psicologico basato sui cinque fattori principali della personalità: estroversione, gradevolezza, coscienziosità, nevrosi e apertura mentale. Così da capire quali “armi” usiamo per apparire e attirare l’attenzione. Siamo nell’epoca dei selfie, della febbre da social network, dell’ossessione visiva di camere digitali e smartphone. Tutti questi scatti avranno pure qualcosa da dirci…Grazie ad un semplice clic imprimiamo per sempre momenti importanti del quotidiano, e le emozioni inconsce associate a questi momenti sono ponti naturali per accedere al nostro vero Io.

Immersi in una iper-produzione fotografica, dobbiamo sempre tenere presente la potente carica significativa di un’immagine. Ad esempio mostrandoci tormentati da un inconveniente o perseguitati da qualcosa catturiamo lo sguardo degli altri: facciamo le vittime per essere ascoltati, per avere un pubblico che ci noti a prescindere dalle nostre qualità o azioni e aspettando un commento di comprensione e condivisione del problema che ci affligge. Viaggiando o semplicemente passeggiando nella nostra città troviamo e postiamo qualcosa che in noi ha suscitato delle emozioni. Nel quotidiano apriamo le porte di casa a sconosciuti e mostriamo l’intimità dei nostri sentimenti. È un modo indiretto per fare vedere a tutti che “anche noi ci siamo”. Come meglio comportarsi allora quando si posta una fotografia? Seguendo l’unica parola d’ordine: l’autenticità. Postare svincolati dal giudizio altrui, dall’ossessione del gradimento degli amici, del numero dei like e liberi di esprimersi in modo immediato, recuperando lo spirito originario dei social: il racconto di quello che si sta facendo e pensando qui e ora. Per questo motivo adoro ed utilizzo quasi esclusivamente Instagram che consente di aderire al presente pur permettendo di essere liberi e di osare. È l’unico social capace di reinventare in meglio la fotografia, che dismette i suoi abiti nobili per indossarne altri più casual. Diviene come un taccuino sulle cui pagine possiamo annotare quello che ci accade quotidianamente: emozioni, esperienze, città visitate, volti sfiorati. Non contano qualità delle riprese, inquadrature, luci. Il trionfo di un’inevitabile imperfezione, un flusso democratico di altri scatti condivisi e commentati.

Ho fatto il mio primo post su Instagram cinque anni fa, nel 2012, e tornare indietro non è stato più possibile. L’immediatezza del mezzo mi ha sconcertata. Scatti e condividi, nessun social consente un dialogo così diretto e divertente tra appassionati di fotografia. Si sono aperti il mondo della creatività e l’interesse per la relazione tra testi e foto, quel loro modo particolare di funzionare insieme: spesso accompagno i miei scatti con spunti narrativi e didascalie filosofiche. Lo faccio con l’attitudine del romanziere o del saggista, come in preda ad un democratico flusso di coscienza…la comunicazione fotocentrica è il modo più semplice e naturale per vivere e raccontare un’esperienza. Lo hanno spiegato e dimostrato più volte in questa lunga settimana di Milano Photo Week con mostre, incontri, visite guidate, laboratori, progetti editoriali e proiezioni urbane dedicati alla fotografia a 360 gradi: dai grandi scatti d’autore ai reportage di guerra, dalle immagini di moda e di architettura che hanno reso celebre Milano nel mondo alla fotografia come linguaggio dell’arte contemporanea, poi le vite dei grandi fotografi da scoprire guardando un film o gli archivi che aiutano a ricostruire la nostra memoria storica. Un’esperienza meravigliosa per chi, come la sottoscritta, esalta quotidianamente l’arte immortale delle fotografie postate.

Lisbona e dintorni

Non ci sono per me fiori che siano pari al cromatismo di Lisbona sotto il sole” scriveva Fernando Pessoa della sua città. C’è una luce qui che puoi “sentire” più che vedere, perché sa entrare nella pelle. L’aria che si respira è leggera, misteriosa, magica. Come una bella donna malinconica, dai mille volti, che ti conquista. Oppure no. Lisbona o si ama o non la si capisce. Assomiglia a Napoli per la “chiassosità”: i panni stesi in strada, le facciate di azulejos (le tipiche piastrelle di ceramica decorate e smaltate) dei palazzi, i lustrascarpe agli angoli del quartiere Rossio, il tram 28 che la percorre in lungo e in largo. Ha anche qualcosa della Berlino anni ’90: la nostalgia mista all’entusiasmo, la voglia di rinascere, i mercatini sgangherati (imperdibile la Feira da Ladra il sabato mattina), i locali storici come il Cafè Art Déco A Brasileira, tappa fissa di intellettuali, poeti e scrittori dei primi del ‘900.

Su e giù, su e giù, su e giù per i sette colli (sì, come a Roma) e per chilometri. Niente tacchi, né bambini al seguito. Solo girare a piedi, con la macchina fotografica al collo, lo smartphone e nient’altro. Lo scopo del viaggio? Visitare locali storici, ma anche sconosciuti, stellati, panoramici e rilassanti. La regola numero uno: non cedere alla pigrizia e, soprattutto, alla tentazione di prendere un taxi. Prima tappa in aeroporto, al desk delle informazioni del turismo, dove si acquista la Lisboa Card: quella valida 72 ore costa 39 euro e permette di usufruire di tutti i mezzi pubblici, dei treni, di visitare musei, monumenti e avere sconti fino al 50 per cento in 60 negozi e locali. Il check-in è al The Vintage Lisboa Hotel, dietro l’Avenida de Libertade, dove sfilano le vetrine di Tru Trussardi, Gucci, Armani, Max Mara e tanti altri marchi italiani. È l’unico albergo ecosostenibile e costruito secondo i principi del feng shui della città. Vicino c’è Open, uno dei pochissimi ristoranti certificati senza glutine della città. Per la merenda, invece, si va dritti a Fàbrica da Nata, che sforna paste, torte, dolcetti alle mandorle e le famigerate pastéis de nata proprio sotto gli occhi dei clienti.

Uno dei quartieri più vivi, lussuosi ed esclusivi di Lisbona è senza dubbio il Bairro Alto. Solo passeggiare tra le vie, con il naso all’insù per inseguire con lo sguardo i disegni delle azulejos che salgono fino al cielo, è uno spettacolo (se si volessero portare a casa, Sant’Anna è uno dei laboratori più antichi di piastrelle tipiche). Sulla rua de Garret si comincia con lo shopping locale: se si amano lettura e libri antichi, bisogna fare un giro da Bertrand , la più antica libreria al mondo, aperta nel 1732. Più giù, verso rua do Carmo, c’è invece il negozio più piccolo del mondo: una bottega di guanti di pelle, la Luvaria Ulisses, dove i clienti fanno la fila sul marciapiede, perché ne entra solo uno alla volta. Passando per rua Anchietta, si trova un negozio di vintage home design fantastico dove fare incetta di souvenir, A Vida Portuguesa: stampi di rame per i dolci, quaderni di carta riciclata, bottoni, giocattoli Anni ’40, cornici. Sfido chiunque a uscirne a mani vuote!

Lisbona essendo in piena metamorfosi è la nuova meta cool d’Europa. La capitale lusitana fa infatti battere il cuore dei millennials, sempre alla ricerca di luoghi autentici ma al passo con i tempi. Perché ha saputo reinventarsi senza perdere la sua anima. Anzi, ha valorizzato le influenze africane, nella musica e nel cibo. L’atmosfera in città è vivace, la vita notturna effervescente. Il quartiere d’avanguardia è Belém, affacciato sull’ampio estuario del Tago. Qui è stato inaugurato il Maat, museo di arte, architettura e tecnologia, in un edificio dalle forme sinuose, rivestito di ceramiche che riflettono la luce e le vibrazioni dell’acqua; si passeggia anche sul tetto con una bella vista sulla città. Nel vicino quartiere si trova Time Out Market Lisboa, ex area industriale oggi gigantesco concept gourmand, con laboratori, negozi di design e ottimi ristoranti di pesce e tipicità portoghesi. Lungo il Tago merita una visita il Parque das Naçoes, area riqualificata per l’Expo 1998, con giardini zen, residenze, spazio per eventi ed il bellissimo acquario Oceanario. Si può ammirare il tutto da una funivia lunga circa 1 km che permette di assaporare le trasformazioni d’avanguardia della città.

Prima di cena passare dalla minuscola Gingjinha Espineria ad assaporare l’aperitivo a base di liquore di amarena tipico del luogo è d’obbligo. E da qui in poi Lisbona si farà romantica e farà battere il cuore con un bacio al tramonto sulla Torre di Belém o al vicino Monastero dos Jerònimos. Mentre si gironzola ammaliati dai colori del calar del sole, consiglio una sosta in rua Combro davanti alla Casa Raphael Baldaya, bar culturale ispirato al poeta Fernando Pessoa, dove assistere alla narrazione recitata di Storie di Lisbona, uno spettacolo tradizionale davvero da non perdere. Per la cena non ho dubbi, si va al Gambrinus ad assaporare un fumante risottino al baccalà con germogli colorati.

Nei dintorni a sud di Lisbona si incontrano le spiagge sabbiose ed i paesini di pescatori. Da menzionare e visitare c’è sicuramente Cascais, luogo di villeggiatura che da oltre un secolo possiede una certa signorilità che altre località più giovani non hanno. La sua storia è chiaramente visibile nelle ville lungo la costa, costruite come residenze estive dai Lisboetas benestanti. La baia, sabbiosa e al riparo, ed il porticciolo sono una meta affascinante per una pausa dai ritmi cittadini. Verso nord est invece si trovano la costa atlantica rocciosa e le verdi colline dell’ incantevole città di Sintra, tra boschi, dirupi e sorgenti d’acqua dolce. Gli alti camini conici di Palàcio Nacional de Sintra e lo straordinario Palàcio da Pena con la loro particolare fisionomia, danno al paesaggio un tocco suggestivo tanto che la cittadina è dal 1995 dichiarata dall’UNESCO Paesaggio Culturale, attirando così migliaia di visitatori tutto l’anno.

Figli miei, vi spiego l’Amore

C’è un solo essere al mondo al quale siamo pronte a dare tutte noi stesse, senza aspettarci nulla, né chiedere contropartite. Il sentimento che prova una mamma per suo figlio fluisce senza passare per la ragione e, nonostante sia del tutto privo della pretesa di essere ricambiato, lo è immancabilmente, per via della sua stessa natura. C’è il mistero della vita nel nodo che lega una madre alla sua prole. Ed è per questo la gioia più grande. Ci si specchia nei loro occhi e per loro ci butteremmo nel fuoco. Retorica? No, la gioia della maternità non passa mai di moda, non ha date di scadenza, non subisce l’usura del tempo e i condizionamenti. È da sempre la più emozionante esperienza femminile.

Anche se è tanto difficile e faticoso, l’Amore per i figli è gratis e insegna la gratuità: non aspetta ricompense, non si costruisce su aspettative, non chiede di essere ricambiato, ma scorre insieme con la vita stessa, cambia, si rinnova ed è per sempre. Anzi, va oltre la vita stessa. Mistero, pura gioia, nonostante il grande impegno. Essere madri è un’esperienza a volte dura, ma anche intimamente totalizzante e appagante. Nel rapporto coi figli sentiamo che è la vita che ci scorre dentro. L’Amore per l’essere che abbiamo generato cambia e si rinnova sempre nel corso del tempo. Alla nascita, una madre e un figlio si riconoscono, poi si conoscono. Arriva il tempo in cui si lasciano per andare ciascuno per la propria strada. Ma sempre ci si ritrova. È un’esperienza d’Amore che non può finire mai ed è così per la sua stessa natura, per tutte le donne e per sempre: la vita procede, compiamo i vari passaggi dell’età, condividendo preoccupazioni, condizioni belle e brutte, e tutto questo insieme è l’esperienza della maternità.

Un figlio restituisce alla madre quello che lei ancora non sa di se stessa” diceva Jung. Sì, i figli sono l’incarnazione della vita che passa dentro la madre: la mamma “passa” parti di sé alla propria creatura, che è l’unica persona al mondo in grado di riceverle e ridonargliele a sua volta. È una dinamica interiore che va oltre le generazioni, oltre il tempo. Nel passaggio generazionale, la madre dona. Ed è una gioia, perché permette di riconoscere che l’esistenza è un dono senza prezzo: mettere al mondo è un atto d’amore gratuito. Questo Amore senza interesse è il fondamento della vita. E arriva sempre il tempo nel quale tocchiamo con mano che gli abbiamo insegnato l’Amore puro, fatto di dedizione, accudimento, reciprocità nel volersi bene. Si restituisce così alla propria madre l’esistenza che lei ci ha dato. Questo è uno dei misteri della potenza dell’Amore materno ed è questa la gioia piena della maternità. C’è una libertà indicibile della relazione affettiva fra madre e figli, impossibile da dire a parole perché non passa dalla testa.

Oggi più che mai la gioia del mettere al mondo e portare avanti la vita, nonostante tutto, si confronta non solo con le ombre personali, ma anche con la realtà dura che ci circonda…per questo il messaggio di Papa Francesco è importantissimo e riporta in campo il diritto alla gioia: la maternità è il simbolo dell’Amore, capace di opporsi al delirio di morte in cui oggi siamo immersi. Rimettere al centro tutte le maternità significa ritrovare un senso al progetto della vita e ridare il suo valore profondo alla gioia dei materno.

Leggere è benessere

All’inizio è come entrare in una nebbiolina: si vedono solo i contorni del paesaggio. Bisogna orientarsi, mettere a fuoco. Poi, lentamente, tutto diventa nitido. E man mano che appaiono case, persone, alberi, animali, cose, si sperimenta un benessere che si protrae nel tempo. No, non stiamo sognando. E neanche viaggiando. Stiamo leggendo un romanzo. Sì, perché la lettura non solo è un bel passatempo, ma fa anche bene al cervello. E quello che proviamo mentre leggiamo influisce sul nostro umore, la nostra memoria, le nostre capacità cognitive. Ce lo ripetevano la nonna e la maestra che leggere fa bene? Bè, adesso sempre più studi scientifici lo dimostrano: gli studiosi hanno dimostrato che la lettura della descrizione di paesaggi, suoni, odori e sapori ha il potere di attivare aree cerebrali legate a queste esperienze nella vita reale, creando nuovi percorsi neurali.

La passione per la lettura è dura a morire. E ancora nessuna rete social è arrivata a diventare un elisir di felicità come un buon romanzo. Anzi…i social network abituano a tempi troppo veloci che non rispecchiano quanto avviene nella realtà, facendo credere a un mondo fatto di azioni e reazioni istantanee, di immagini che cambiano immediatamente. Basta un click. Mentre con i libri avviene il contrario. Leggere contribuisce ad ampliare i tempi di attenzione: le storie hanno un inizio, uno svolgimento e una fine: una struttura che incoraggia il nostro cervello a pensare in sequenza, per collegare causa, effetto e significato. Se sui social ci troviamo di fronte a persone sconosciute, nei libri i personaggi hanno un passato, un presente e un futuro. E attraverso le loro storie, le loro scelte, i loro pensieri, siamo in grado di relazionarci con loro, vediamo il mondo attraverso i loro occhi, allargando così anche il nostro orizzonte. La libro-terapia è proprio fondata sul fatto che, riconoscendoci in una certa vicenda, ci sentiamo meno soli, più compresi, ed entrando in contatto con i personaggi di una storia viviamo un’esperienza totalizzante, incredibilmente reale.

Addirittura i libri possono far scattare un sentimento, ma anche essere oggetto e insieme luogo di incontro tra due cuori. L’esempio nella memoria di tutti è il poema cavalleresco che ha unito le anime di Paolo e Francesca, nell ‘Inferno di Dante, ma succede pure nel libro di Carole Lanham, L’ora di lettura che, complice un legame intenso, è più di un romanzo: sullo sfondo del Mississippi degli Anni ’20, la protagonista, Lucinda Browning, viziata rampolla di una ricca famiglia, inizia alla lettura, la sua passione segreta, Hadley Crump, garzone e figlio mezzosangue di una cuoca. E per riuscirci sceglie strategicamente il metodo di far leggere e ricopiare al suo futuro compagno i passaggi più arditi di romanzi allora proibiti, da Anna Karenina a L’amante di Lady Chatterley. Sanno evocare l’amore puro e romantico e in tema di emozioni i libri hanno effetti strabilianti. Lo insegna Qualcosa che somiglia al vero amore, di Cristina Petit: Clementine, il personaggio chiave, legge romanzi ai bambini in difficoltà, aiutandoli a superare le loro paure e mostrando altri mondi. E cosa dire del recentemente pubblicato Le parole degli altri di Michaël Uras, un romanzo che si sviluppa poco alla volta e che ci porta pagina dopo pagina alla scoperta di noi stessi tramite i libri. Come dice Daniel Pennac “Un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa. Persino da te stesso” e questo, Alex, il protagonista, lo sa bene. È un biblioterapeuta e, con il suo lavoro, cerca di aiutare gli altri a superare problemi e stati d’animo negativi tramite la lettura dei più bei romanzi della letteratura di tutti i tempi. Questo romanzo è una vera e propria miniera di consigli: ci sono tantissimi spunti di lettura, tanti consigli, idee e citazioni, da Balzac a Salinger, da Goncarov a Cocteau. Chissà se sentiremo mai dire da un medico. “Le prescrivo una buona dose di lettura”. Tuttavia, curare le ferite dell’anima grazie a narrativa e dintorni non è uno scherzo. Ma pura realtà.

Design Week milanese

Il Design è uno stato a sé. E Milano è la sua capitale“, questo il mantra che ha accompagnato le attività della 56esima edizione del Salone del Mobile, a sottolineare la sempre più forte interconnessione tra la kermesse internazionale e la città che da sempre la ospita. Nel quartiere fieristico di Rho, il Salone del Mobile, come di consueto suddiviso tra i padiglioni dedicati al Modern&Design e Luxury, ha trasformato il format xLux presentato lo scorso anno nella nuova formula “Classico: Tradizioni nel futuro” attraverso un layout omogeneo senza nessuna discontinuità. Ad accompagnare il nuovo Classico sono stati riproposti il teatro e una stanza di Before Design: Classic, progetto presentato alla scorsa edizione, insieme al corto del regista Matteo Garrone. In concomitanza con la manifestazione ammiraglia si sono svolte quest’anno le biennali dedicate al mondo del lighting e del lavoro. Euroluce, alla sua 29esima edizione, insieme ai più innovativi sistemi di illuminazione privata ed industriale, ha puntato i riflettori su progetti d’illuminazione atti a migliorare il benessere e la qualità della vita e delle attività svolte in ogni tipo di spazio. La 18esima edizione di Workplace3.0 si è presentata con una proposta espositiva dedicata al design e alla tecnologia per la progettazione dello spazio di lavoro, concentrandosi sul rapido cambiamento del settore con le sue rinnovate esigenze. Alle biennali sono stati dedicati due eventi. Il primo, intitolato DeLightful – Design, Light, Future, Living, un percorso visivo e sensoriale nel vivere quotidiano e nello spazio contemporaneo, mentre l’altro, A Joyful Sense Of Work, ha messo in scena una nuova concezione dell’ambiente ufficio. La 20esima edizione del SaloneSatellite si è aperta con la domanda globale “Design is…?“, per celebrare l’anniversario con la Collezione Salone Satellite 20 anni, realizzata con pezzi disegnati appositamente da designer internazionali che hanno iniziato proprio tra i corridoi della manifestazione la loro carriera. Mentre presso la Fabbrica del Vapore è aperta al pubblico Salone-Satellite. 20 anni di nuova creatività, un’antologia di pezzi presentati come prototipi nel corso delle varie edizioni e poi lanciati sul mercato. Presso The Mall di Porta Nuova è tornato invece Space&interiors, l’unico evento connesso con il Salone del Mobile e dedicato alle finiture per l’architettura.

Neofiti o veterani, lo sappiamo: destreggiarsi fra le tentacolari seduzioni del Fuori Salone non è un gioco da ragazzi…allora scarpe comode ai piedi ( si finisce sempre per camminare molto più del previsto) e via tra eventi, esposizioni, workshop, festeggiamenti:

Porta Venezia in Design. Dove shakerare bene design, arte, architettura Liberty e stimoli enogastronomici per soddisfare tutti i palati. Al quinto anno di presenza, combina questi ingredienti, facendo da sempre leva sul potere attrattivo della propria identità architettonica. A confermarlo Objets Nomades: la serie iconica firmata Louis Vuitton nata nel 2011 (25 oggetti in totale, di cui 10 nuovi presentati in esclusiva) che interpreta il tema del viaggio, da sempre carattere distintivo del luxury brand francese. E il bellissimo Concept Store presentato da  Elle Decor Italia a Palazzo Bovara: il progetto ha immaginato il retail come punto di incontro tra analogico e digitale dove la fisicità degli oggetti dialoga con la digital experience e dove il consumatore è protagonista dello spazio in cui si muove, sia esso reale o virtuale.

Milano Durini Design. Con il suo Giardino delle Idee, è la mecca del design in pieno centro città. Al civico 3 ha appena aperto Salvioni, concept store di 1100 mq su sei livelli, che offre progetti su misura collaborando con gli oltre 100 migliori brand nostrani tra cui Fendi e Trussardi.

Brera Design District. Dove la creatività ha un’energia esplosiva. Nel cortile della Pinacoteca (via Brera 28), archistar del peso di Daniel Libeskind o Stefano Boeri hanno presentato White in the city, suggestivo viaggio nel bianco.

Associazione 5Vie. È da qui che è partita la street parade più animata della Design Week. Anche quest’anno con Design Pride, promosso da Seletti con l’associazione Wunderkammer e YOOX, una celebrazione della creatività che strizza l’occhio alle scuole internazionali. Interessante il progetto Tavola Scomposta nato in collaborazione con la designer Gentucca Bini tra Bitossi Home e Funkytable (via Santa Marta 19).

Tortona Design District. Multiformi, come di consueto, le sollecitazioni legate al format Superstudio Più che ha ospitato la rassegna dei designer indipendenti Time to Color!. Da Base Milano si sono mostrate le più recenti interpretazioni della casa temporanea, smontabile, assemblabile. Negli spazi del padiglione Visconti la collaborazione tra Corian e Cabana magazine, hanno dato luogo a Exploring the world of maximalism, un’oasi di forme e colori che si materializza magicamente.

La performance migliore è stata quella ispirata al mutare delle stagioni e alla natura del duo londinese di artisti Studio Swine che ha creato per Cos un’installazione presso lo storico Cinema Arti. Come protagonista una struttura centrale metallica a forma di albero alta 6 metri che emetteva boccioli di vapore nebulizzato che, come bolle di sapone, scoppiavano ed evaporavano a contatto con la pelle. Il più divertente temporary bar quello organizzato da TOILETPAPER, il magazine di sole immagini ideato dall’artista Maurizio Cattelan e dal fotografo Pierpaolo Ferrari, in collaborazione con Guffram, Seletti La buttiga presso la Mediateca Santa Teresa (via Moscova 28): TOILETPAPER BAR all’interno del Wallpaper* Handmade 2017, progetto curatoriale della rivista Wallpaper*, che espone un’installazione disegnata da Tino Seubert, dove l’acqua e il travertino sono stati protagonisti assoluti per un’inedita esperienza sensoriale. Evento perfetto per le famiglie, Playland presso lo spazio Marni (viale Umbria 42), trasformato per l’occasione in una distesa di sabbia colorata con teli da picnic, giocattoli, sgabelli, poltroncine e sedie a dondolo. Tutto fatto a mano e in vendita.

 

Viaggiare in poltrona

La prima volta che ho viaggiato in poltrona avevo dieci anni e mi sono fatta tutto il Mississippi con Huck Finn e il suo amico Jim. Non era proprio una poltrona ma un divano, rosso. E come zattera era perfetto. Sentivo il rumore dell’acqua e vedevo gli alberi enormi allineati lungo gli argini del fiume. Un paio di anni dopo sono andata prima a Parigi e poi a Pamplona, alla Feria di San Firmin, con Jake e Brett e tutti gli altri. Siamo stati al Select a Montparnasse e al Flore a Saint-Germain e quindi alla corrida e loro hanno bevuto tantissimo (io no perché l’astemìa me la porto dietro dalla nascita). Ma comunque quei posti mi sono rimasti impressi e poi, quando un tot di anni dopo ci sono andata per conto mio, ho ritrovato dentro di me le stesse emozioni che avevo provato leggendo Fiesta di Ernest Hemingway, sempre sul divano rosso su cui avevo letto Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain. Quanto al primo viaggio italiano, lontana dai confini lombardi, sono stata in Sicilia, sulla poltrona di un cinema, insieme a Michael Corleone e mio padre. Ah, e poi ci sono stati i miei primi viaggi a Londra e New York: rispettivamente  con Johnny, Paul, Steve e Sid (i Sex Pistols) e con Joey, Johnny, Dee Dee e Tommy (i Ramones). Viaggi alquanto movimentati e rumorosi, devo dire. Ma super divertenti. E davvero fantastici, nel senso che mentre leggevo quelle pagine e vedevo quelle immagini e ascoltavo quelle musiche lavoravo parecchio di fantasia e, anche se non avevo ancora mai sentito il profumo di quelle città o nuotato in quelle acque, era come se quei luoghi fossero già dentro di me, almeno un po’.

Ecco: è a tutto questo e tanto altro ancora che ho pensato quando mi sono imbattuta in Viaggiare in poltrona – 500 film, libri e musiche che fanno venire voglia di partire, della Lonely Planet, pubblicato in Italia da Edt. Naturalmente si parte con un road movie, Easy Rider, il film che Dennis Hopper, Peter Fonda e la troupe girarono sotto costante effetto di stupefacenti, un viaggio nel viaggio, insomma: New Orleans, la California, la Route 66…Ad ispirare Hopper fu quello che per me è il più bel film italiano di sempre, Il sorpasso di Dino Risi, meravigliosa metafora del mutamento irreversibile di un Paese, ma anche primo road movie della storia del cinema. Per fortuna il libro cita anche questa pellicola, che rivedo ogni anno a Ferragosto dovunque mi trovi, così da farmi portare da Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant da Roma a Castiglioncello lungo la via Aurelia. Ma ecco l’India di Wes Anderson a bordo del suo treno per Darjeeling, e poi Hong Kong con In the mood for love, e la Rio di City of god, e l’Andalusia della Carmen di Bizet, il Senegal di Youssou N’Dour, l’Oceano Atlantico di Moby Dick, la Thailandia di The beach, l’Islanda di Bjork, la Polinesia de Gli ammutinati del County…e lo Jutland de Il pranzo di Babette, e Genova per noi con Paolo Conte, e la Singapore di Tom Waits

Insomma, dopo tanti bagagli fatti e disfatti e rifatti, e tanti aerei e treni e navi e auto e metropolitane e biciclette, e tanti ritardi, e voli cancellati, e alberghi di charme ma anche no, e indigeni ora ospitali e amorevoli ora scortesi quando non decisamente ostili, Viaggiare in poltrona è un po’ come fare del couchsurfing in casa propria, e anche tornare bambini o adolescenti, a quell’epoca della nostra vita in cui eravamo davvero capaci di sognare a occhi aperti. Ed è anche un modo per inquinare meno, visto l’impatto ambientale a dir poco devastante dei nostri spostamenti sull’ecosistema del Pianeta che per il momento ancora ci ospita. Poi mettiamoci la crisi, che ci ha costretti a ridurre tra le altre cose anche i viaggi, non solo quelli esotici ma, in molti casi, pure quelli fuori porta. Di modo che stasera…mah, quasi quasi me ne vado a Praga con Kundera, o anche a Manchester con Liam e Noel (Gallagher, ex Oasis), oppure a Zabriskie point

(Sor)ridere

Momenti di leggerezza, di allegria. Viverli è importante. Per l’umanista francese François Rabelais, sorridere libera la gioiosa verità sul mondo, prigioniero della falsità e della paura, che generano a loro volta la pesantezza del vivere e la violenza, quindi pure la sofferenza. Secondo Sigmund Freud invece, è un atto liberatorio, visto come canale di sfogo delle energie represse nell’inconscio, verso le quali si esercita spesso un controllo molto forte. Questo spiega perché, dopo una bella risata, proviamo una sensazione di piacere e leggerezza. Non dimentichiamo che nasciamo tutti con la capacità di sorridere. È un fenomeno che si manifesta fin da bambini, molto prima dell’acquisizione del linguaggio. Bisogna solo coltivarlo…

Quando sorridiamo, azioniamo inconsapevolmente un meccanismo complesso che coinvolge e mette in comunicazione tra loro la sfera biologica, emotiva e corporea con quella intellettuale, spirituale ed energetica. Al termine delle scoppio delle risa, invece, si ha un rilascio di endorfina, uno “stupefacente” prodotto dal nostro corpo con effetto calmante, antidolorifico, euforizzante e immunostimolante. Il riso unisce tutto e tutti, scioglie ogni dogma, ogni regola, ogni ipocrisia. È contagioso e infonde tranquillità e fiducia, risvegliando il corpo e rischiarando la mente. Sorridere olia gli ingranaggi della vita sociale, rende qualsiasi incontro più gradevole e offri amicizia. L’espressione del sorriso è la più facile e naturale da assumere: si utilizza un solo muscolo importante, mentre per esprimere emozioni negative come ansia, disgusto, tristezza se ne devono usare molte di più.

Le persone sagge ridono e sorridono di più perchè intuiscono meglio di altre quanto il riso sia essenziale per la qualità della vita, per la felicità e quanto aiuti a ridimensionare i problemi. Se si riesce a coltivare giorno dopo giorno la letizia interiore e a proteggerla dall’accanimento delle paure, avremo fatto una piccola rivoluzione perché comincerà a migliorare il mondo intorno a noi. Chi poi riesce a sorridere e/o ridere in situazioni potenzialmente pericolose è geniale e creativo. Dimostra di avere coraggio, fantasia e una prospettiva ottimistica, sconfiggendo la paura. Spesso veniamo educati a soffrire, per conquistarci un posto nella vita. Manca l’educazione alla gioia, la capacità di vedere il lato comico delle cose, la risata, lo humour, l’autoironia. Non per sfuggire ai problemi, ma per non identificarsi solo nelle difficoltà e farsene sopraffare. E soprattutto per ruotare il nostro punto di vita verso altre posizioni e liberarsi da una visione asfittica della realtà. A questo proposito, mi piace ricordare un passo del Nocciolo d’oliva di Erri De Luca: “La fabbrica fondamentale del creato si è accompagnata con una saggezza sorridente. L’intristito, lo scienziato che non sa sorridere, non può scoprire né immaginare il mondo. La relazione diretta tra risata e benessere è conosciuta da sempre: i cinesi, cinquemila anni avanti Cristo, dicevano che la risata è un’esplosione di energia yang dallo shen (l’allegria, espressione della forza umana) che risiede nel cuore. Dante Alighieri era più o meno della stessa opinione: secondo lui il riso è il lampeggiare della gioia dell’anima. San Francesco parlava di perfetta letizia. I grandi uomini sono spesso stati dei grandi cultori del sense of humour, non ci resta che imitarli.

Venezia da scoprire

Nella città dei Dogi, l’unica al mondo interamente pedonale, l’atmosfera è magica. Niente auto una volta scesi a Piazzale Roma con il nuovo tram che la collega ogni dieci minuti alla terra ferma, ma tanti campi, o piazze, dove passeggiare in libertà, circondati da palazzi che sembrano usciti da un libro di fiabe. Divisa in sestieri, le case sono numerate in ordine progressivo in ciascun sestiere (ecco perché gli indirizzi hanno dei numeri così alti). Per orientarsi si seguono le frecce, abbastanza frequenti, che indicano le direzioni principali (San Marco, Rialto, Ferrovia). Ma il bello è andare a caso, seguire callette solitarie, scoprire scorci nuovi: tanto non ci si perde, prima o poi si arriva ad un canale e si torna indietro. Se ci si ferma qualche giorno o si ha intenzione di tornare, conviene fare la Carta Venezia: costa 40 euro, dura 5 anni e per chi la possiede il vaporetto costa solo 1,40 euro.

Con calzature comode si parte alla scoperta della città. Punto di partenza il Caffè Florian (caffeflorian.com), fin dal 1720 lo storico caffè di San Marco, l’unica vera piazza della città  (tutte le altre si chiamano campi), alla ricerca dei leoni alati tra le statue, i fregi e i dipinti. Un salto all’interno della Basilica, un tripudio di mosaici dalle forme più svariate (animali, stelle o fiori) e poi a Palazzo Ducale, un tempo residenza dei Dogi, e uno dei massimi esempi di arte gotica italiana. I vicini Giardini Reali di Piazza San Marco sono perfetti per una pausa sulle panchine, lontano dalla folla che sbarca dalla fermata del vaporetto. Dopo la piazza e i suoi tesori, si partirà all’assalto del dedalo di calli che vanno verso nord, tra piazzette e piccoli ponti che attraversano il canale, dove scoprire le squisitezze della pasticceria veneziana da Rosa Salva (http://www.rosasalva.it), un’istituzione veneziana in fatto di dolci, creme e pasticcini o lasciare un pezzo di cuore nella labirintica e ombrosa Libreria dell’Acqua Alta (Campiello del Tintor): vi si trovano una vera gondola colma di testi su Venezia di ogni epoca e quattro gatti. Qui sono talmente abituati all’acqua alta che sovente entra, da accatastare libri nuovi e vecchi ad altezza prudente nelle varie stanze:

Arrivati al punto nevralgico della città, Campo Santo Stefano (riconoscibile per la statua dello scrittore Niccolò Tommaseo), ecco il Ponte dell’Accademia e la Peggy Guggenheim Collection, dove ammirare i capolavori dell’arte europea e americana della prima metà del XX secolo. A due passi dal museo, alle Fondamenta delle Zattere, la gelateria Nico (http://www.gelaterianico.com) è tappa imperdibile per il Gianduiotto immerso nella panna montata, così come la Pizzeria Ae Oche (http://www.pizzeriaaeoche.com), senza glutine e coi tavolini all’aperto. Si passeggia verso Campo San Barnaba e Campo Santa Margherita, con sosta alla storica Ca’ Macana (http://www.camacana.com), dove poter scegliere tra 40 modelli di maschere da decorare.

La zona ovest di Dorsoduro è un’altra Venezia, lontana dalle folle e dalla confusione ma pur sempre ricca di fascino. Qui sono concentrati i bàcari: le vecchie osterie dove per tradizione si beve un’ombra (un bicchiere di vino bianco) accompagnata dai cicchetti: come le tapas spagnole, sono piccoli assaggi freddi o caldi, spesso a base di pesce. Da non perdere quelli a base di polenta e baccalà, acciughe e burrata e le saporitissime sarde in saor, tipiche dell’arte culinaria veneziana. In Campo dei Tolentini si trovano i due bacareti più apprezzati: Da Lele, conosciuto e frequentato prevalentemente da autoctoni e studenti, con un’ ampia selezione di piccoli panini farciti con affettati, formaggi e verdure e costi ridottissimi. E l’Hostaria Vecio Biavarol, dove vi accoglierà l’oste Andrea, detto il Puppa, il simpaticissimo proprietario che seleziona accuratamente le materie prime con cui prepara sfiziosi taglieri ricchi di cicchetti abbinati a calici di vino d’ottima qualità, birre artigianali e acque toniche di ogni tipo. Il crostino caldo croccante con pesto di pistacchi di Bronte e mortadella di Bologna è stato una sorpresa gustosissima!

Per i veneziani la loro città assomiglia ad un pesce, di cui il sestiere di Cannaregio simula il dorso e quello di Castello la coda. Ecco dunque l’estremità di Venezia, un’isola nell’isola, un quartiere a sé ancora abitato da qualche veneziano doc che ha mantenuto la sua anima popolare. A nord-ovest, dalla chiesa di San  Zaccaria a quella di San Francesco della Vigna, si susseguono ottime osterie e negozietti. È verso sud che si trova il vero polmone verde della città: i Giardini della Biennale e la Serra dei Giardini, con laboratori per i bambini, vendita di fiori e il Bookshop La Biennale, dove fare incetta dei migliori e meno banali souvenir da portare a casa. Se avanza del tempo non perdetevi la gita nelle isole della laguna, in particolare Burano, distante solo 8 km da Venezia, e raggiungibile con la motonave che parte dalle Fondamenta Nuove. Il verde dei suoi orti e le sue case variopinte danno un aspetto gioioso a quest’isola Arlecchino. Fin dal ‘500 capitale europea della decantata e particolare arte dell’intreccio del filo, Burano sé famosa in tutto il mondo per la sua antica scuola di merletto. È anche un’isola di pescatori e le numerose barche ancorate ai pontili e nei piccoli canali ne sono l’evidente testimonianza:

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