Beata solitudo, sola beatitudo

In tempo di social, di app, di dating online, ritagliarci momenti solo per noi risulta sempre più difficoltoso. E spesso viviamo con disagio la solitudine. Ancora oggi l’associazione “solo uguale triste e depresso”, scatta automatica nella mente. Per una donna, poi, questo meccanismo è ancora più radicato: da sempre siamo, per cultura e tradizione, abituate a concentrarci sull’accudimento degli altri. A costo di negare i nostri bisogni. A partire da quello di prenderci qualche momento per fare il punto con noi stesse e sentire come stiamo, di che cosa abbiamo bisogno. Basterebbe davvero poco per recuperare la dimensione intima dell’auto-ascolto: una passeggiata dopo il lavoro, una colazione in pasticceria con il cellulare spento, un weekend nel luogo del cuore che avremmo sempre voluto visitare.

Eppure, le resistenze e i timori spesso ci impediscono di metterci alla prova. Siamo abituati che la vita, per essere realizzata pienamente, debba per forza seguire i binari imposti dalla società. E crediamo che stare da soli implichi in qualche modo un fallimento. “Se siamo in questa condizione”, pensiamo, “è perché non siamo in grado di avere e mantenere una relazione con qualcuno”. Tutto il contrario! Stare da soli costituisce una ricchezza per l’individuo: significa avere la possibilità di seguire i nostri istinti e bisogni in maniera incondizionata, poterci realizzare in maniera creativa senza limiti imposti dall’altro. Potenzialmente, significa essere esattamente se stessi. Ci siamo talmente abituati a mettere tutto “in piazza” da temere che, se non li condividiamo, i momenti di vita non abbiamo valore. Un like che non arriva, una visualizzazione dei nostri profili possono condizionarci l’umore. E subentra la difficoltà a stabilire un dialogo interiore e ad ascoltarsi.

Tante amiche mi confessano di sentirsi in colpa quando se ne stanno in pace con un libro in mano invece di fare qualcosa di utile per qualcun altro. Mi piace ricordare loro le istruzioni del volo che hostess e steward ripetono prima del decollo: “In caso di problemi in quota, indossate prima la vostra maschera a ossigeno, poi aiutate gli altri a mettere la loro”. Il messaggio è chiaro: se non ci curiamo di noi, se non comprendiamo e assecondiamo il nostro diritto alla serenità e al benessere, non saremo mai in grado di dare una mano. Le basi dell’empatia nascono da qui: avendo sperimentato la solitudine possiamo dare sostegno al senso di solitudine degli altri esseri umani. Lasciandoci andare al flusso di pensieri ed emozioni senza opporci con la ragione, emergerà il nostro lato più intimo e autentico.

I momenti di solitudine sono vere boccate d’ossigeno per la psiche: ci ricaricano e ci credono disponibili. E si azzera il rischio di voler stare sempre e solo in mezzo ad altre persone: diventare troppo dipendenti e perennemente ansiosi di contatti e di conferme affettive, legandosi così agli altri in maniera poco equilibrata. Sembra una contraddizione ma è scientificamente provato: chi ama la solitudine è chi ama di più l’amicizia, la compagnia, sa ascoltare, dialogare e non disdegna cene conviviali. Ha un cuore di poeta e una grande sensibilità verso i suoi simili e tutto il creato.

Tre libri per farcela compagna di vita:

  1. La solitudine dell’anima di Eugenio Borgia. Parla della solitudine come condizione ineliminabile dell’esistenza umana. In essa si riflettono desideri di riflessione e di contemplazione, di tristezza e di angoscia, di silenzio e di preghiera, di attesa e di speranza, a seconda delle diverse fasi della vita. Accettarla, spiega lo psichiatra, ci rende più forti.
  2. L’invenzione della solitudine di Paul Auster. Suddiviso in due scritti speculari, invita a riflettere sulla fase dolorosa che segue la perdita di un genitore. Una meditazione sulla morte e sull’avvio a una nuova fase di chi resta.
  3. Il risveglio del profondo Sé. Spiragli di luce sulla solitudine umana di Angelico Brugnoli. Medico e ricercatore, Brugnoli offre una vasta panoramica su alcuni stati che so possono raggiungere con un accurato e paziente “allenamento” in solitaria: veglia, rilassamento corporeo e mentale, ipnosi e autoipnosi, con incursioni negli stati meditativi. Lo scopo è offrire “spiragli di luce” sulla propria esistenza.

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